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L’insegnamento storico delle migrazioni

di

Marco Tognola

C’è sempre qualcuno più a Sud, intendendo con ciò qualcuno che sta peggio di noi (il Sud del mondo, appunto), con il quale prendersela e sul quale sfogare le nostre frustrazioni, da far diventare il capro espiatorio di tutti i nostri mali. Una storia che si tramanda nel tempo. Una storia senza età. Fra i protagonisti in assoluto i migranti, quelli per forza maggiore e non per libera scelta.


Anche noi svizzeri di lingua italiana abbiamo alle spalle una storia di emigrazione. Senza andare troppo indietro nel tempo, quando a partire erano gli architetti e gli stuccatori per costruire palazzi, chiese e monumenti in Germania, in Italia e nell’ancor più lontana Russia, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento dalle nostre valli partirono in tanti a cercar fortuna in California, in Australia, in Argentina. Le lettere dei nostri emigrati raccolte nelle pubblicazioni curate da Giorgio Cheda sono struggenti testimonianze di vita grama vissuta, di distacchi dolorosi. Era la fuga da una realtà di miseria, senza possibilità di lavoro per dare sostentamento alla famiglia. C’era allora la volontà, che sapeva tanto di necessità, di andare “in Merica a ciapà cinch franch al dì”. E chi non attraversava l’Oceano andava per lo più in Francia, in Belgio e in Inghilterra, oppure nella Svizzera tedesca e francese, tanti a “fare la stagione” per poi tornare a casa per Natale con qualche soldo in tasca, mentre le donne che rimanevano in paese sgobbavano come bestie e crescevano i figli.


I tempi sono sostanzialmente cambiati dopo la seconda guerra mondiale, quando da noi ha cominciato a manifestarsi il fenomeno dell’immigrazione. L’offerta di manodopera indigena era insufficiente per reggere la grande domanda di lavoro che c’era. Giunsero da noi dapprima gli italiani e gli spagnoli, gli svizzeri cominciarono a stare un po’ meglio. Si svilupparono i primi contrasti, gli immigrati venivano chiamati “Gastarbeiter” (lavoratori ospiti) ma il più delle volte la Svizzera li accoglieva “a braccia chiuse”. Il culmine lo si raggiunse negli anni Settanta con le prime iniziative di chiaro stampo xenofobo.


La terra d’emigrazione d’un tempo è diventata terra d’immigrazione, oppure di pendolarismo, come ad esempio il Ticino con i frontalieri. La terra d’emigrazione d’un tempo scarica sugli altri le proprie colpe e crede di riesumare il mito del ridotto nazionale per sentirsi padrona in casa propria, dimenticando – anzi, tradendolo – il proprio passato. Non solo, ma negli anni bui del fascismo la nostra è stata anche terra d’asilo. Ora invece gli asilanti sono l’anello debole della catena, il Sud più vulnerabile. E la storia senza età continua a tramandarsi.

Pubblicato

Giovedì 23 Ottobre 2014

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