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L’operaio-sindacalista che non rinuncia a battersi

di

Stefano Guerra
Dice che deve scrivere, mettere tutto nero su bianco. Ogni pezzetto di carta va bene: un bigliettino, un angolo di foglio, lo spazio tra parole e frasi già redatte da altri. Scrivere subito, per dare un'immediata sicurezza calligrafica a sensazioni e idee, ma anche per evitare che queste poi sfuggano: per non ritrovarsi un giorno a doverle cercare frugando nelle secche della memoria. Logico che oggi l'archivio personale di quest'uomo di 51 anni scoppi. Un piccolo locale nello scantinato e un armadio nello studio al primo piano della sua casa di San Vittore trattengono a stento appunti personali e documenti sindacali, aziendali e "politici" accumulati in 28 anni di Officine, 22 di militanza sindacale attiva, 7 di presidenza della Commissione del personale, 12 di Municipio e decine e decine di riunioni, assemblee, manifestazioni, serate informative e congressi. Bruna, la moglie, ha tentato più volte di fare pulizia: «"alt, toca mia!", non toccare» si è sempre sentita rispondere.
Sulla terrazza di casa, a pochi metri dalle rotaie della vecchia linea in disuso Bellinzona-Mesocco, Gianni Frizzo avverte: «Ho bisogno di paletti, altrimenti vado in mille direzioni». È un generoso, e quando si racconta – in dialetto "d'in su", del Moesano – è un fiume in piena. È di origini vicentine, ma nato e cresciuto tra Roveredo e San Vittore dove i genitori si trasferirono definitivamente alla fine degli anni '50. Sposato con Bruna, due figli di 29 anni e 25 anni (il primo educatore in formazione, il secondo grafico), nonno di due nipoti, Gianni Frizzo è entrato alle Officine Ffs di Bellinzona il 1o marzo 1979. Di formazione tappezziere-decoratore, per vent'anni ha riparato e sostituito i rivestimenti dei sedili di carrozze e locomotive. «Fino al patatrac», esclama: la chiusura del reparto selleria a seguito dell'attribuzione dello stabilimento della capitale alla divisione merci delle Ffs, con la conseguente perdita delle carrozze. Gianni Frizzo lo ricorda come uno dei momenti più duri della sua vita. Si è trattato, a 44 anni, di imparare un nuovo mestiere. Assieme ad alcuni colleghi è tornato sui banchi di scuola: due giorni la settimana, per due anni, all'Arti e mestieri di Bellinzona per ottenere un certificato di manutentore di veicoli ferroviari. Da allora lavora nel reparto avvolgitori.
Quando si parla di sindacato, Gianni Frizzo si infiamma. «Grandi denunce, proclami, ultimatum: ma l'azienda (Ffs Cargo, ndr) ha sempre tirato dritto per la sua strada. Il sindacato invece è rimasto indietro, arranca, e ha perso la capacità di mobilitare i lavoratori». Iscritto al Sindacato del personale dei trasporti (Sev) dal '79, dal '93 Frizzo è presidente della sezione materiale rotabile (Rm) dello stesso Sev, carica alla quale nel 2000 si è aggiunta quella di presidente della Commissione del personale (Cope) del settore manutenzione in Ticino. Un doppio ruolo che non piace alla direzione delle Officine e che anche all'interno del Sev qualcuno non vede di buon occhio. Lui lo difende con «la necessità che il sindacato si rafforzi sul luogo di lavoro».
