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L'ideologo dell'Udc

di

Silvano De Pietro
«Spero di vedere ancora la fine della correttezza politica». La frase campeggia come titolo a tutta pagina di una lunga intervista sulla “Sonntagszeitung” di due domeniche fa. E la dice lunga sul personaggio: Christoph Mörgeli, 45 anni, zurighese, consigliere nazionale dell’Udc, “figlio adottivo” di Christoph Blocher (con il quale mantiene rapporti stretti e regolari), provocatore al servizio della destra ed ora anche opinionista sulla “Weltwoche”. Scrive con la penna intinta nel veleno; e non si capisce dove finisca il gioco della provocazione, politicamente ed intellettualmente accettabile, e dove cominci la cattiveria frutto di un sottile calcolo a fini pubblicamente inconfessabili. Dalle colonne del settimanale zurighese ricco di tradizione (in passato orientato a sinistra ed ora gestito dal radicale, ma simpatizzante Udc, Filippo Leutenegger), Mörgeli attacca senza freni gli avversari ma anche gli alleati, situazioni e personaggi, insomma, che secondo lui rappresenterebbero, come dicono gli svizzero-tedeschi, la politica “wischiwaschi”, cioè quella che in italiano si definirebbe “di propensione all’inciucio”. Le più illustri vittime di questo gioco al massacro sono stati finora l’ex-consigliere federale radicale Kaspar Villiger e l’attuale presidente della Confederazione Samuel Schmid, dello stesso partito di Mörgeli. Ma per quanto il comportamento di Mörgeli possa sembrare strano, in realtà esso riflette esattamente la tattica e le contraddizioni del metodo del confronto politico applicato da Christoph Blocher. Come Blocher, che in piena campagna elettorale, sprezzante delle conseguenze attacca gli alleati radicali definendoli “filosocialisti” e finisce per indebolire lo schieramento borghese, così Mörgeli in piena campagna per rinnovare il governo cantonale zurighese attacca Villiger, “icona” dei radicali, e finisce per danneggiare la stessa Udc. E come Blocher ebbe a dire a suo tempo che, con Schmid in governo, l’Udc disponeva solo di un mezzo consigliere federale, così adesso, dopo la sconfitta del no a Schengen ed in vista della votazione sulla libera circolazione delle persone, Mörgeli attacca il Schmid definendolo sostanzialmente come un uomo privo di carattere. Insomma, Christoph Mörgeli sembra essere diventato la mano scrivente o il megafono di Christoph Blocher, ora che quest’ultimo da quando è in Consiglio federale non può più permettersi proprio tutte quelle libertà che si permetteva prima. Ma Mörgeli, che fa il direttore di un museo storico della medicina, non è Blocher: è un uomo tutto sommato di statura politica ed intellettuale modesta a confronto del suo mentore. Nessuna meraviglia, dunque, se contro queste sue provocazioni si sono levate voci irate anche all’interno del suo partito, specialmente dalle parti di Berna, dove Schmid è di casa. Cosa che, invece, dopo ogni “sparata” di Blocher non succedeva, o succedeva con toni più sommessi. Tutto questo, però, a Mörgeli non interessa. Non gli importa né di mettere a repentaglio la compattezza del suo partito, né di rischiare che si rompa l’alleanza borghese (come in parte a Zurigo è già avvenuto). Non si considera uomo del consenso, ma illuminista che scuote, che rivela le contraddizioni, che smaschera il moralismo, che indica le responsabilità. A Schmid non riconosce il diritto di rappresentare lealmente le posizioni del Consiglio federale: «Prima delle ultime elezioni ci aveva garantito che sarebbe migliorato, ed anch’io l’ho votato. E invece su Schengen si è messo di nuovo contro di noi. Spero sempre che rinsavisca e nelle prossime campagne non si esponga personalmente contro il partito». Altrimenti? «Altrimenti non riterrò più opportuna la sua candidatura alla prossima elezione del Consiglio federale». A Blocher, invece, Mörgeli perdona e giustifica tutto. Non ha forse preso una chiara posizione a favore della libera circolazione delle persone? No, ha soltanto «rappresentato la maggioranza del Consiglio federale». Se lo fa Schmid è sbagliato, se lo fa Blocher «pensa da consigliere federale». Mörgeli non si preoccupa delle conseguenze di ciò che va scrivendo e dicendo. Questo piccolo uomo, che si autodefinisce liberal-conservatore (una contraddizione in termini, una brillante stupidaggine), che ha sposato un’americana ed ha l’arroganza di sentirsi patriota difendendo gli interessi di una certa lobby padronale filoamericana (di cui fa parte Blocher), è anche pericolosamente vicino