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Dignità & Lavoro

L'ultima frontiera della classe operaia

I lavoratori delle piattaforme patiscono ovunque pessime condizioni d'impiego. Con un esperto analizziamo questo modello economico con componenti ottocentesche.

di

Federico Franchini

 

Proteste, scioperi, appelli ai consumatori: dai lavoratori di Amazon ai ciclo fattorini, dagli Stati Uniti all’Italia, un po’ in tutto il mondo le lavoratrici e i lavoratori della gig economi si stanno mobilitando contro lo sfruttamento di cui sono vittime. A margine di un incontro della Supsi sul tema abbiamo discusso di questi aspetti con Nicolas Pons-Vignon, professore che alla stessa Supsi cura il corso “Trasformazione del lavoro e innovazione sociale”. Con lui abbiamo cercato di approfondire come si è sviluppato questo nuovo modello economico e quale è l’impatto che il mondo delle piattaforme ha sul mondo del lavoro. L’occasione è ghiotta anche per riflettere sui metodi di resistenza e su quale sia il ruolo del movimento sindacale in quella che, di fatto, è l’ultima frontiera della classe operaia.

 

Professor Pons-Vignon, lei ha spiegato come l’economia delle piattaforme sia stata a lungo percepita come qualcosa di positivo. Su cosa si basa questa immagine?


L’economia digitale è spesso stata presentata come qualche cosa di cool. Si parla di economia della condivisione, un’espressione che appare positiva. In un recente rapporto della Banca Mondiale il modello delle piattaforme è presentato come una grande opportunità per la creazione d’impieghi. In realtà questa visione poetica, propagata dalle stesse imprese attraverso una narrativa studiata a tavolino, è tutt’altro che tale.

 

Quale è, appunto, la realtà?


Un altro rapporto, pubblicato in febbraio dall’Organizzazione mondiale del lavoro mette in evidenza tutta una serie di criticità per i lavoratori. Problemi che spaziano dalle condizioni di lavoro e di salario alla protezione sociale e vanno a toccare anche questioni legate alla mancanza di libertà d’associazione e alla negazione dei diritti sindacali come conseguenza diretta della presentazione dei gig workers come imprenditori autonomi. Le condizioni di lavoro pessime sono insomma un denominatore comune che tocca sempre più coloro che lavorano per queste piattaforme digitali. Da notare che, a livello globale, queste persone rappresentano una quota sempre maggiore della forza lavoro.

 

Oltre alle precarie condizioni di lavoro, quali sono le caratteristiche di quella che è anche definita la gig economy?


In questo modello si ritrovano componenti ottocentesche: pensiamo al pagamento a cottimo o alla richiesta, fatta ai lavoratori, di impiegare come mezzi di lavoro attrezzi di loro proprietà (il telefonino, la bicicletta eccetera). Il fatto poi che i ritmi e le mansioni lavorative siano dettate da un algoritmo che definisce e controlla l’intero processo lavorativo fa pensare ad una sorta di neofordismo. Il cambiamento più importante rispetto al passato, però, è legato alla modalità d’impiego: i lavoratori sono infatti pensati come indipendenti, imprenditori di loro stessi, e tutto si gioca su questa ambivalenza tra la presunta libertà di poter scegliere i propri tempi di lavoro e la quasi totale assenza di garanzie e protezione.

 

È il rapporto stesso tra impresa e lavoratori che cambia.


Questa gig economy rappresenta una nuova versione dei cambiamenti del lavoro che sono iniziati negli anni Settanta. Il punto chiave è proprio la decentralizzazione della relazione tra datori di lavoro e lavoratori, in mezzo ai quali viene inserita tutta una serie di intermediari che oscurano il collegamento diretto tra impresa e impiegati. Oggi questo processo è esacerbato dall’arrivo delle piattaforme: di fronte a un management algoritmico chi lavora non sa nemmeno a chi rivolgersi per dire che le condizioni non vanno bene. Questo perché la narrativa di queste imprese consiste nel dire che loro sono semplicemente degli intermediari tra chi ha bisogno un servizio e chi ha tempo per svolgerlo. Occorre però avere bene in chiaro una cosa: queste imprese non sono dei benefattori che cercano di renderci la vita più facile, ma sono multinazionali che guadagnano un sacco di soldi.

 

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Un punto chiave del funzionamento di queste imprese è il fatto che a organizzare il lavoro sia un algoritmo. Quali conseguenze comporta questa situazione?


C’è il bisogno di capire come funzionano queste piattaforme e chiedersi quanto è giusto permettere alle società di decidere al cento per cento come viene organizzato il lavoro. In generale, l’economia digitale è basata sul segreto e sulla commercializzazione di dati che sono “rubati”, come lo spiega Shoshana Zuboff nel saggio “Capitalismo della sorveglianza”. La monetizzazione del segreto vale anche nell’organizzazione del lavoro. Queste piattaforme controllano il processo di lavoro attraverso degli algoritmi dietro ai quali vige un grande segreto. Anche perché gli stessi algoritmi possono colpire strategicamente le mobilitazioni dei rider (incentivi versati prima degli scioperi o togliere il lavoro ai rider attivi nelle proteste). Il problema principale resta però quello di non essere riconosciuti come impiegati e di non avere una controparte. Questo è un punto fondamentale: tutta l’organizzazione del lavoro è nelle mani delle piattaforme, mentre i lavoratori non hanno niente da dire.

 

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Che consigli si sente di dare ai sindacati?


Il problema è che le piattaforme sono state concepite proprio per rendere difficile l’azione sindacale. Gli stessi impiegati non si conoscono tra di loro e faticano a organizzarsi. È capitato che i fattorini siano riusciti a conoscersi semplicemente aspettandosi davanti ai ristoranti dove vengono a prendere il cibo. E da qui si è creata una rete informale che viene poi coordinata tramite una chat. Per i sindacati occorre prima trovare il modo di reinventare e riconsolidare questo legame che costituisce la base dell’azione sindacale: la creazione di un’organizzazione di lavoratori.

 

Le tante mobilitazioni di cui si sente parlare sono un buon segnale?


È molto positivo che nel mondo siano nate delle resistenze. Ma occorre ora riflettere a come ricreare un ponte tra sindacati tradizionali e queste organizzazioni di lavoratori. Sarà però ora fondamentale provare a creare un ponte oltre le frontiere, oltre le città. Di fronte a multinazionali attive in tutto il mondo, servirebbe un coordinamento globale per regolamentare il settore e avanzare rivendicazioni congiunte. In questo senso i sindacati sono gli unici che hanno i mezzi materiali per facilitare la convergenza delle lotte.

Pubblicato

Giovedì 8 Aprile 2021

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