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L'offensiva delle lingue e le ragioni delle radici

di

Cristina Foglia
Difendiamo le nostre radici: davanti all’offensiva dell’inglese e alla perdita progressiva dell’ identità noi ticinesi parliamo dialetto. Le strade di paese (specialmente i paesi vicini alla città) riscoprono antichi nomi in dialetto: Via strecia, Cort da la gesa, Tèra d’sura. Recuperi rurali. Sulle pagine delle riviste e in televisione sono nate rubriche e talk-shaw, pardon, ciciarad, in dialetto. Ma il dialetto dei nostri giorni suona poco rurale: «Samantha, pizza ‘l computer e taca dent la stampant!» – «Bon, ma ti dic ala Leyla da preparà l’speech…». Alla Rsi il dialetto non ha bisogno di “rivendicare spazi”, come si diceva in gergo studentesco. Ci abita da sempre e non solo nelle popolarissime domeniche popolari. Dal «Sciur maestru….la sciura Gina da Massagn la scriv che la so edera l’è diventada gialda….» dell’Ora della terra fino ai consigli in diretta del giardiniere Manetti con la sua bella parlata schietta senza un attimo di esitazione. Recentemente sono state ritrasmesse anche le storie di come sono nate le bande di paese, che sugli stendardi si definivano pomposamente civiche filarmoniche, ma che i suonatori chiamavano semplicemente “müsica”. Storie semplici e spesso comiche, come quella del veterano che racconta come la neocostituita “Müsica” era stata chiamata a suonare a un funerale. Era il primo vero ingaggio e non si poteva dire di no, solo che i musicisti avevano preso a malapena qualche lezione di solfeggio. Fatto sta che non sapevano suonare e decisero di non presentarsi al cimitero… («i’è ammò lì a spetag adess…»). Era il dialetto di “come eravamo”, venato di nostalgia. Quello che oggi si vuole riproporre come voce autentica è un altro dialetto. È stato fatto risuscitare e forse per questo sa di morto. «Non è vero» dicono voci anche autorevoli. Ci sono ancora persone che parlano un bellissimo dialetto. Giustissimo, ma la maggior parte di noi ha subito le contaminazioni di altri dialetti ticinesi, oltre che di altre lingue. E se i verzaschesi emigrati in America avevano saputo ingoiare e digerire espressioni inglesi per ributtarle fuori in dialetto (Son of a bitch = sonababìc) noi non siamo più capaci. Le parole nuove sono troppe e ne arrivano di continuo portate da un più alto livello di istruzione oltre che dalle nuove tecnologie. E allora ci tocca accettare il ridicolo di certe costruzioni che sono una vera propria traduzione in dialetto di una frase concepita in italiano. «Bisögna ciapä i difes dal dialett. Natüralment in dala misüra in cüi a podum dimusctra l’esisctenza da una nostra scpecificità cültüral….» Scüsem, ma mi ma ricugnosi mia….

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Venerdì 6 Settembre 2002

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