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L’intervento pubblico tra contraddizioni e paradossi

di

Silvano Toppi

La crisi economica in cui ci ha buttati, e sta ributtandoci, la pandemia ha da un lato seppellito dogmi venduti negli ultimi quarant’anni come assoluti e ha d’altro lato fatto emergere  tentativi d’uscita che, economicamente, non sono senza contraddizioni e assumono persino un che di paradossale.


Un dogma che è stato almeno apparentemente seppellito è quello dello Stato che non deve metter mano nell’economia. A un’economia sana e forte bastano il libero mercato, che tenderà sempre ad aggiustarsi e riequilibrarsi da solo e l’interesse e l’iniziativa dei privati che, non disturbati da briglie e pastoie statali e non gravati da imposte, sanno farne girare il motore. Il maledetto virus ci ha posto da vari mesi e, ora, in maniera sempre più drammatica, un interrogativo che è il problema centrale: chi ha la capacità di garantire – e forse per chi sa quanto tempo – ai vari operatori economici (imprenditori, lavoratori) un freno al calo continuo del loro reddito? La risposta è stata subito invocata da tutti: lo Stato può e deve intervenire (Confederazione, Cantone). Ed è ciò che è avvenuto. Capita spesso, quando fa comodo, nella politica, ma anche nelle facoltà di economia, ritinteggiare le bandiere sventolate per anni come verità inviolabili. Lo Stato ha così subito irrorata l’economia di miliardi, permettendo alle imprese di avere un accesso facile al credito presso le banche (che se ne sono fatte merito loro) per non chiudere, mantenere la produzione, compensare la perdita della cifra d’affari, far fronte alla disoccupazione parziale, evitare licenziamenti.


Buona cosa e giusta politica,  impostata sul coraggio della maggior spesa, anche a costo di un forte indebitamento pubblico. Dove sta quindi la contraddizione o il che di paradossale? Sta, in termini tecnici-economici, nel sostenere più l’offerta che la domanda.


Diciamola in termini semplici. Noi abbiamo oggi una domanda (di prodotti, di beni) che risulta già ampiamente insufficiente ad assorbire o smaltire la produzione attuale delle imprese. Dapprima per evidente calo o carenza di reddito spendibile, risultato, ma non solo, dalla pandemia. Poi per i comprensibili timori o insicurezze del consumatore o per il calo della domanda generalizzatosi in tutti i paesi dove esportiamo. Appare quindi poco probabile o addirittura irrazionale che le imprese si mettano ad aumentare ancora la produzione e, quindi, anche l’occupazione o gli stipendi e i salari, se già hanno serie difficoltà a smerciare le scorte che, soprattutto di questi tempi continuano ad accumularsi nei loro magazzini. Dunque, a rigor di logica prima ancora di necessaria scelta politica, bisognerebbe maggiormente concentrarsi sulla domanda, con interventi generalizzati a forte sostegno del reddito disponibile e quindi spendibile (aumento della domanda) delle famiglie, che è pure la via maestra per restaurare la fiducia e ridare nuova opportunità all’offerta, agli imprenditori.

 

«Applicare una ricetta medica in maniera errata può avere una serie di effetti indesiderabili, se non addirittura nocivi», dice Sergio Rossi, professore di economia all’Uni di Friborgo, commentando questa sorta di distorsione economica. Con il rischio di ridar fiato ai dogmatici dell’antistato i quali torneranno a sostenere che l’intervento pubblico risulta inutile e dannoso perché non solo non rilancia il prodotto interno lordo, ma ci riempie di debiti, paventando ovviamente futuri inevitabili aumenti d’imposta.

Pubblicato

Giovedì 5 Novembre 2020

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