< Ritorna

Stampa

 

L'iride copritutto che copre tutti

di

Loris Campetti
da Roma Al posto degli ombrelli alle prime gocce d’acqua o dei fazzoletti da naso e accendini nelle giornate di sole, ora i cingalesi vendono bandiere arcobaleno. Hanno scoperto la pace come affare, perché non sono più sufficienti a soddisfare la domanda i punti vendita delle Coop, né i giornali di sinistra in edicola arcobalenati a prezzi maggiorati. Così, spuntano agli incroci delle città bancarelle improvvisate da dove garriscono i simboli della pace al posto delle bandiere della Roma o della Juventus. Business is business, il prezzo di una bandiera alla Borsa della pace oscilla tra i 3,5 euro nei punti vendita militanti ai 7, persino 10 euro sul libero mercato non protetto; dal più isolato villaggio di montagna alle aree metropolitane, è in atto una gara virtuosa tra palazzi e balconi a chi è più pacifista tra gli italiani. Ormai a piedi, in macchina come in tram si viaggia a naso in su, si controlla il protagonismo del proprio quartiere e quello del quartiere vicino. Chi abiterà in quella casa arcobaleno: un comunista? Un cattolico? Un operaio? Uno studente? Da settimane in Italia qualsiasi appuntamento, politico o culturale, sindacale o ricreativo, si trasforma automaticamente in una improvvisata manifestazione contro la sporca guerra anglo-americana in Iraq. Così capita che inneggino alla pace i cinquantamila atleti della Maratona di Roma, così come i 200 mila contadini convocati nella città eterna dalla Cia (per uno scherzo del destino è questo l’acronimo della Confederazione italiana agricoltori) per le quote latte e in polemica con la politica agricola del governo Berlusconi e dell’Unione europea. Abbiamo ancora davanti agli occhi lo sguardo incredulo dell’attempata turista giapponese che a Piazza Venezia osserva le bandiere verdi dei contadini sfilare dietro lo striscione arcobaleno “La Cia contro la guerra”. Anche lo sciopero generale della scuola contro la ministra Moratti, il primo unitario da decenni a cui aderiscono dalla Cgil ai Cobas, dalla Cisl ai sindacati autonomi, è l’occasione per far sfilare insieme studenti, tecnici e professori che inneggiano alla pace, chi ripropone le parole appassionate del papa polacco, chi scandisce slogan militanti contro la Nato e la Cia (quella vera a stelle e strisce). Nei cortei più disparati, intorno alle basi americane o addirittura all’interno degli stadi di calcio come a Venezia, dove il pacifismo ritarda l’avvio della partita, giovani “disobbedienti” e suore settantenni procedono a braccetto nella stessa direzione di marcia. In questo scenario antibellico che le bombe assassine su Baghdad e Bassora fanno brillare ancor più dei colori dell’iride, persino il comatoso centrosinistra italiano torna a respirare. L’Ulivo chiede la fine dell’ipocrisia berlusconiana («Siamo un paese non belligerante») e sbugiarda la Casa delle libertà che su ordine americano espelle i diplomatici iracheni, o finge di non sapere che dalla base militare di Aviano partono le truppe aviotrasportate dirette nel nord Iraq. Non è più solo il movimento pacifista o Rifondazione comunista a chiedere il blocco della concessione degli spazi aerei e dell’uso delle basi ai paesi belligeranti, ma l’intero centrosinistra. Tutto bene, allora? Finalmente l’opposizione sociale si salda con quella politica? Le cose purtroppo non stanno così. Nonostante il ruolo fondamentale di collante svolto dalla Cgil, motore della battaglia pacifista, i due mondi restano distanti. L’Ulivo sembra interessato soprattutto alle elezioni amministrative di maggio in molte città italiane e per questo si ammanta di pace, ma non riesce ad aprirsi ai movimenti e alle loro culture. Anzi li teme, al punto che l’assemblea dell’Ulivo continua a essere rinviata proprio in seguito allo scontro interno sul ruolo che potrebbe e dovrebbe avere la società civile nella politica d’opposizione. Rutelli e Fassino temono di più Sergio Cofferati, Vittorio Agnoletto e Nanni Moretti che non i berlusconidi, difendono il loro piccolo mondo antico che non disdegnava guerre giuste e umanitarie contro la Serbia e temono contaminazioni movimentiste. Così si spiega il paradosso delle due manifestazioni contro la guerra di sabato scorso a Roma: una dei partiti di centrosinistra a piazza del Popolo, l’altra nel centro della capitale con il movimento, i cattolici e i comunisti, la Cgil e la Rete Lilliput, l’Arci, Emergency e i Cobas. Colpa degli opposti settarismi? Solo in parte, e non tutte le colpe sono dello stesso peso. Ci sarà una ragione se culture diversissime riescono a convivere nei social forum, senza egemonismi e settarismi, anzi crescendo e aggregando componenti nuovi della società civile, mentre le forze politiche d’opposizione rinsecchiscono in una rissa che sempre più le isola da quella che fu e potrebbe essere la loro base sociale? Si può capire che il movimento in tutte le sue componenti rifiuti di essere cooptato sotto bandiere scolorite, ospite tollerato in una manifestazione di partiti mentre esplode lo scenario internazionale e vengono cancellati la Costituzione italiana (nell’articolo 11 c’è il ripudio della guerra), l’Unione europea, l’Onu e persino la Nato. Alla fine, dunque, le manifestazioni sono state due. Peccato, meglio comunque che nessuna. Il movimento infatti non si ferma, e ancora sabato in tutte le città d’Italia e d’Europa si tornerà a marciare insieme, papalini e disobbedienti. Ci saranno anche i partiti d’opposizione, ospiti di un movimento che li travalica.

Pubblicato

Venerdì 28 Marzo 2003

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Venerdì 4 Giugno 2021