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L'handicap, risorsa espressiva

di

Gianfranco Helbling
È in pieno svolgimento in Ticino la settimana “Siamo tutti abili”, che mira a sensibilizzare la popolazione sui problemi specifici delle persone portatrici di handicap. Nel programma della settimana figura pure lo spettacolo teatrale “Fratelli” che andrà in scena domani sera, sabato 27 settembre alle 20.45, al Teatro Sociale di Bellinzona. Protagonista è un ragazzo normodotato che si dedica totalmente al fratello handicappato, condividendone le speranze e la lotta metodica e strenua per riuscire ad abbandonare la “malattia” ed entrare nel mondo. Ispirato all’omonimo romanzo di Carmelo Samonà, “Fratelli” è stato allestito dal “Teatro la Ribalta” di Merate con la regia di Antonio Viganò, che pure ne è protagonista con Giovanbattista Storti. E proprio Viganò, diplomatosi alla scuola del Piccolo di Milano e cofondatore della Ribalta, ha accumulato una grande esperienza professionale nel teatro handicap, dirigendo tra l’altro con la coreografa belga Julie Stanzak, che fa parte del Tanztheater di Pina Bausch, gli ultimi tre lavori dell’Oiseau Mouche, la più famosa compagnia teatrale interamente composta da attori portatori di handicap (cfr. box a fondo pagina). Abbiamo incontrato Viganò e Stanzak la scorsa estate al festival di Volterra in occasione della prima italiana di “No Exit”, il nuovo lavoro dell’Oiseau Mouche, per parlare della specificità del lavoro artistico con persone handicappate. Sempre più il teatro contemporaneo attinge alla marginalità sociale (handicappati, barboni, carcerati). Perché il teatro sfugge dalle istituzioni per cercare l’emarginazione come risorsa vitale? Viganò: C’è bisogno di un teatro che sappia dialogare col sociale: e credo che il grande teatro abbia sempre avuto a che fare con il dolore, con le ferite, con il dramma. Altrimenti è solo consolatorio. Inoltre c’è così tanta finzione nella vita di tutti i giorni che si chiede al teatro di metterci a contatto con la realtà. Torniamo a Pirandello: siamo molto più finti come personaggi sociali che come personaggi scenici. È a teatro che cerchiamo la verità, che possiamo toglierci la maschera. E qui si crea il paradosso: il teatro è da un lato un mezzo di comunicazione molto marginale, dall’altro è uno straordinario luogo d’integrazione. Stanzak: C’è stata un’evoluzione sociale che ci porta a cercare un livello di condivisione più basso, verso i meno favoriti. Abbiamo bisogno di superare i limiti per giungere a gradi di condivisione che finora non si conoscevano, per renderci conto molto intuitivamente che tutti dipendiamo dagli altri. Il teatro come luogo d’integrazione esplicita in maniera straordinaria questo rapporto d’interdipendenza comune. Siete coregisti degli spettacoli dell’Oiseau Mouche. Come vi dividete il lavoro e come riuscite a determinare una linea comune fra di voi? Viganò: Siamo complementari. Julie in particolare porta la sua formazione di danzatrice che io non ho. La nostra scommessa consiste nel fondere le nostre origini diverse in un linguaggio scenico unico, il teatro danza. Ma abbiamo anche uno sguardo comune sulla compagnia. L’Oiseau Mouche lavora con diversi registi, e ognuno ci porta il suo sguardo sulla differenza. La comunanza di sguardo con Julie facilita molto il lavoro. Stanzak: Abbiamo sempre trovato fra noi delle forze positive che s’incontrano nel modo migliore. E come io ho dato a lui qualcosa della mia formazione di danzatrice, lui ha arricchito il mio bagaglio registico: l’accumulo e lo scambio reciproco di esperienze ci permette di dialogare e di collaborare sempre meglio sul piano scenico. Siamo sia complementari che simili. Quando avete sentito di essere stati accettati dalla compagnia dell’Oiseau Mouche? Viganò: Devo premettere sono loro che sono venuti a cercarmi dopo aver visto il mio