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L’internamento che uccide

di

Francesco Bonsaver

Skander Vogt, dopo una lunga agonia durata 90 minuti, muore asfissiato, deriso e disprezzato da alcuni secondini. Aveva trent’anni. Dopo aver accumulato alcune condanne per una serie di reati anche gravi, nel 2001 entra in carcere per scontare una pena di venti mesi. Vi resterà per nove anni, trasformato in internamento a tempo indeterminato, giudicato pericoloso per la sicurezza pubblica. Gli ultimi cinque anni li vivrà in isolamento totale. Finché, il 10 marzo 2010, nel carcere di Bochuz (Vaud) i secondini gli tolgono la radio, unica distrazione nella sua cella. Per protesta, la notte dà fuoco al materasso. Mentre le guardie attendono un’ora e mezzo l’arrivo dei reparti anti-sommossa per farlo uscire dalla sua cella, Skander Vogt muore soffocato dai fumi. La trascrizione dei colloqui tra i servizi cantonali in quei novanta minuti, resi pubblici da Le Matin, è agghiacciante.

 

La Procura pubblica vodese aveva classato la morte di Vogt con un decreto di non luogo a procedere. Il Tribunale federale ha invece intimato la riapertura del caso e il processo si è tenuto qualche settimana fa. Il procuratore ha chiesto tra i 20 e i 60 giorni di indennità, sospesi con la condizionale, per tre guardie carcerarie. Il verdetto è atteso per il 9 gennaio.


La detenzione indefinita di Vogt, contro la quale si era spesso ribellato,  è il frutto dell’8 febbraio 2004, quando popolo e cantoni accettarono a grande maggioranza l’iniziativa popolare “internamento a vita” per i delinquenti sessuali o i violenti giudicati molto pericolosi.


Nella Costituzione elvetica venne dunque scritto un nuovo articolo, il 123. Il principio costituzionale dovette poi essere tradotto in disposizioni di legge. Nacque così l’articolo 64 del nuovo codice penale, che trasformò non poco il principio. L’internamento a tempo indefinito fu esteso a una serie di reati contro l’integrità delle persone. Una lista ben più lunga dei reati di pedofilia o di crimini sessuali sui quali il popolo si era espresso. L’articolo 64 può essere inflitto a chi è stato condannato per un reato punibile fino a cinque anni, anche se nella realtà è stato condannato solo a pochi mesi. Vale la pena ricordare che la punibilità fino a 5 anni equivale alla quasi totalità dei reati previsti dal codice penale elvetico. Infine, dettaglio non di poco conto, non è importante se l’autore abbia commesso il reato o l’abbia solo progettato. Potrà essere ugualmente internato.


I critici dell’articolo 64 sottolineano come una persona possa essere incarcerata per anni senza alcuna certezza scientifica che sia pericoloso per la società. Altri vi vedono uno scaricare le responsabilità dai giudici agli psichiatri. E la stessa comunità scientifica di questi ultimi è divisa sulla capacità di prevedere la potenziale pericolosità di una persona nel futuro. Come raccontato dal giornale Wochenzeitung nel caso di Andreas Schmid, un giurassiano sottoposto all’articolo 64, sono state realizzate tre perizie psichiatriche per valutarne la pericolosità pubblica. Tutte e tre hanno dato esito diverso.

Pubblicato

Giovedì 5 Dicembre 2013

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