Anche se non si è mai lasciato interrogare dai magistrati ed ha disertato tutte le quarantasette udienze sin qui celebrate nel processo di Torino che lo vede imputato, Stephan Schmidheiny non vive certo con indifferenza la sua vicenda giudiziaria. Oltre che essere ben rappresentato nel dibattimento da una pletora di venticinque avvocati, il miliardario svizzero si difende con il suo denaro, offrendolo a enti pubblici e sventolandolo sotto il naso delle sue vittime allo scopo di sfoltire la massa di persone (oltre seimila) costituitesi parte civile.

L'ultima operazione di questo tipo risale a poche settimane fa: un'offerta di transazione (fatta tramite la sua società Becon Ag) di due milioni di euro al Comune di Cavagnolo (la più piccola località dove l'Eternit era presente e dove ha prodotto i danni minori), che è stata accettata dalla Giunta comunale con l'impegno di ritirarsi come parte civile dal processo. La decisione dell'autorità sta però suscitando sconcerto tra i cittadini e le vittime dell'Eternit di Cavaganolo, come è emerso settimana scorsa in un'affollata assemblea pubblica, a cui era presente anche Bruno Pesce il coordinatore dell'Associazione vertenza Amianto, che riunisce tutte le vittime degli stabilimenti italiani.
«Le vittime -spiega Pesce- provano forte disagio e rammarico, perché si sono sentite non considerate dall'amministrazione comunale, che ha accettato di trattare e sottoscrivere un accordo con gli avvocati di Schmidheiny in segreto, rompendo così ogni rapporto con la comunità. E questo è grave». «Ma al di là di questo aspetto e del fatto che i due milioni dovranno essere impiegati bene (possibilmente in un progetto di bonifica dei terreni che hanno subito l'inquinamento), l'offerta dello svizzero non possiamo che interpretarla come un atto che rivela una sua responsabilità sul disastro. Del resto non può mica dire di aver dato due milioni a Cavagnolo dopo aver estratto a sorte il nome del comune», commenta ancora Bruno Pesce, evocando un parallelismo con l'offerta di transazione individuale ai cittadini lanciata oltre due anni fa dallo stesso Stephan Schmidheiny e che sinora è stata accettata da un migliaio di ex lavoratori, che così rinunciano anche a qualsiasi pretesa risarcitoria: ricevono importi che variano dai 1'000 ai 60 mila euro pro capite, a dipendenza degli anni lavorati durante la gestione svizzera (dal 1973 al 1986).
«L'adesione è stata cospicua», riconosce Bruno Pesce. «Anche se ciò non arreca danno alla battaglia per giustizia, visto che la maggioranza dei cittadini che ha accettato l'offerta rimane nel processo Eternit per il periodo belga. Sono infatti pochissimi quelli che hanno lavorato solo sotto lo svizzero».
Resta comunque «la condanna» dell'Associazione delle vittime dell'amianto per l'atto di Schmidheiny, «sgradevole e scorretto». Con gli ex lavoratori che accettano i soldi «è invece stata evitata ogni lacerazione, ogni contrapposizione». «Queste persone -conclude infatti Bruno Pesce- non vanno solo capite, ma anche aiutate. A parte pochi che agiscono solo per avidità, la maggioranza di loro ha bisogno di quel denaro: sono persone povere, vedove che devono tirare avanti una famiglia dopo aver perso con la morte del congiunto la sola fonte di reddito o malati che vogliono "giocarsi tutte le carte" sottoponendosi a cure o
interventi chirurgici all'estero. Arrivano nei nostri uffici con le lacrime agli occhi e provando vergogna. Meritano dunque tutta la comprensione del mondo, come, forse, solo chi vive il dramma da dentro può capire».   

«Sono stati di un cinismo spietato»

Torino – «Sono rimasto turbato nel vedere ricostruito in maniera così precisa il ruolo di questa lobby, una situazione che sconcerta, che fa paura. Pensare che gli imputati potessero controbattere alle ricerche scientifiche e che tentassero e in qualche caso forse riuscissero ad avere un potere rilevante anche sui governi fa spavento». La ricostruzione presentata in aula dalla Procura torinese non lascia indifferente nemmeno un avvocato penalista navigato come Davide Petrini, legale delle vittime e professore universitario a Torino specialista in materia di tutela penale del lavoro. Questo è infatti il suo amaro commento dopo aver ascoltato l'«accurata e dettagliata analisi della propaganda attuata da un cartello mondiale dell'amianto» che è stata proposta in aula dal pubblico ministero Sara Panelli.
«I dirigenti Eternit hanno dato prova di un cinismo spietato», gli fa eco dal canto Bruno Pesce, sindacalista e leader storico delle battaglie contro l'amianto promosse sin dagli anni Settanta a Casale Monferrato, la "città-martire" che con i suoi oltre duemila morti è la comunità che sta pagando il prezzo più alto di ogni altra realtà in Europa per la presenza di una fabbrica Eternit sul suo territorio. «È impressionante -afferma Pesce- come intervenivano in ogni circostanza, in ogni fase che riguardasse qualunque  paese del mondo che poteva rappresentare un rischio per i loro interessi  in quanto rivelava la connessione tra e amianto e cancro. O tra amianto e asbestosi, che non è certo una malattia da sottovalutare, come spesso si tende a fare: essa ha provocato centinaia di morti, anche da noi. E poi non è una gran consolazione morire soffocati invece che di cancro».
«Inquietante» è poi «la molteplicità di mezzi e iniziative con cui intervenivano quando qualche autorità di governo tendeva a porre dei limiti all'uso dell'amianto». «Con un'attività sistematica impressionante su scala mondiale –continua Pesce- hanno portato avanti una politica atta a evitare nel modo più assoluto prima che si conoscesse la nocività dell'amianto e poi che con essa si facessero i conti. Hanno coltivato sistematicamente il dolo: È diabolico, è agghiacciante».
I "Signori dell'amianto" di cui gli imputati, in particolare Schmidheiny, sono rappresentanti di primo piano, hanno però potuto contare anche su complicità di terzi.  «Per reggere così a lungo nel tempo, anche dopo le scoperte di Selikoff, con un'industria che stava mietendo e prenotando la morte per centinaia di migliaia di persone e provocando così una delle peggiori tragedie mai compiute nei riguardi dell'umanità (paragonabile in quanto a numero di morti solo a quella dei conflitti mondiali), hanno sicuramente incontrato delle omertà, delle complicità, anche negli organi pubblici. Gli imputati hanno però condotto le danze speculando soprattutto sul fatto che la loro attività rappresentava un interesse economico e occupazionale diffuso. Speculando sul bisogno degli operai di portare a casa uno stipendio a fine mese. Un comportamento che mette in luce un cinismo spietato», conclude Bruno Pesce.  


Pubblicato il 

24.06.11

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