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L'indigenza in Ticino è una realtà

di

Anna Biscossa

La povertà è una realtà che non è difficile leggere tra le pieghe delle statistiche, ma che è ancora più facile incontrare nelle scuole, tra i giovani, tra le donne, nei supermercati, nelle associazioni che si occupano di disagio sociale.
Il Coordinamento donne della sinistra ha voluto "mettere il naso" in questa povertà e l'ha fatto attraverso gli occhi di chi quotidianamente incontra, accompagna, consiglia le persone in difficoltà, cioè gli operatori sociali di enti, associazione e organizzazioni pubbliche e private attive sul territorio.
Il quadro che ne esce è allarmante: sempre più persone devono chiedere un sostegno o  un aiuto  e i problemi di queste persone sono sempre più complessi. Ma a questo bisogno crescente e sempre più difficile da affrontare, si chiede di rispondere con risorse umane, finanziarie, organizzative sempre più ridotte, in nome di un accresciuto e costante bisogno di risparmio generato dagli spropositi fiscali concessi ingiustamente e sconsideratamente negli ultimi anni.
Ed è proprio in nome dell'accresciuto bisogno di risparmio che si è costretti (dalla maggioranza politica) ad applicare procedure sempre più complesse, macchinose, difficili per concedere la prestazione o il servizio, procedure che, da un lato, spesso non sono di facile accesso per coloro che ne hanno bisogno e, dall'altro, perché, prima di arrivare a "certificare" lo stato di bisogno di una persona, costringono la stessa a restare "esclusa" da ogni attività lavorativa o sociale così a lungo da rendere l'esclusione la sua condizione di normale quotidianità. Prevenire, anticipare i problemi sembra essere diventato un "lusso" che solo in rari casi ci si può   permettere. Lo si è fatto in parte in Ticino con la Legge famiglie mantenendo buona la qualità dell'offerta per le famiglie appunto, ma lasciando indietro, per mancanza di risorse, tanti, troppi pezzi di società (persone sole, giovani adulti, ecc.) rispetto ad un bisogno purtroppo in continua crescita.
Del resto è il lavoro, o meglio la mancanza del lavoro, la precarizzazione  e l'incertezza dello stesso, nonché la progressiva perdita di potere d'acquisto ottenuta con il salario guadagnato ad essere quasi sempre la causa prima di questa situazione a cui fanno seguito, purtroppo sempre più spesso, tanti altri problemi: l'esclusione, la solitudine, la depressione, la disgregazione della famiglia, il disagio giovanile, la mancanza di riconoscimento sociale, ecc.
Parallelamente a questo quadro complesso, e soprattutto senza grandi possibilità di cambiamento, sta facendosi strada sempre più frequentemente il principio in base al quale la prestazione e/o il servizio non sono più un diritto, ma solo una "concessione" per la quale è necessario o farsi avanti, percorrendo strade burocraticamente complesse, o pagare.
Purtroppo non si tratta di un cambiamento formale: è la "sostanza" stessa  dello stato sociale come motore della ridistribuzione della ricchezza ad essere messa in discussione.
Il risultato dimostra come gli obbiettivi invocati in realtà non vengano raggiunti e il risparmio, ancora una volta, ricada di fatto sulle spalle dei più deboli. Basti un esempio: in nome della necessità di risparmiare e rendere più mirata l'attribuzione della prestazione, una decina di anni fa si è deciso di non concedere più il sussidio per i premi di casse malati in modo automatico, in relazione al reddito, ma di attribuire lo stesso solo a chi ne fa richiesta (aprendo contemporaneamente la porta all'idea che si potesse fare socialità con la fiscalità).  Il risultato è stato un risparmio significativo sui sussidi distribuiti precedentemente, un risparmio però fatto non certo rispetto a chi non aveva bisogno di un sussidio, visto che ancora oggi stiamo discutendo su come rendere più giusta la distribuzione di questi sussidi, di fronte alla distorsione prodotta dagli sgravi fiscali. Ma allora su chi abbiamo risparmiato? L'inchiesta stessa ci dimostra che l'abbiamo fatto sulle spalle di chi in realtà aveva tutti i diritti al sussidio, ma non ne ha fatto richiesta perché si vergognava o non sapeva come fare per averlo o non era in grado di farlo.
Per fortuna, dall'inchiesta scaturiscono molte proposte per migliorare le cose, proposte che spaziano in tante diverse direzioni, pur avendo un unico denominatore comune: per combattere la povertà e l'emarginazione bisogna anticipare i problemi, prevenire l'esclusione.
Ed è possibile farlo, ci si può riuscire! Ma è necessario mettere a disposizione di questi progetti risorse finanziarie e umane sufficienti.
E non credo sia difficile (se c'è onestà intellettuale) essere tutti d'accordo che si tratta di un buon investimento per la nostra società: spendere oggi 1 franco per risparmiarne domani 100, garantendo a tutti il diritto di farcela, è una scelta politica saggia e oculata.
Il prossimo parlamento e il prossimo Consiglio di Stato ticinesi sapranno farla propria?

Pubblicato

Venerdì 2 Marzo 2007

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