Politica

L’ipocrisia del freno alla spesa pubblica

Ci sono due principi che nella logica comune (associata al buon senso) o nella politica economica (che si confonde con il bilancio dello Stato) hanno assunto grande peso. Il primo dice che non puoi dare (sussidiare, investire) se non disponi. Il secondo conclude e sentenzia che devi crescere e creare ricchezza, prima di intervenire socialmente o umanamente.


Da quei due principi cadono a pioggia ideologie, atteggiamenti, conseguenze, che segnano la vita di una comunità e di ognuno di noi. In termini concreti, è sulla base di quei principi che si è arrivati a introdurre nella Costituzione federale il freno all’indebitamento (articolo 126) e, a livello cantonale, il cosiddetto decreto Morisoli, accettato dal popolo, che impone pure che la spesa è da contenere “agendo prioritariamente sulle uscite senza aumentare le entrate” (la vera preoccupazione).


Il freno all’indebitamento, imposto come legge, è un non-senso economico prima ancora che politico. Per il semplice motivo che è la realtà del momento che determina il ricorso a finanziamenti (e quindi anche a indebitamenti) improcrastinabili, sia da un punto di vista economico, pena una grave crisi o un crollo, sia da un punto di vista politico, pena artificiose scelte e rinunce, soprattutto di carattere sociale, che rendono ancora più moralmente insostenibile l’azione dello Stato. L’esempio significativo l’abbiamo avuto con la lotta alla pandemia e alle sue conseguenze: con clamore rivendicativo degli stessi ambienti economici, gli stessi che avevano proposto e sostenuto il freno all’indebitamento, ci si è dovuti “indebitare” di botto di oltre 30 miliardi di franchi per evitare il peggio.


Alle volte è bene guardare cosa capita in casa d’altri per rendersi conto delle fesserie importate in casa propria. L’idea del limite al disavanzo dei conti pubblici l’abbiamo importata dalla Germania, che ne ha fatto, anche per un proprio complesso storico, un obbligo estensibile a tutta l’Europa: la “Schuldenbremse” o freno alla spesa è diventata principio e condizione politica, economica, morale.


Mentre nel Ticino si protestava nella pubblica piazza contro i “tagli” dello Stato (che incidono sui settori sociali e dell’educazione), in Germania si scopre che la “Schuldenbremse” è diventata “Sondervermögen”. Per dirla in termini semplici e nostri: il freno alla spesa, istituzionalizzato, è talmente irrazionale e impraticabile – se si vuole salvare economia, coesione nazionale, obblighi etici-societari – che costringe all’ipocrisia politica e all’illegalità.

 

Che cosa è successo nella realtà? Si è via via costituita la scappatoia di una lunga serie dei fondi speciali (Sondervermögen) i cui conti non rientrano però  nelle statistiche ufficiali dello Stato e corrono a lato del suo bilancio. Lo si è fatto per affrontare le conseguenze della crisi finanziaria, per le inondazioni, per la pandemia da Covid, per la guerra in Ucraina, per la crisi climatica. Insomma, ogni volta che si è presentata una
realtà “speciale”, il governo scorpora, accantona la sua cosiddetta predilezione storica contro la spesa e il debito, per farvi fronte. Ed è giusto: piuttosto che lasciar morire il paese, meglio salvarlo anche in quel modo.


Tuttavia, mentre insegnavano e imponevano  a tutti i paesi europei il rigore dei bilanci, i politici e dirigenti tedeschi  si “costruivano” già alla fine del 2022 un debito pubblico di 522 miliardi di euro nascosto nei Sondervermögen. E il bisogno di finanziamento pubblico tedesco per quest’anno non è di 46 miliardi di euro, come indicato ufficialmente dal bilancio dello Stato, ma di oltre 190 miliardi.

Pubblicato il

30.11.2023 14:52
Silvano Toppi
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