al potere. Non soltanto perché amico di Blocher (quanto riesce a sapere di ciò che accade nel Consiglio federale? e quanto riesce a metterci lo zampino?), ma anche perché esercita una forte influenza all’interno dell’Udc, dove appartiene al gruppo che più conta politicamente. Anzi, tutta l’irritazione che semina sembra finisca per tradursi in vantaggio per lui. I mass media ne parlano male, ma ne parlano, lo inseguono, lo intervistano. L’8 giugno scorso ha ottenuto persino un piccolo trionfo personale, partecipando come oratore ospite al congresso annuale della Società svizzera di chirurgia. Ha persino la strafottenza di fare il civettuolo: «L’unico lusso che mi permetto è di dire liberamente quello che penso». Gli altri, ovviamente, sono poveri pezzenti. Anche quando vincono le votazioni, e lui è tra i perdenti: la sera del 5 giugno, dopo la sconfitta del referendum contro Schengen/Dublino, su TeleZüri ha attaccato a testa bassa il consigliere nazionale socialista Mario Fehr, definendolo politico di professione, euroturbo e nemico dell’economia. Un trionfo d’intelligenza politica, non c’è che dire. «Se il carattere fosse un organo d’importanza vitale, si dovrebbe tenere Schmid artificialmente in vita». Questa è la sarcastica frase che Christoph Mörgeli ha scritto nella sua rubrica sulla “Weltwoche”. Da tale frase hanno voluto distanziarsi molti suoi colleghi consiglieri nazionali democentristi, che l’hanno ritenuta insultante e troppo offensiva verso il presidente della Confederazione. A chiederne l’esplicita condanna, in una seduta di un’ora e mezza del gruppo parlamentare appositamente convocata , è stato il presidente dell’Udc bernese Hermann Weyeneth. Ma lungi dal segnare una sconfitta o almeno un ammonimento per il provocatore Mörgeli, la seduta s’è trasformata in un quasi trionfo per lui. Anzitutto, la votazione. Il gruppo parlamentare s’è distanziato dalla frase incriminata per appena 27 voti contro 26. Segno che l’offensiva del deputato zurighese viene ampiamente condivisa dai suoi colleghi democentristi. E mostra quanto potere egli abbia su e dentro il partito. Poi, la forma. «Non mi devo scusare», è uscito a commentare un soddisfatto Mörgeli con il suo sorrisetto di sufficienza, prima ancora che ad annunciarlo ai giornalisti fosse il portavoce del partito, Roman Jäggi. È stato «un risultato molto buono», da attribuire al fatto che la sua rubrica sarebbe scritta «in modo molto elegante» e che perciò non rappresenta «alcun problema». Infine, la sostanza. Jäggi ha riferito che i difensori di Mörgeli hanno sferrato un contrattacco, criticando il deputato argoviese Ulrich Siegrist per aver rimproverato sull’“Argauer Zeitung” a Blocher ed al suo “satellite” Mörgeli di aver approfittato delle commemorazioni della fine della seconda guerra mondiale per manipolarne il ricordo e i valori. Il gruppo parlamentare a questo punto s’è limitato ad invitare i propri membri ad evitare gli insulti reciproci, col risultato che di biasimo a Mörgeli e di difesa di Schmid non s’è sentita neppure l’eco. Ma il presidente della Confederazione, che non ha partecipato alla seduta in questione, ha dimostrato di essere di pasta migliore di quanto il suo detrattore voglia far credere. Al suo portavoce ha fatto dire che gli bastava «la condanna delle offese rivolte a chiunque» e la chiara presa di distanza dalla rubrica giornalistica di Mörgeli. Il presidente del gruppo parlamentare, Caspar Baader, forse vergognandosi un po’ ha preferito evitare di incontrare i giornalisti e commentare il risultato della seduta. A Mörgeli è andata bene anche per quanto riguarda l’irritazione del gruppo democristiano. Il Pdc gli ha chiesto di scusarsi pubblicamente per le cose dette sia contro Schmid che contro il consigliere federale democristiano Joseph Deiss. Di quest’ultimo Mörgeli aveva detto in un convegno dell’Udc che «mente perfino quando mente». Ovviamente non s’è neppure sognato di scusarsi. E il Pdc ha minacciato di chiedere un biasimo ufficiale da parte del Consiglio nazionale. Finora però è stato soltanto il presidente del Consiglio degli Stati, il democristiano svittese Bruno Frick, a rimproverarlo ufficialmente: all’inizio della sessione parlamentare gli ha fatto pubblicamente una specie di rimbrotto con il quale ha negato a Mörgeli «maturità democratica». L’intervento di Frick ha dato tuttavia l’impressione che in tal modo il parlamento avesse liquidato la questione. Vedremo.

Pubblicato

Venerdì 24 Giugno 2005

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