Alvaro Bizzarri, l'operaio diventato regista per documentare la condizione degli immigrati italiani in Svizzera, è certamente un personaggio originale nel panorama cinematografico. L'uscita di un dvd con i suoi film più importanti e l'omaggio che gli ha reso ad agosto il Festival di Locarno sono stati l'occasione per intervistarlo
Sono arrivato nel 1955 per lavorare come saldatore in una fabbrica nel canton Argovia. Furono le difficoltà finanziarie del commercio che la nostra famiglia aveva in Italia ad avermi spinto con mio padre sulla strada dell'emigrazione. Il progetto era di stare in Svizzera qualche mese, il tempo di riequilibrare le finanze. Alla fine ci sono rimasto 43 anni.
E al cinema come ci arrivò?
Tutte le sere tornando dal lavoro passavo davanti alla vetrina di un negozio di apparecchi fotografici a Bienne. Vedendo le belle cineprese esposte mi dicevo che con quelle si sarebbe potuto raccontare la storia di noi emigranti, la nostra condizione. Avevo delle competenze commerciali e, spinto dalla volontà di manovrare una cinepresa, riuscii a farmi assumere in quel negozio. Io ero anche responsabile delle attività culturali alla Colonia libera italiana (Cli) di Bienne, organizzavo delle proiezioni alla domenica con dei film che noleggiavamo. E dopo la proiezione si discuteva dei film visti. Più di ogni altro mi colpì molto Il cammino della speranza di Pietro Germi, film del 1950 che trattava appunto il tema dell'emigrazione di noi italiani in Francia. E mi chiedevo se non fosse il caso di raccontare anche la nostra storia, di emigrati in Svizzera, e in particolare le discriminazioni che vivevano gli stagionali. Io non ero stagionale, ma vedevo che loro vivevano sotto uno statuto discriminatorio: all'epoca c'era un certo dibattito sulla stampa sulle espulsioni dei bambini figli di stagionali. Da questi stimoli ho scritto poco per volta una storia e, dopo aver appreso i primi rudimenti dell'uso della cinepresa, ho iniziato con Nel treno del sud, cui è seguito Lo stagionale.
I suoi film erano autoprodotti?
Sì, ma beneficiavo dell'aiuto della Cli. Volevo mettere in risalto anche il nome della Cli di Bienne, dimostrare che non solo si proiettavano film, ma che pure se ne realizzavano, che si produceva cultura. Dopo alcuni anni, avendo capito che c'era anche la possibilità di ricevere aiuti finanziari, li ho cercati. Ad avermi aiutato furono la tv svizzera e poi quella germanica, che avevano diffuso i miei film. La Confederazione invece ha sempre rifiutato ogni mia richiesta di sostegno finanziario, dalla prima all'ultima.
Per quale ragione?
I rifiuti erano motivati con formulazioni generiche. Solo in seguito capii che i rifiuti erano motivati politicamente. Per anni fui controllato, cosa che scoprii nel 1989 quando emerse lo scandalo delle schedature. Ricevetti un dossier spesso alcuni centimetri, con pagine mancanti che non mi sono mai state consegnate. Fui spiato per decenni, in pratica da quando avevo cominciato a fare del cinema. Erano annotati tutti i miei movimenti e i miei incontri: ho ritrovato momenti di cui mi ero completamente dimenticato. Ero sospetto perché facevo film e li mostravo. Ci sono alcune pagine in cui si parla di me come un elemento pericoloso per la sicurezza svizzera. Ad esempio è annotato tutto un mio viaggio a Mosca per il festival del cinema dove avevo proiettato un mio film, con tutti gli incontri preparatori presso l'ambasciata sovietica a Berna.
Chi erano i suoi attori?
Gli attori li sceglievo solitamente fra i miei amici. Non mi interessava avere attori veri. Attori professionisti li ho avuti soltanto per un film in lingua tedesca, Pagine di vita dell'emigrazione, che ho girato con mezzi della tv tedesca Zdf con attori tedeschi e in tedesco. È un film che per episodi cerca di coprire tutto l'arco di un percorso emigratorio. Ed è un percorso abbastanza negativo. Ma lo rivedo volentieri, mi soddisfa. Poi di quel film ne ho fatta una versione italiana, e per il doppiaggio ho usato come sempre dei dilettanti, amici miei.
All'epoca il film svizzero di riferimento sul tema dell'immigrazione era Siamo italiani di Alexander J. Seiler, uscito nel 1964. Lei quel film lo conosceva?
No, non ne avevo mai neppure sentito parlare. Solo in seguito l'ho visto e ho conosciuto l'autore. Girando Lo stagionale ero partito soltanto con l'intento di avere in mano un documento per mostrare agli stagionali come in uno specchio la loro condizione, affinché non subissero supinamente le ingiustizie legate al loro statuto. E affinché avessero un moto di ribellione verso la loro condizione. Cosa che poi non è avvenuta, perché gli stagionali erano in Svizzera con l'obiettivo di guadagnare qualcosa per far vivere le loro famiglie, ed erano già contenti di poter anche solo vivere in quella condizione.
Il suo era dunque un intento didattico e di mobilitazione verso gli stagionali più che di denuncia nei confronti della società svizzera.
Sì, la denuncia è venuta in seguito, quando ci siamo resi conto che gli svizzeri non conoscevano nel modo più assoluto le condizioni di vita degli stagionali. Lo hanno capito vedendo il film alla tv. La loro reazione fu abbastanza positiva nei confronti del film, e contribuì a far prendere coscienza delle ingiustizie di cui pativano gli stagionali a loro insaputa. Lo stagionale poi ha continuato ad essere visto nei decenni successivi, anche ora che ha 38 anni, quasi come monito a non ripetere le ingiustizie del passato.
La ricezione dei suoi film da parte degli immigrati all'epoca non era però per nulla entusiasta. C'era quasi un rifiuto nel vedere sullo schermo la loro condizione.
Se non un rifiuto, per lo meno un'apatia nei confronti di un riscontro della loro condizione vista sullo schermo. La loro mentalità li portava fino ad essere orgogliosi della loro condizione, perché avevano quello che ritenevano un privilegio di venire a lavorare in Svizzera per 9 mesi, mentre al paese rimaneva chi non aveva nemmeno questa possibilità. Può darsi quindi che alcuni di loro si siano sentiti messi in vetrina senza nessun effettivo riscontro nella realtà.
C'è stata una circolazione dei suoi film in Italia?
No, tranne proiezioni episodiche in alcuni festival e presso alcuni cineclub. Proprio nel film Lo stagionale c'è un episodio che illustra l'indifferenza della madre patria verso i suoi figli all'estero: se persino il consolato ne ignorava le richieste, figurarsi il governo a Roma. D'altra parte il cineasta ha spesso una sensibilità diversa dal popolo. Non è un caso che il popolo italiano abbia scelto di avere Berlusconi come capo del governo. Il popolo italiano segue la massa come un grande gregge di pecore. Non lo stimo. Stimo molto di più i popoli europei fuori dai confini d'Italia.
Perché allora è tornato a vivere in Italia?
Perché è casa mia, e perché mia moglie mi ci ha spinto.
Qual è oggi il suo giudizio complessivo della sua permanenza in Svizzera?
Ho un giudizio positivo in tutti i sensi, malgrado la schedatura da parte della polizia federale. Era la loro maniera di difendere la loro neutralità, il loro piccolo mondo. Il solo neo è che non ho avuto aiuti per sviluppare il mio tipo di cinema, per fare film più importanti, a livelli più alti. Perché se un cineasta non viene aiutato dalle istituzione piano piano si trova emarginato e perde anche la combattività. Però in Svizzera non si vive male, la gente è seria. Quanto al mio periodo da operaio, è stato tutto sommato breve e mi ha permesso di imparare a fare delle cose con le mani che non sapevo fare. Per non averlo mai fatto prima quindi anche il mio periodo da operaio in Svizzera è stato positivo.
E lei sta ancora girando un film…
È un documentario sulla famosa strage nazista del 12 agosto 1944 a Sant'Anna di Stazzema, un paesetto poco lontano da casa mia in Toscana. Furono uccise 560 persone, in prevalenza donne, vecchi e bambini. Uccisero tutti in questo paese, persino gli animali. I nazisti pensavano fosse un covo di partigiani mentre invece, come in tante altre occasioni, i partigiani erano nelle vicinanze ma non si mischiavano alla popolazione. 10 ufficiali delle Ss sono stati processati e condannati all'ergastolo con sentenza definitiva nel 2007, anche se nessuno di loro farà mai un giorno di galera. Ma almeno il processo ha reso un po' di giustizia ai superstiti e ai famigliari delle vittime.