La «latitanza sindacale» e la determinazione con la quale Ffs Cargo porta avanti la sua offensiva strategica per adeguarsi alla "realtà" del mercato, hanno messo Gianni Frizzo di fronte a nuove sfide. Da un lato, l'operaio-sindacalista volente o nolente oggi si ritrova a giocare su un terreno che conosce poco, a confrontarsi con i vertici dell'azienda su temi relativamente nuovi come i metodi di gestione del personale, il lavoro interinale, il livello dei prezzi sul mercato della manutenzione, ecc. Uno sforzo enorme, che per «un testardo come me», afferma, si traduce tra le altre cose in ore di navigazione su internet alla ricerca di testi d'approfondimento sul Kaizen (vedi a pagina 10)… Dall'altro, vi è la faticosa presa di coscienza che ogni cosa ha i suoi tempi: «Ho cambiato atteggiamento, sia nel rapporto con il prossimo che con i miei colleghi – racconta Gianni Frizzo –. Prima, quando si organizzavano manifestazioni e pochi si facevano vivi, tendevo a prendermela con loro, ad accusarli di passività. Poco a poco però ho maturato la convinzione che mobilitare delle persone in difesa del loro posto di lavoro è un impegno di lunga durata. Ma ho dovuto fare tutto un lavoro su me stesso per convincermi». Non si sente mai solo? gli chiediamo: «No, solo no. Molti colleghi mi spingono: "vai avanti, siamo con te". Forse ho troppa fiducia nella gente, non lo so. Ma è un fatto che il disagio c'è, lo si sente anche se lo si vede poco. È troppo comodo stare a contare gli operai presenti a una manifestazione: i motivi che spingono qualcuno a non uscire allo scoperto possono essere molti, dalla mancanza d'abitudine alla paura perché c'è una famiglia da mantenere, ecc. Se i lavoratori non si fanno vedere è perché non si sentono abbastanza protetti, ma questa protezione non gliela posso dare io, è responsabilità dei vertici sindacali. Io non giudico nessuno, posso parlare solo per me: non sono un incosciente, e ci penso ogni giorno al rischio di perdere il lavoro. Ma a un certo punto devi fare una scelta: io non ce la faccio a rinunciare a battermi per le mie idee, per i valori in cui credo».
Dopo oltre un ventennio di militanza sindacale, di soddisfazioni e bei momenti ma anche di delusioni cocenti e una costante frustrazione di fondo, in Gianni Frizzo affiora una certa stanchezza. «22 anni sono un po' tanti, forse sarebbe ora di farsi da parte», dice sorridendo. «Vengo sollecitato spesso sul posto di lavoro, e nel limite del possibile ascolto sempre, cerco di dare una mano. In certi momenti – confessa – mi sento stanco, vuoto, schiacciato da problemi che ti "prendono" troppo. Ho un vantaggio: che mi risollevo velocemente, e che riesco a dare il meglio di me quando sono sotto pressione. Devo sempre lottare per trovare la giusta tensione, il punto di equilibrio tra quel rilassamento che mi fa paura perché non mi permetterebbe di dare il meglio di me e quel sano rilassamento che invece mi aiuta a non rivangare il passato, a non rimuginare su problemi sindacali che mi fanno prendere rabbia». «Ultimamente – osserva – qualche passo avanti lo sto facendo: la biografia di Tiziano Terzani, il romanzo "Cecità" di José Saramago...».
Quando la frustrazione affiora, Gianni Frizzo oggi dichiara di volersi «liberare un giorno da tutte le etichette: di partito, di sindacato, eccetera». Qualche passo l'ha già fatto: pochi anni fa restituì la tessera del Partito socialista, avvicinandosi poi alla sinistra radicale ticinese; inoltre, assieme a Bruna – e, occasionalmente, ai figli e alla mamma Fernanda – da qualche anno ha scoperto nel variegato movimento no-global nuove ragioni di speranza, o semplicemente un'inedita dimensione dello star bene. Quando smette di parlare di questioni sindacali e la rabbia sbolle, il sindacalista-noglobal si entusiasma parlando del Forum sociale europeo di Firenze nel 2002, di quello di Parigi nel 2004, o di una manifestazione contro la guerra in Iraq a Berna nel 2003. Scherzando, dice che un giorno scriverà un libro sulla sua vita di sindacalista. Se e quando lo farà, non sarà più per trattenere, per evitare che qualcosa sfugga. Sarà per lasciar andare, e allora qualcos'altro arriverà.

Pubblicato

Venerdì 6 Luglio 2007

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