Ogni tanto nasce il dibattito – spesso pretestuoso e inutile – sull’invenzione che ha maggiormente modificato la nostra vita. C’è chi dice l’energia elettrica, chi la possibilità di volare, chi la penicillina. Tutte invenzioni sicuramente utilissime, alcune hanno permesso di salvare milioni di vite umane, eppure, a mio modestissimo parere, un’altra invenzione ha profondamente modificato la percezione stessa della nostra vita: la possibilità di riprodurre in maniera statica – attraverso la fotografia – o dinamica – attraverso il cinema – la nostra quotidianità. Prima della fotografia (e dunque anche del cinema), ci si doveva affidare dapprima alla memoria orale, poi a quella scritta, o ancora all’interpretazione soggettiva del disegno. Il cinema ci ha permesso dapprima di riprodurre la realtà, poi di modificarla, di raccontare delle storie, di far sognare e di intervenire direttamente sull’immaginario collettivo di tutta l’umanità, o quasi. Se il cinema dunque è un elemento cardine della nostra quotidianità, i festival sono il luogo dove questa natura viene esaltata, e Cannes è sicuramente la capitale di questo paese dell’immaginazione. A Cannes, per parafrasare la Rai, c’è di tutto, di più: nel 2002 sono state accreditate 28 mila 712 persone, tra compratori, giornalisti, professionisti del cinema; in una giornata-tipo vengono presentati circa 190 film nelle oltre 40 sale; i giornalisti possono andare a vedere il primo film alle 8:30 del mattino, l’ultimo a mezzanotte. Perché questa giostra di numeri? Non certo per compatire i “poveri” giornalisti (nessuno li obbliga…) ma per sottolineare come, in un luogo come questo, la possibilità di comunicare diventa difficile, sempre più difficile. Per ogni film troverai sempre qualcuno che grida al miracolo, e qualcun altro che lo metterebbe volentieri al rogo, ci sono eventi mediatici che convogliano l’attenzione di tutti, e altri che vengono dimenticati, ignorati, o enfatizzati, mitizzati. Nessun giornale per esempio, ha tralasciato di mettere in evidenza che Charlotte Rampling, protagonista di Swimming Pool di François Ozon, ha accettato di farsi riprendere nuda all’età di 58 anni, invece di domandarsi se questo mostrarsi senza veli aveva una motivazione narrativa; Lars von Trier, magistrale autore di Dogville, ha dovuto cedere tutta l’attenzione alla sua pur brava interprete Nicole Kidman; o ancora tutti hanno voluto interpretare il film di Gus van Sant Elephant come un remake della strage di Columbine, dimenticando le riflessioni generali sulla violenza, la solitudine e l’incomunicabilità della nostra società. Ma il cinema allora ci aiuta a comunicare? Forse, magari però sono alcuni giornalisti che complicano questo flusso comunicativo…

Pubblicato il 

23.05.03

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