È ripartita la stagione delle lotte sindacali. In forme diverse, in alcuni casi addirittura contraddittorie, gli scioperi mettono in evidenza tre aspetti importanti del caso italiano. Il primo è lo stato di difficoltà in cui versa l’economia. Fino a pochi mesi fa, soltanto la Cgil parlava di declino industriale, oggi questo sostantivo è sulla bocca di tutti. Persino il vertice della Banca d’Italia denuncia il nanismo industriale, lo smantellamento della grande industria e, insieme, la fine della ricerca e dell’innovazione del prodotto. Si è puntato e si punta su una competitività del sistema paese tutta incentrata sull’abbattimento dei costi, partendo neanche a dirlo dal costo del lavoro. Si produce merce povera a basso prezzo utilizzando le nuove leggi varate dal governo Berlusconi per flessibilizzare e precarizzare il lavoro, si colpiscono salari e pensioni, dunque i redditi degli italiani assestando così un colpo mortale ai consumi interni. Al tempo stesso, si va a competere su fasce di mercato in cui operano paesi dove i costi sono ancora più bassi, la precarietà maggiore e i diritti inesistenti. Ecco esplodere la sindrome cinese, il pericolo giallo. Il made in Italy è in crisi, si ferma l’esportazione mentre cresce l’importazione dall’estero di beni durevoli, con effetti pesanti sulla bilancia dei pagamenti. Il secondo aspetto, di cui già tante volte abbiamo scritto su questo giornale, è l’insopportabilità ormai a livelli diffusissimi delle politiche sociali ed economiche della cricca liberista al governo in Italia. L’attacco ai lavoratori e ai pensionati, con la Finanziaria dei condoni e la legge delega sulla previdenza, è andato così avanti che persino i sindacati “amici” di palazzo Chigi, Cisl e Uil in testa, sono stati costretti a prendere le distanze e a ricercare quell’unità che loro stessi avevano contribuito a distruggere. E siamo al terzo aspetto, quello che racconta di un paese non pacificato, sconfitto ma non piegato e pronto a ritornare in campo per fermare il degrado. In molti casi, come avviene da qualche anno a questa parte, svolgendo un ruolo di supplenza al vuoto d’iniziativa e opposizione politica da parte delle forze di centrosinistra. Così si è arrivati allo sciopero generale del 24 ottobre, cui hanno aderito tutte le forze sindacali confederali, il sindacalismo di base e persino le organizzazioni dichiaratamente di destra e “autonome”. La partecipazione allo sciopero generale è andata al di là di ogni previsione: si è fermato il 70-80 per cento dei lavoratori dipendenti e tutte le città, grandi e piccole, dal nord al sud, dall’est all’ovest del paese sono state invase da cortei di protesta. Il governo, diviso, ha incassato il colpo pur fingendo indifferenza alla protesta sociale, al punto che ha deciso di presentare la delega sulle pensioni così com’era. La Casa delle libertà cerca di dividere i sindacati, usa parole dolci e promesse da mercanti per riagganciare le organizzazioni più moderate ma non può permettersi ripensamenti: l’ennesima riforma delle pensioni, la quinta, sarebbe la carta di scambio per far passare a Bruxelles dei conti pubblici impresentabili. In questa situazione il conflitto sociale si espande a macchia d’olio. Cgil, Cisl e Uil tentano di rafforzare la precaria unità, ritrovata – dopo la rottura sul Patto per l’Italia e sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori – grazie alle politiche “esagerate” del governo, mettendo in cantiere nuovi appuntamenti: per il disastrato Mezzogiorno, contro la riforma padronale della scuola della ministra Moratti, fino a uno sciopero generale di tutta la giornata prima di Natale e a una grande manifestazione a Roma. Ma prima ancora, il pezzo più importante di quel che resta dell’Italia industriale, i metalmeccanici, si fermerà il 7 novembre per uno sciopero generale indetto dalla sola Fiom, con tanto di manifestazione nazionale, naturalmente a Roma. In questo caso, né l’arroganza del governo né la prepotenza dei padroni del settore sono riuscite a ricomporre uno straccio di unità sindacale. La Fiom rivendica il contratto nazionale, negando validità all’accordo separato firmato da Fim e Uilm con l’associazione degli imprenditori del settore, Federmeccanica. E qui sta l’aspetto più scottante di una vicenda che non riguarda soltanto i metalmeccanici ma l’insieme dei lavoratori privati: non esiste in Italia – non l’ha voluta neppure il centrosinistra, quando era al governo – una legge sulla rappresentaza sindacale, di cui proprio in questi giorni sta cercando di dotarsi la vicina Francia. Di conseguenza i padroni sono autorizzati a firmare accordi e contratti con chi ci sta. E anche se le organizzazioni firmatarie sono rappresentative di una minoranza dei lavoratori, l’accordo avrà valore erga omnes. Non solo: ai lavoratori è negato persino il diritto di esprimere con un voto – il referendum – il loro punto di vista su questioni che riguardano la loro vita, il loro lavoro, il loro salario, la loro flessibilità. I loro diritti. Il contratto separato firmato da Fim e Uilm non consente neppure il recupero dell’inflazione reale che ha raggiunto valori più che doppi rispetto a quella programmata, decisa a tavolino dal governo. E non mette limiti alla flessibilità sempre più selvaggia, come invece avrebbe voluto la Fiom che organizza e rappresenta la grande maggioranza del milione e settecento mila addetti del settore. Di conseguenza, l’unica carta rimasta in mano al sindacato dei metalmeccanici della Cgil per tentare di restituire ai lavoratori il maltolto è la lotta. Dall’estate sono state aperte vertenze nella maggior parte delle aziende del settore per conquistare il precontratto, un accordo con i singoli imprenditori che prevede aumenti mensili superiori ai 100-110 euro e fissa una soglia di 10-12 mesi oltre i quali i precari devono essere assunti a tempo indeterminato. Scioperi nelle forme più creative stanno paralizzando l’intera rete industriale metalmeccanica italiana, in alcune regioni come l’Emilia Romagna sono già 150 gli accordi conquistati dalla Fiom. I padroni firmano, vuoi perché il blocco della produzione provoca danni anche pesanti all’economia delle imprese, vuoi perché si rendono finalmente conto che un accordo senza e contro il sindacato più rappresentativo corrisponde a una sorta di suicidio. Al punto che la Confindustria si è sentita scavalcata dai suoi soci e vede la linea dura dello scontro frontale con la Fiom infrangersi contro la realtà, che può più dell’ideologia. Proprio dall’Emilia Romagna è partita una lettera delle organizzazioni confindustriali provinciali, indirizzata al presidente del consiglio Berlusconi e ai presidenti di Camera e Senato, in cui si denuncia una presunta incostituzionalità delle lotte della Fiom e si chiede una legge repressiva per fermarle. La Fiom risponde con serenità: chi è causa del suo mal pianga se stesso, siete voi imprenditori ad aver impedito la pratica della democrazia escludendo il sindacato più rappresentativo dalle trattative contrattuali e impendendo ai lavoratori di dire la loro. Va ricordato che ormai da mesi, in ogni fabbrica dove si vota per l’elezione delle Rsu (i rappresentanti sindacali), la Fiom fa il pieno di consensi. Si può capire, dunque, l’importanza e il valore generale dello sciopero indetto dalla Fiom per venerdì 7 novembre, sostenuto dall’intera Cgil.

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31.10.03

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