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L’iniziativa che porta speranza

di

Anna Biscossa

Un paio di settimane fa, in una classe del  2° anno:   “Soressa,  ma cos’è questa divisione che c’è in giro: uno diviso dodici? Ho sempre odiato le divisioni e non ci ho mai capito niente! Quelle con la virgola poi le detestavo proprio!”.                                                                                                                                                      

Cerco allora di spiegare il significato di quella “divisione” e la proposta in essa contenuta. Il tutto, come faccio sempre, focalizzando le argomentazioni sia dei favorevoli che quelle dei contrari. Poi spetta a loro discutere. E sorprendentemente, in modo diffuso e capillare, questi giovani apprendisti aderiscono alla proposta, con convinzione. Per inciso è forse utile ricordare come i miei ragazzi, in maggioranza, non siano proprio dei paladini del progressismo, anzi!

 

Di solito sono le proposte populiste e che banalizzano la realtà in modo desolante quelle capaci di conquistarli nell’immediato (sempre con le dovute, ma purtroppo sparute, eccezioni).   Ma in questo caso non solo capiscono subito gli obiettivi e il senso della proposta, ma diversi  tra loro mi dicono: “C’è della speranza qui dentro!” Chiedo allora spiegazioni su dove vedano questa speranza.

 

E le risposte fioccano da più parti: “...Beh, a me sembra che se si accettasse questa cosa avremmo una società diversa da quella di oggi, una società di persone più vicine tra loro, con una vita più simile. ... Certo alcuni potrebbero permettersi case, automobili ecc.  più belle. Ma non ci sarebbero più  quelle profondissime differenze che si vedono in giro oggi. ... Così grandi che nessuno di noi può pensare di farcela ad arrivare fin lì. ... Alcuni si permettono di tutto, altri hanno  poco o niente! ...  E poi le persone con i soldi ci tengono a farsi vedere. ... Pensi soressa che l’altro giorno ho fatto un lavoro in un cantiere al cui interno c’era una casa con lampadari da centinaia di migliaia di franchi. Ma ci pensa? Cosa se ne fanno?  Ma insistevano, soressa; me l’hanno ripetuto almeno tre volte. ... Se invece uno potesse guadagnare al massimo dodici volte quello che prende  un operaio, beh, le distanze sarebbero minori. ... Si potrebbe davvero sperare di potercela fare...”. E è soprattutto in questo che i miei ragazzi hanno visto la speranza. Nel fatto di potercela fare, di avere un obiettivo tutto sommato raggiungibile, possibile, più “normale”, più alla loro portata.

 

Perché al di là di chi, come molti di noi, credono fermamente nella giustizia sociale e retributiva  e sono altrettanto fermamente convinti della bontà e dell’efficacia di questa iniziativa, per i miei ragazzi questa iniziativa rappresenta un motivo di speranza: quella di potercela fare, in futuro  e con molta determinazione, a raggiungere la cima della scala ottenendo una retribuzione vicino a quella a cui aspirano oggi, con la fine del loro apprendistato, moltiplicata per 12.

 

Non è quindi, per la maggioranza di essi, un problema di giustizia sociale o di equità. È, più semplicemente, una possibilità in più per nutrire una speranza, per avere un sogno a portata di mano. Insomma una ragione in più per credere nel futuro. E non è davvero poco!

Pubblicato

Giovedì 21 Novembre 2013

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