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L’inserzionista è padrone

di

Claudio Carrer
Leggendo gli articoli sulla vicenda dei negozi Migros e Coop di Maggia (rimasti aperti per un paio di mesi fino alle 19 senza la necessaria autorizzazione cantonale) apparsi lo scorso fine settimana sui giornali ticinesi, mi è riaffiorato alla mente un episodio risalente a oltre una dozzina di anni or sono, quando lavoravo come redattore praticante in un quotidiano.

Un episodio spiacevole dal punto di vista professionale ma, per un giornalista alle prime armi, pure assai istruttivo, perché mi consentì di provare per la prima volta l'"ebbrezza" della censura e di conoscere il vero "padrone" del giornale per cui lavoravo (e di quelli concorrenti, naturalmente).
Tra le mani avevo una sentenza (cresciuta in giudicato e dunque definitiva) che condannava un gigante della grande distribuzione a pagare un risarcimento di parecchie migliaia di franchi a un'ex dipendente licenziata abusivamente con motivazioni infamanti poi rivelatesi infondate. Si trattava di un piccolo scoop giornalistico. Scrissi l'articolo, che ottenne persino l'onore della prima pagina. In serata arrivò però in redazione la chiamata del direttore della catena di negozi interessata che io stesso avevo precedentemente cercato per una reazione. All'altro capo del telefono trovai però una persona infuriata che cercava di intimidirmi, accusando il mio giornale di essere «il braccio armato del sindacato» e minacciando un taglio delle inserzioni pubblicitarie a cui avrebbero aderito anche i grandi distributori concorrenti presenti sul territorio. Al termine di un acceso confronto con il sottoscritto (di cui conservo ancora la registrazione audio), pretese di parlare con il direttore del giornale con cui lo misi direttamente in collegamento. Pochi minuti dopo il telefono del mio ufficio squillò nuovamente: era il mio direttore che mi comunicava che l'articolo non sarebbe potuto uscire «per ragioni di opportunità».
Quell'episodio mi diede la misura del potere esercitato dai grossi inserzionisti (in particolare dai colossi della grande distribuzione) sugli organi d'informazione e, aspetto da non trascurare, della sudditanza nei loro confronti editori e direttori. E naturalmente mi portò a ridimensionare il valore dell'attributo di "indipendente" di cui si fregiano le testate.
Il tipo d'informazione offerto dai quotidiani ticinesi in occasione della vicenda dei negozi Coop e Migros di Maggia è solo l'esempio più recente di questo malcostume mediatico, che forse nel corso degli anni si è addirittura radicalizzato raggiungendo il livello dell'indecenza. Balza all'occhio in particolare la sproporzione tra lo spazio dedicato alla notizia (l'apertura illegale dei negozi di Maggia rivelata dal sindacato Unia attraverso un comunicato) e quello consacrato, il giorno successivo, alle prese di posizione e alle giustificazioni (peraltro ridicole) di Coop e Migros. Campione in questo esercizio è stato il Corriere del Ticino, che in modo del tutto acritico non solo ha avallato le tesi di coloro che sono stati presi con le mani nel sacco («errore commesso in buona fede», il ritorno alla legalità potrebbe comportare la perdita di posti di lavoro, eccetera), ma anche l'idea secondo cui, di fronte ad una presunta richiesta da parte della clientela, in fondo, si possono anche infrangere le leggi.
Una posizione un po' dissonante da quelle ultralegaliste solitamente sostenute dal "Corrierone" nelle sue campagne stampa contro le feste non autorizzate, contro i raduni spontanei di giovani, contro l'uso della cannabis, contro quelli che imbrattano i manifesti, contro i tifosi che insultano gli avversari, eccetera.
Come si vede, la legalità vale meno della lealtà all'inserzionista. 

Pubblicato

Venerdì 31 Agosto 2012

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