Impegnato, coerente, intransigente

La Svizzera sta riscoprendo Alvaro Bizzarri, l'operaio-cineasta che negli anni '70 documentò e denunciò le difficili condizioni di vita dei lavoratori immigrati in Svizzera e delle loro famiglie. Sapeva di cosa parlava, perché anche lui, Bizzarri, era venuto in Svizzera per lavorare. Il Festival di Locarno gli ha appena dedicato un omaggio, proiettando il film probabilmente più significativo della sua carriera, "Lo stagionale" (1971), e alcuni spezzoni tratti da "Pagine di vita dell'emigrazione" ('75). Il primo fu girato con una camera amatoriale 8 mm e con un intento didattico che oggi può apparire ingenuo. Ma fu grazie al suo successo di "Lo stagionale" che Bizzarri poté acquistare una più professionale cinepresa 16 mm, con la quale girò "Pagine di vita dell'emigrazione", un lavoro forte e a tratti audace, poetico e al tempo stesso impietoso. Nella filmografia di Bizzari figurano anche "Il treno del sud" ('70), "Il rovescio della medaglia" ('73) e "Touchol" ('90), tutti film che trattano il tema dell'immigrazione italiana in Svizzera. Oggi Bizzarri è tornato a vivere in Italia, a Pistoia, e continua con modestia a fare il suo cinema impegnato, coerente, intransigente.

Pubblicato il 

11.09.09

Edizione cartacea

 
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