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L’ora della scelta

di

Generoso Chiaradonna
Ultimissimi giorni di campagna referendaria prima del verdetto, inesorabile, delle urne. Un chiaro no alla vendita dell’Azienda elettrica comunale di Bellinzona segnerebbe la fine delle velleità dei privatizzatori di beni pubblici. Beni comunque, come nel caso dell’Aecb, che rendono denaro alla collettività e non versano in situazioni deficitarie. Qualunque titolare di un’attività economica privata ci penserebbe, non due ma dieci volte, prima di vendere un centro di ricavi della portata dell’Aecb. Il Municipio di Bellinzona, evidentemente, non ragiona in tali termini e cerca di sbarazzarsi in fretta e furia di un gioiello di famiglia, incassare i milioni pattuiti con gli eventuali acquirenti (la Società elettrica sopracenerina e l’Azienda elettrica ticinese) e crogiolarsi nel miraggio di utilizzare tale somma per la riduzione del moltiplicatore d’imposta comunale. Detto per inciso, il pagamento dell’importo non avverrebbe nemmeno in un’unica tranche, ma nel corso più anni. Però hanno fatto i conti senza l’oste e non hanno previsto l’inevitabile referendum contrario promosso e sostenuto, non solo da esponenti della sinistra, ma anche da altri ambienti della società civile. L’Associazione per la difesa del servizio pubblico, presieduta da Argante Righetti, si è schierata contro la privatizzazione di fatto dell’Aecb e in un comunicato dichiara «la decisione – impugnata dal referendum – sopprime un’azienda comunale che è nata cento anni fa da un progetto di grande preveggenza e che ha svolto per un secolo un’importante funzione sia a livello comunale che regionale, funzione che ha profonde radici nell’animo dei cittadini e cittadine di Bellinzona». D’un tratto è sembrato che ciò che è andato bene per circa un secolo (l’Aecb è stata la prima azienda pubblica elettrica del Cantone) si potesse trasformare in catastrofe per gli anni a venire. Si è ragionato subito in termini di mercato elettrico liberalizzato e globalizzato. Ipotesi, in Svizzera, ancora lontane dall’avverarsi visto che contro la legge federale tesa a deregolamentare il mercato elettrico è stato promosso un referendum. A Bellinzona si è voluti essere più realisti del Re e anticipare i tempi (ipotetici) della liberalizzazione del mercato elettrico. Incapaci di trovare un accordo a livello locale con i 14 Comuni serviti dall’Aecb per costituire una società anonima con capitale in mano pubblica (la Sib Sa) sul modello dell’Azienda industriale di Lugano (Ail SA), si è seguita la via della dismissione. Ciò potrebbe essere riassunto in questo modo: non riuscendo a curare la carie che mi affligge, strappo tutti denti. Un modo, a dir poco, miope di gestire la cosa pubblica. Ma cosa comporterebbe la vendita dell’Aecb? Innanzitutto la cessione del controllo gestionale, in modo indiretto per via delle partecipazioni azionarie incrociate, a grossi gruppi quale l’Atel, che appartiene alla Motor Columbus, che a sua volta appartiene alla Rew tedesca e l’Edf francese. Vuol dire, in parole povere, finire nelle mani delle grandi imprese multinazionali. E sicuramente non è quello che i cittadini di Bellinzona desiderano. «L’Aecb – recita il volantino del Comitato contrario alla vendita – ha una situazione finanziaria eccellente che le permette di affrontare il futuro con la più grande tranquillità, qualsiasi sarà l’evoluzione del mercato dell’energia elettrica, anche in uno liberalizzato». Purtroppo la moda, più che le necessità gestionali, portano alla dismissioni di importanti settori una volta prerogativa assoluta dello Stato. Basta guardare a quello che è successo alla Swisscom (ex regia federale assieme alla Posta) e al mercato liberalizzato delle telecomunicazioni. Ha creato solo esuberi (come oggi vengono chiamati i licenziamenti) in più e servizio pubblico in meno.

Pubblicato

Venerdì 21 Settembre 2001

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