spettacolo “Fratelli”. Sono quindi partito con un bonus di disponibilità da parte loro. Le discussioni sono semmai venute sul tipo di sguardo che portiamo al loro lavoro. Io ho bisogno che loro siano non solo attori ma soprattutto autori: dentro di loro c’è un’ombra che tutti riconosciamo, e quest’ombra è un elemento di coscienza da mettere in gioco nei loro spettacoli. Non posso considerare questi attori estranei alla loro condizione. Come vi regolate nel mettere in gioco anche il vissuto personale degli attori? Viganò: Dal punto di vista estetico chiediamo loro di assumere una forma che gli appartenga, ma che sia anche molto cosciente: vogliamo che in ogni momento sappiano come e perché stanno in scena in un dato modo, e questo proprio perché in ogni loro spettacolo c’è un rimando alla loro vita reale che si devono assumere fino in fondo. Ed è su questo punto che il dibattito con loro si accende e sul quale, nel limite personale che ognuno di loro fissa e oltre il quale non è disposto ad andare, incassiamo i loro rifiuti. E cosa fate quando vi scontrate con uno di questi limiti? Viganò: Non cerchiamo assolutamente di superarlo. Lo rispettiamo e basta, è la regola implicita fondamentale sulla quale tutto il nostro lavoro può basarsi. Che tipo di lavoro svolgete con gli attori dell’Oiseau Mouche sui movimenti? Stanzak: Mi viene spontaneo parlare di poesia del corpo. Hanno una straordinaria naturalezza di movimenti con la quale lavoriamo: in questo senso sono davvero loro gli autori dei loro spettacoli. Non indichiamo quasi mai un movimento, ma cerchiamo di capire assieme cos’hanno bisogno di dire, come immaginano di agire. Il vocabolario coreografico è sostanzialmente prodotto da loro, dai loro impulsi vitali che selezioniamo e che alla fine coreografo. Non c’è il pericolo di estetizzare eccessivamente gli spettacoli dell’Oiseau Mouche per produrre alla fine qualcosa che s’impone per la sua bellezza? Viganò: Non è un problema di forma estetica ma di sensi e contenuti. La domanda è: quanto devo lavorare per renderli “normali”? E quanto invece vado a cercare una verità che non deve diventare normalità? Questo problema lo si può riassumere con una frase di Giuseppe Pontiggia: «a favore di tutti i diversi che lottano non per diventare normali, ma per essere sé stessi». È la professionalità di questi attori che semmai li porta alla normalità: è la loro capacità di comunicazione che fa diventare normale la relazione con il pubblico. Ma io voglio che i temi trattati dall’Oiseau Mouche continuino a riguardare lo sguardo che la società porta sull’handicap. Il fatto estetico è allora soltanto un problema di comunicazione: è un’estetica non dell’Oiseau Mouche, ma anche della Ribalta, che abbina poetica a rigore formale. Stanzak: È per tutti noi chiaro ciò che vogliamo comunicare. Che questo poi sia bello da vedere è anche una legittima aspirazione della compagnia, che vuole migliorare ogni spettacolo sera dopo sera. Ed è chiaro che la qualità estetica del nostro lavoro è solo un mezzo espressivo per arrivare ad un fine, che è quello di permettere alla compagnia di raccontarsi con sufficiente forza. Va detto che gli attori dell’Oiseau Mouche stanno diventando vieppiù coscienti del loro corpo e del loro modo di agire in scena. E questo può contribuire ad affinare ulteriormente l’aspetto estetico. Come si pone la compagnia di fronte alle particolari attese del pubblico, che sono certamente condizionate dal sapere di assistere ad uno spettacolo con protagonisti degli attori handicappati mentalmente? Viganò: Gli Oiseau Mouche rivendicano il diritto di essere guardati come qualsiasi altra compagnia inserita nello stesso cartellone: loro chi sono lo raccontano in scena, inutile specificarlo prima. Il problema è che spesso sono invitati a fare l’evento del teatro handicap: allora lo sguardo su di loro è necessariamente condizionato. Ma