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L'industria tira il freno

di

Can Tutumlu
Dalla finanza globalizzata alla realtà industriale del Canton Ticino il passo è stato breve. Le prime vittime della crisi finanziaria sono già arrivate. E in un cantone dove "l'economia a rimorchio" è ancora una realtà i segni del rallentamento sono arrivati soprattutto dalle industrie che lavorano per conto di terzi. Calano le commesse, vengono cancellati o rinviati gli investimenti mentre le aziende mettono le mani avanti chiedendo l'introduzione della disoccupazione parziale per i propri impiegati. Attualmente, come conferma ad area Sergio Montorfani a capo della Sezione del lavoro, le ditte che hanno fatto richiesta dell'introduzione del lavoro ridotto sono una quarantina, una ventina di loro ha già ottenuto l'autorizzazione. Un'altra decina di industrie ha chiesto informazioni sull'applicazione di questa misura. Quali sono i settori e i lavoratori maggiormente a rischio? E quali sono le risposte sindacali a fronte di un periodo in cui le imprese tireranno la cinghia? Abbiamo fatto un primo punto della situazione con Rolando Lepori, cosegretario della sezione Ticino e Moesa del sindacato Unia e responsabile del settore industriale.

Rolando Lepori come sta l'industria del Canton Ticino? Ci sono segni del rallentamento economico?
Si vedono le prime avvisaglie di un rallentamento dovuto alla crisi finanziaria. Se pensiamo all'industria ticinese dobbiamo prima di tutto capire che le nostre imprese sono terziste, lavorano cioè soprattutto per conto di altre aziende. Solo in casi particolari abbiamo un prodotto finito proprio. Il rallentamento è dovuto al fatto che i clienti delle nostre industrie stanno andando con i piedi di piombo sulle ordinazioni e, o sugli investimenti. Frenano cioè le spese in attesa di vedere come si evolverà il loro mercato. Siamo in una fase di stasi. C'è un altro elemento da prendere in considerazione: le industrie ticinesi cercano di parare il colpo terminando le ordinazioni già in corso oppure anticipando dove è possibile delle linee di produzione o ancora a titolo cautelativo chiedendo la disoccupazione parziale. Purtroppo alcune aziende hanno già chiesto e ottenuto l'orario di lavoro ridotto (sono una ventina quelle che hanno ottenuto la disoccupazione parziale, si veda anche il riquadrato sotto, ndr).
Il rallentamento economico è reale o basato su previsioni?
Non vi è una gran differenza. La conseguenza è reale per i lavoratori perché le imprese non hanno la sicurezza delle ordinazioni che permetterebbero di dare lavoro a tutti. Se questo è poi dovuto ad un fattore puramente finanziario, di precauzione eccessiva o reale cambia poco. Purtroppo non possiamo far altro che prendere atto della situazione. Quasi tutti cercano di rallentare, bloccare gli investimenti e di non spendere.
Quali sono i settori più a rischio?
I rami più esposti sono quelli legati al settore automobilistico. Basta pensare alla crisi di General Motors, Opel, Fiat e le imprese del settore francesi. In Ticino abbiamo alcune importanti ditte che lavorano, sempre come terziste, in questo ramo di produzione e offrono diverse componenti o prodotti semifiniti al settore. Oltre a queste imprese sono a rischio anche alcune aziende metalmeccaniche o di macchinari per l'industria. Se non si producono componenti non si ha neppure bisogno delle macchine che li fabbricano. Questi settori sono quelli più esposti. In altri rami economici non si vede alcun segnale di freno, come ad esempio nell'orologeria.
Il Canton Ticino ha istituito un gruppo di lavoro che dovrà suggerire delle misure per combattere la crisi. Il sindacato Unia ha chiesto al governo di attuare un piano antirecessione per favorire l'economia cantonale e sostenere l'occupazione. Avete un piano per difendere i lavoratori dell'industria?
