Dietro lo specchio

La difficoltà e i ritardi del programma di vaccinazione Covid hanno assestato un duro colpo alle speranze di un rapido ritorno alla “normalità” ponendo fine ai disagi: da quelli psichici dovuti all’isolamento sociale, a quelli materiali per lavoratori e per aziende.


Disagi e tensioni accresciuti anche dall’assenza di certezza riguardo al futuro: un’occupazione e un reddito per le persone, mentre per le aziende avere ancora un mercato e/o riuscire a restare nel mercato. Oltre tutto la pandemia ha accelerato il processo di automazione e robotizzazione per ridurre la dipendenza dal fattore umano. In tale marasma comprensibile il disagio, il timore ma anche l’insofferenza crescente come testimoniano le petizioni per la fine del lockdown. Una situazione complessa, difficile che richiede la massima priorità da parte delle autorità per farci uscire dalla crisi pandemica con meno perdite possibili (non solo economiche, ma anche di persone, delle nostre conquiste sociali) e al contempo di prefigurare il futuro.   


«Le misure di salute pubblica, attivate da Confederazione e Cantoni, hanno lo scopo di ridurre il contagio ma comportano un onere significativo per imprese e persone» si legge nel rapporto della task force designata dal Dipartimento federale degli interni, a cui il Consiglio federale aveva chiesto il 18 dicembre scorso di «verificare necessità e conseguenze delle misure adottate finora». «In una situazione di shock inaudito, imprevedibile ed esogeno come quella odierna – si legge ancora – lo Stato ha il ruolo fondamentale di assicuratore» adottando «politiche economiche e sociali che attutiscano gli effetti negativi: per i salariati garantire i redditi (attraverso il lavoro a tempo ridotto, i sussidi di disoccupazione e la sostituzione del reddito)»; per le aziende – direttamente o indirettamente toccate e a seconda di come sono colpite, abbisognano di un supporto di liquidità, contributi a fondo perso e prevedibilità (prepararsi al futuro)».


Per la task force «gli aiuti statali, oltre che scongiurare le difficoltà economiche durante la crisi, preservano le strutture economiche vitali e contribuiscono ad accelerare la ripresa». Un argomento fondamentale. Non era compito della task force specificare le priorità della ripresa economica. Ciò compete alla politica che deve agire con determinazione e rapidamente, implicando i vari attori sociali ed economici (stakeholder).

 

Tra le priorità assolute figurano ciò che l’attuale «pandemia ha reso concreti: i costi sociali ed economici» provocati dal “business as usual” della globalizzazione capitalista: «Assenza di regole globali riguardanti la salute, i sistemi sanitari e di welfare. Lo stesso problema si prospetta per i disastri ambientali – presenti e futuri di cui stiamo percependo sempre più gli effetti e in parte i costi provocati dal cambiamento climatico e dalle resistenze al cambiamento nelle politiche e nelle decisioni delle imprese», scrive l’economista Pianta.


La società futura dovrà esser sostenibile, duratura e inclusiva, come è riecheggiato in molti discorsi al recente Wef. Per riuscirci i governanti devono agire in modo proattivo. Purtroppo nessun segnale in tal senso da parte del Consiglio federale che, fedele all’ortodossia del pareggio dei conti e del freno all’indebitamento, continua imperterrito nella sua azione ossessiva di compensare solo le perdite dovutamente certificate generate dall’impossibilità di lavorare. Molti miliardi certo, come non manca di ricordare il ministro delle finanze, ma nettamente insufficienti sia per parare i costi odierni sia per consentire la trasformazione del nostro sistema economico alle impellenti esigenze del futuro. Certo farà aumentare il debito pubblico elvetico, che però rimanendo ben al disotto in rapporto al Pil con quello di tutti gli altri paesi non può e non deve significare un semplice “Niet”. 

Pubblicato il 

11.02.21
 
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