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L'ex Ddr, un laboratorio per il neoliberismo

di

Tommaso Pedicini
Il polverone di polemiche seguito alla dichiarazione dell’ex cancelliere Helmut Schmidt, che nelle settimane scorse aveva definito “piagnoni” i tedeschi dell’Est, ha riacceso la discussione sulla riunificazione tedesca a 14 anni dalla caduta del Muro. «Qual è il livello di integrazione tra le due Germanie nella nuova casa comune? Per quanto ancora le differenze tra Est e Ovest incideranno sulla vita politica, sociale ed economica del Paese? Siamo diventati un unico popolo?». Queste le principali domande cui analisti e commentatori cercano di dare risposta dalle colonne dei quotidiani e nelle tribune politiche televisive. Dietro il sorprendente infortunio verbale di un uomo politico sempre misurato nei toni come Schmidt si nasconde in realtà un pregiudizio popolare piuttosto diffuso nei vecchi Länder: quello che vede i cittadini della ex Ddr come grandi fruitori di sovvenzioni statali, poco disposti a rimboccarsi le maniche e sempre pronti a lamentarsi di presunte discriminazioni a loro danno. Un peso, insomma, per i parenti ricchi dell’Ovest, stufi di sovvenzionare una ripresa economica che nei nuovi Länder non sembra proprio voler arrivare. Che in tempi di crisi si cerchino dei capri espiatori per il deragliamento di quella che un tempo fu la locomotiva europea è comprensibile, ma in questo caso la scelta del colpevole non convince affatto. Da una rapida analisi dei dati sullo sviluppo demografico, la produttività e l’occupazione in Germania si evince, infatti, che i perdenti del processo di riunificazione sono proprio i cittadini dei Länder orientali e che il loro sentirsi cittadini di serie B non è del tutto privo di fondamento. La disoccupazione, che in questi ultimi anni in Germania è cresciuta fino a superare i quattro milioni di unità e a costituire un preoccupante fenomeno di massa, colpisce in misura nettamente superiore le regioni dell’Est. A fronte di una percentuale di senza lavoro pari all’8,3 all’Ovest, nei nuovi Länder il dato sfiora il 20 per cento, superandolo abbondantemente nelle zone più disagiate del Meclemburgo e della Sassonia-Anhalt. Benché tra il 1990 e il 2002 siano stati investiti oltre 240 miliardi di Euro in favore dell’occupazione all’Est, il mercato del lavoro non sembra averne tratto benefici particolari e nemmeno le piccole e medie imprese locali hanno dato vita al boom che in molti si attendevano. I maggiori fruitori di queste sovvenzioni sono state infatti le grandi imprese dell’Ovest che, a partire dai primi anni Novanta, hanno aperto nuovi impianti nelle regioni orientali (per poi magari chiuderli una volta esauriti gli incentivi statali) o vi hanno trasferito i reparti di produzione, attratte da un costo del lavoro decisamente più basso. Dal 1990 in poi i nuovi Länder sono stati il laboratorio dove il capitalismo tedesco, con la complicità della classe politica, ha sperimentato le ricette neoliberiste di derivazione anglosassone prima di cominciare a estenderle al resto del Paese. All’Est flessibilità, lavoro interinale e licenziamenti facili erano infatti già quotidianità quando all’Ovest i sindacati si battevano per la riduzione della settimana lavorativa e nuovi modelli di partecipazione all’utile delle imprese da parte dei lavoratori. A 13 anni dalla riunificazione le differenze di retribuzione tra Est e Ovest sono ancora significative: salari e stipendi dei tedeschi orientali equivalgono al 78 per cento di quelli dei connazionali che vivono a Ovest. Una data precisa per l’abbattimento delle gabbie salariali al momento non è prevista, ma, a detta degli esperti, per giungere alla parificazione retributiva ci vorranno ancora una ventina d’anni. Nonostante i massicci investimenti dell’“Aufbau Ost”, il piano federale per la ricostruzione dell’Est, il sistema delle infrastrutture rimane molto debole nei nuovi Länder. La rete stradale andrebbe ampliata e rinnovata, così quella ferroviaria e il sistema dei trasporti pubblici nei grandi centri urbani. Anche scuole e ospedali, fiori all’occhiello del vecchio regime, sono spesso ospitati in edifici cadenti per la cui manutenzione mancano i fondi. La situazione è destinata a peggiorare nei prossimi anni. Con l’allargamento dell’Unione europea, infatti, verranno a mancare parte dei fondi che Bruxelles destina oggi allo sviluppo delle aree più depresse della Repubblica federale. Impressionante anche il crollo demografico delle regioni orientali. Tra il 1989 e il 2002 oltre un milione e mezzo di persone si sono trasferite all’Ovest in cerca di lavoro. Ad esse va aggiunto almeno un mezzo milione di pendolari che ogni settimana coprono centinaia di chilometri per raggiungere i propri posti di lavoro ad Amburgo, Francoforte o Monaco. Venendo a mancare una grossa fetta della popolazione in età lavorativa, calano drasticamente anche le nascite e l’età media degli abitanti dei nuovi Länder aumenta di anno in anno. Come se non bastasse i tedeschi dell’Est si sentono poco rappresentati in tutti i settori della vita pubblica, dal mondo politico, ai sindacati, all’imprenditoria, ai mass media. A scorrere la composizione del governo Schröder, a leggere i nomi di chi siede al vertice della Confindustria tedesca o dirige le principali televisioni pubbliche e private si comprende che l’accusa non è campata in aria. Delusi dalle promesse mancate della riunificazione e sentendosi incompresi dall’“altra Germania” che li vede, appunto, come “piagnoni”, molti “Ossis” (il nomignolo, non privo di disprezzo, affibbiato ai tedeschi dell’Est dai connazionali dell’Ovest) si rifugiano nella cosiddetta “Ostalgie”, il rimpianto delle sicurezze del passato. Un fenomeno, questo, che ha dato luogo a film e libri di successo e ha riportato in auge quotidianità e folklore della vecchia Ddr, ma che, più che come improbabile nostalgia per il passato regime, va inteso come espressione di forte disagio e disperata ricerca di identità.

Pubblicato

Venerdì 14 Novembre 2003

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