Abbiamo un piano per difendere tutti i lavoratori, come Unia ha sempre fatto e continua a fare. Bisogna inoltre rilevare che se rallenta l'industria rallentano anche altri settori, come ad esempio il settore dell'artigianato. A questi elementi bisogna aggiungere il fatto che siamo scivolati anche in una crisi dei consumi. Le famiglie cercano comprensibilmente di non spendere grosse cifre in questo periodo. L'acquisto di prodotti di consumo che comportano una spesa importante è procrastinato e questo manda ulteriormente in crisi le industrie. 
Quali sono le categorie di lavoratori che rischiano maggiormente di essere lasciate a casa?
Di principio sono quelli che hanno una formazione più debole rispetto agli altri e che lavorano in contesti economici marginali o legati ai settori di cui le ho parlato prima. Nel nostro cantone purtroppo questa realtà non è isolata. Penso a tutte quelle famiglie in cui tutti e due i coniugi lavorano per arrivare a fine mese. Se uno dei due resta a casa la situazione diventa subito critica.
Alcuni osservatori hanno affermato che in canton Ticino la crisi ha già espulso i lavoratori interinali e che i prossimi saranno i frontalieri. È vero?
Purtroppo il lavoro interinale è stato appunto concepito per fornire manodopera alle imprese quando hanno picchi di produzione verso l'alto. Un aumento del volume delle ordinazioni solitamente finisce per introdurre nel mercato più interinali che lavoratori fissi. Evidentemente nel periodo di crisi tutta questa categoria di personale viene lasciata a casa. Anche i frontalieri, in una certa parte, in Ticino hanno asservito a questa funzione. Inoltre con la libera circolazione delle persone gli interinali possono essere anche frontalieri. Ha ragione nel dire che queste sono le categorie più a rischio. Le ricordo però che il sindacato è riuscito tramite accordi con le agenzie interinali a raggiungere un contratto mantello nazionale che dovrebbe essere decretato di forza obbligatoria (valido cioè per tutte le agenzie di lavoro temporaneo elvetiche, anche se non firmatarie di alcun contratto, ndr) nel corso della prima metà del 2009. Questo strumento ci permetterà di difendere questa categoria di lavoratori tendenzialmente più debole.
In Ticino diverse imprese hanno chiesto l'introduzione della disoccupazione parziale, una ventina l'hanno ottenuta. Per il sindacato Unia l'orario di lavoro ridotto è una via praticabile?
È una via praticabile nelle misura in cui nel passato si è rivelato uno strumento utile. Il lavoro ridotto se finalizzato alla salvaguardia del posto di lavoro per superare un periodo transitorio di crisi è una delle misure che si possono utilizzare. Quello che non si può autorizzare è il ricorso al lavoro ridotto in maniera massiccia e continua per le imprese. Il sindacato non può essere contrario al lavoro ridotto di principio se l'unica alternativa è quella del licenziamento.
Il mondo sindacale si è detto favorevole all'introduzione del lavoro ridotto e sono perfino arrivate critiche all'indirizzo delle autorità colpevoli di essere troppo lente nel concederlo e di mettere i paletti troppo in alto. Non avete paura che con lo spauracchio della crisi le imprese possano approfittare della situazione per introdurre il lavoro ridotto ed effettuare licenziamenti?
Il lavoro ridotto è una misura che passa al vaglio delle autorità. Questa misura deve essere richiesta almeno 10 giorni prima della sua introduzione. Ci sono inoltre dei controlli una volta introdotto il lavoro ridotto. Purtroppo non si può escludere che in questo contesto ci saranno i "furbi" che cercheranno di approfittare della situazione. Ma questi non ci sono solo in periodi di crisi.
D'accordo, il controllo è però effettuato a livello delle autorità cantonali. Quale è il ruolo del sindacato?
Non dimentichiamo che le indennità dovute ai lavoratori a causa del lavoro ridotto sono versate dalle casse disoccupazione. Queste possono essere anche casse sindacali. Quindi anche a noi come sindacato spetta il ruolo di sorvegliante oltre all'ispettorato del lavoro. Possiamo e dobbiamo anche noi effettuare un ulteriore controllo tenendo d'occhio l'evolversi della situazione.

Pubblicato

Venerdì 5 Dicembre 2008

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