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“L’importante è battersi”

di

Francesco Bonsaver
In questo mese di sciopero la presenza sindacale è stata importante a fianco degli operai. Senza apparire prevaricante sui lavoratori, i sindacati hanno contribuito significativamente a questo primo risultato ottenuto con il ritiro del piano di ristrutturazione. Il sindacato Unia è sceso in campo con tutta la sua forza strutturata a sostegno della causa. Ma questi 33 giorni di sciopero sono stati una novità anche per un sindacato "collaudato" nella lotta quale la sezione ticinese di Unia. Mai l'organizzazione sindacale era stata confrontata ad una simile esperienza. Con Matteo Pronzini, segretario di Unia Bellinzona e Moesa, cerchiamo di trarre un primo bilancio sindacale dell'esperienza conclusasi pochi giorni fa.
Pronzini, quali lezioni importanti da questa lotta?
Di positivo per la riuscita di questa mobilitazione vi sono molti aspetti. Dapprima la centralità del comitato di sciopero e dell'assemblea dei lavoratori quale organo decisionale. Secondariamente, la capacità di mantenere l'unità dei lavoratori delle officine malgrado al loro interno vi siano differenze sostanziali di credo politico o sociale. In terzo luogo, il pluralismo sindacale mantenuto delle tre organizzazioni dei lavoratori, senza che Unia abbia fatto pesare la sua maggiore struttura organizzativa. Infine, la partecipazione del sostegno popolare
Quali invece le spiegazioni da un punto di vista sindacale di questa importante mobilitazione?
Questo sciopero viene da molto lontano. È frutto di una combinazione tra i lavoratori dell'officina e un'organizzazione sindacale combattiva, raccolta attorno al comitato "Giù le mani dalle Officine". Da molti anni i rappresentanti della commissione del personale hanno cercato di sviluppare una dinamica di resistenza. Si sono sempre opposti alla loro direzione sindacale dicendo che fosse necessaria una politica combattiva, fino al punto di rottura sfociato lo scorso anno con la direzione nazionale del sindacato Sev perché non aveva dato seguito alla richiesta di un'assemblea degli operai durante il tempo di lavoro. D'altro canto c'è la presenza di un'organizzazione sindacale, Unia Ticino, che negli anni ha accumulato un'esperienza di lotta e di mobilitazione. Sullo sfondo c'è il retroterra di un'opposizione crescente alla privatizzazione e la precarizzazione del mondo del lavoro. A tutto ciò va aggiunto la forte identificazione della popolazione nei confronti delle Officine. L'insieme di questi elementi entrati in sintonia, ha sviluppato la mobilitazione che abbiamo conosciuto.
Il rapporto lavoro/capitale, la relazione pubblico / privato e la questione regionale. Quali di questi tre aspetti è stato predominante?
Credo che tutti questi elementi siano stati presenti in egual misura. Da segnalare che grazie ad una lotta operaia, si è potuto far emergere dei valori opposti a quelli predominanti negli ultimi anni fondati sull'individualismo sfrenato. Nella lotta delle Officine, vi erano anche tutte le premesse per ridurre il fenomeno ad un discorso populista di "noi contro gli altri" (inteso Ticino contro il resto della Svizzera). Invece l'atteggiamento dei lavoratori è stato tale da mettere in secondo piano questo aspetto, concentrandosi maggiormente sul personaggio Meyer, il manager simbolo di un capitalismo che distrugge il lavoro e precarizza le condizioni di lavoro.
La Boillat a Reconvilier e le Officine a Bellinzona. Due esperienze di lotta significative con due risultati diversi: una vincente, l'altra perdente. Unia era presente in tutte e due le vicende. Quali elementi accomuna e quali dividono le due esperienze?
Di simile c'è una lotta per il lavoro in una regione periferica. In entrambi i casi il limite è stato di non essere riusciti, o di non aver voluto, creare una dinamica nazionale sul piano sindacale.
Nel caso delle Officine, Unia si è inserita in un contesto sindacale che non è un suo settore "classico", tanto che non è partner contrattuale.
La storia di Unia Ticino, e del sindacato Sei in precedenza, è sempre stata quella di porsi come sindacato generale. Pensiamo all'esempio del settore della vendita nel quale Unia si è inserita da anni con certi risultati oppure alla vertenza dell'Aeroporto di Lugano per l'ottenimento di un contratto collettivo. Nel caso delle Officine, sin dal 2000 abbiamo stretto una collaborazione intensa con il comitato del personale del Sev, tanto da arrivare ad un accordo di collaborazione tra i due sindacati.
L'impegno di Unia Ticino durante il mese di sciopero è stato notevole. Sia l'apparato amministrativo che sindacale era coinvolto al 200 per cento nella lotta delle Officine, con una presenza costante in sala pittureria. Da considerare che tutto il personale usciva da un precedente periodo d'impegno altrettanto notevole, quello relativo alla battaglia per l'ottenimento del contratto nell'edilizia. Ci sono più limiti o vantaggi nell'essere sottoposti ad impegni settoriali così intensi?
In Ticino un lavoratore su 10 è iscritto a Unia, per un totale di 18mila lavoratori. È quindi nella nostra genetica essere presenti in tutti i settori. È evidente però che sono stati periodi d'impegno notevole sia alle officine che nell'edilizia. Ma credo sia inevitabile, poiché in una paese come questo dove i salariati non possono essere liberati dal tempo di lavoro per condurre loro stessi un'azione sindacale, diventa necessario che il sindacato assuma questo ruolo. Resta il fatto che quanto abbiamo speso in questo sciopero, tornerà indietro al movimento organizzato dei lavoratori moltiplicato per mille.
Allora, stanco ma felice dell'esito?
Molto felice, perché per la prima volta si è riusciti a fare una mobilitazione che non si vedeva da decenni con il risultato di una vittoria, almeno nel primo tempo. Un messaggio importante ai salariati di questo paese: che si può vincere ma è fondamentale battersi.
Si può già dire se sono stati commessi degli errori?
L'unico rammarico è che non è stato organizzato uno sciopero dei ferrovieri a livello nazionale.

Pubblicato

Venerdì 11 Aprile 2008

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