la loro battaglia è proprio quella di togliere questa lente deformante dallo sguardo del pubblico. Poi c’è chi viene per soddisfare un suo bisogno di compiacimento, ma è un suo problema: e comunque non sappiamo quanto lo spettacolo avrà inciso nel suo intimo. Noi abbiamo l’obbligo di fare del buon teatro per non dare l’occasione allo spettatore di avere lo sguardo consolatorio. È quando il teatro handicap non è un’opera che lo spettatore assume quasi per forza un atteggiamento pietistico: a quel punto il teatro non è più strumento di comunicazione e tradisce la sua funzione. Stanzak: A teatro il pubblico ha un certo bisogno d’identificazione. Questo bisogno con gli Oiseau Mouche diventa quasi totale, lo si constata in maniera tangibile ad ogni rappresentazione. Per assurdo gli Oiseau Mouche riescono a rompere molto in fretta il muro dell’illusione che c’è fra scena e pubblico, facendo sentire molto vicini alla propria pelle dei personaggi che si crederebbero in realtà lontanissimi. Non è solo simpatia o compassione, ma vera intuizione umana, che tutti riescono a condividere senza problemi quando è vera. La compagnia Oiseau Mouche: oltre vent'anni di teatro ai massimi livelli La compagnia Oiseau Mouche di Roubaix, in Francia, è oggi un caso se non unico certamente eccezionale nella scena teatrale professionale internazionale. Questo perché tutti gli attori che ne fanno parte hanno degli handicap mentali di diverso grado. Ciò non impedisce all’Oiseau Mouche di allestire spettacoli di assoluto valore artistico e dall’altissima professionalità, tanto che sono ospiti dei cartelloni dei principali teatri e partecipano ai festival più interessanti dedicati al teatro contemporaneo. Gli attori dell’Oiseau Mouche, nonostante lo status di handicappati, sono dei professionisti del teatro e hanno una profonda coscienza dei meccanismi della finzione scenica. Il loro atteggiamento altamente professionale verso il teatro è riscontrabile anche dal tipo di relazione che instaurano con i registi o con i tecnici. Hanno una coscienza profonda di essere degli attori e di interpretare ruoli e personaggi, situazioni, emozioni, con la piena consapevolezza di abitare uno spazio. Tutti gli attori dell’Oiseau Mouche hanno una formazione teatrale e hanno deciso di fare il mestiere degli attori con tutte le responsabilità che questo comporta. Ma il lavoro ha anche permesso a molti di loro di lasciare foyer ed istituti per vivere del tutto indipendenti in appartamenti. La compagnia dell’Oiseau Mouche esiste dal 1981, anno in cui debuttò con il suo primo spettacolo, “Ella ou Telegrammes”. Da allora si sono susseguite oltre venti nuove produzioni, per ognuna delle quali sono stati ingaggiati dei registi esterni che si associano al progetto laboratoriale della compagnia adeguandovisi ma influenzandolo nel contempo. Questo ha permesso all’Oiseau Mouche di essere sempre a stretto contatto con le punte più avanzate del teatro contemporaneo, rimettendosi però continuamente in discussione con modalità che poche compagnie hanno il coraggio di affrontare. Antonio Viganò e Julie Stanzak per l’Oiseau Mouche hanno messo in scena tre spettacoli: “Excusez-le” (1995), il famosissimo “Personnages” (1998, ospite nel 2001 al Sociale di Bellinzona) e il nuovissimo “No Exit” tratto da “Huis clos” di Sartre. È questo l’ultimo spettacolo che il duo Viganò-Stanzak ha diretto per l’Oiseau Mouche perché, come dice Viganò «non vogliamo essere identificati come registi di teatro handicap, ma come registi e basta». In “No Exit” si sommano i temi dell’esclusione e dell’attesa della liberazione da una condizione esistenziale dalla quale non c’è via di uscita. A meno di non capire che l’esclusione è soltanto una condizione mentale.

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Venerdì 26 Settembre 2003

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