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L'economia della truffa

di

Francesco Bonsaver
Nel giro di pochi mesi la Banca centrale europea (Bce) ha prestato mille miliardi di euro alle banche europee a un tasso di favore dell'uno per cento. L'operazione è stata giustificata come un'iniezione di liquidità finalizzata a produrre effetti positivi per famiglie e piccole e medie imprese, andando ad allentare la stretta creditizia sui mutui e i crediti alle imprese. Nella realtà, dei presunti effetti benefici per famiglie e pmi non c'è stata traccia. Le banche europee hanno utilizzato gran parte di quei soldi per acquistare titoli di stato di vari paesi (Italia e Spagna in primis) che danno garanzie di rendimento tra il 4 e il 6 per cento.

Riassumendo: gli istituti bancari hanno preso dalla Bce denaro a un tasso dell'uno per cento per reinvestirlo in titoli statali che rendono molto di più. È facilmente intuibile il guadagno delle banche in questa operazione. Mentre le famiglie o le piccole e medie imprese che si aspettavano maggiore facilità delle banche nel concedere crediti (per mutui o investimenti aziendali) sono rimaste a bocca asciutta. L'Unione europea è al servizio delle banche o dei cittadini? Quali conseguenze ha questa operazione sui lavoratori e sulla democrazia? I movimenti che chiedono l'abolizione dei debiti sono dei pazzi illusionisti? Abbiamo girato queste domande a Christian Marazzi, economista, docente alla Scuola universitaria della Svizzera italiana e, in passato, a Padova, New York e Ginevra. Autore di numerosi saggi, Christian Marazzi è uno degli analisti più lucidi della crisi economico-finanziaria in corso.

Professor Marazzi, come si spiega l'erogazione del mega prestito da mille miliardi della Banca centrale europea (Bce) alle banche?
A novembre il sistema europeo rischiava il collasso. Mario Draghi, fresco di nomina a presidente della Bce, ha adottato nell'emergenza la misura del prestito alle banche europee. Va sottolineato che la Bce, a differenza di altre banche centrali quali la Fed americana o la banca nazionale elvetica, non può acquistare direttamente dei buoni del tesoro e titoli di stato. La Bce ha quindi erogato i mille miliardi di prestito affinché le banche facessero l'operazione, incassando una plusvalenza sostanziosa del 4-5 per cento. Grazie ai profitti incassati dall'operazione, gli istituti bancari hanno potuto ricapitalizzarsi, salvandosi dal forte rischio di sottocapitalizzazione a cui erano confrontati.
Ci si potrebbe chiedere perché la Bce non abbia direttamente messo in condizione gli stati di autofinanziarsi, senza far arricchire le banche.
Lo vieta una clausola del trattato di Lisbona, l'articolo 123, fortemente voluto dalla Germania. Il vincolo è l'espressione della scelta politica iniziale su cui regge l'intera impalcatura dell'euro. Il governo tedesco concepisce l'Europa come una comunità di stabilità finanziaria che non deve assolutamente provocare inflazione. Quindi va evitata la monetizzazione diretta dei debiti statali tramite le Bce e il conseguente trasferimento di risorse dai paesi ricchi a quelli poveri. La Germania non vuole che il risparmio dei tedeschi vada a finanziare altri paesi. In sintesi, i margini di manovra sull'euro sono stati limitati fin dall'inizio per garantire la crescita della Germania.
Dunque questo mega-prestito non poteva dare un altro risultato perché risponde alla logica con cui è stato concepito fin dall'inizio l'euro?
Sì. È la continuazione delle politiche di ristrutturazione del debito e non la soluzione per uscire dalla crisi. È l'ennesima misura adottata per salvare le banche, all'insegna della stabilità finanziaria e non di una politica di prestatore di ultima istanza come dovrebbe essere invece una banca centrale.
Sta dicendo che la Bce si preoccupa di salvare le banche ma non di trovare una via di uscita dalla crisi?
Si pensava che il trilione di euro in prestito desse una boccata d'ossigeno di liquidità ai mercati destinata a durare fino ad autunno, mentre invece si è subito esaurita. Il problema non è dunque risolvibile con questa modalità. Anzi, c'è di peggio: è un'operazione inutile dai risvolti drammatici, basti pensare ai numerosi suicidi tra imprenditori italiani. Se fossero dei sacrifici necessari per riconquistare il sentiero della crescita, la misura potrebbe avere un senso. Invece no, peggiora drammaticamente lo stato delle cose.
Acquistando ancora titoli di stato, le banche aumentano il potere ricattatorio su governi e popolazione.
Storicamente è sempre stato così. E la situazione si sta aggravando negli ultimi tempi. La svolta tecnocratica in Italia col cosiddetto "governo dei professori", dove è in atto una sospensione della democrazia, è la conseguenza diretta della subordinazione dell'Italia ai mercati finanziari.
Eppure il mega prestito era stato "venduto" all'opinione pubblica come un aiuto alle famiglie o alle piccole e medie imprese…
Se le banche avessero impiegato quei soldi per concedere crediti a tassi accessibili alle piccole e medie imprese o per i mutui della casa, il loro capitale sarebbe diminuito invece di aumentare come è accaduto.
Scusi professore, ma quando Mario Draghi o chi per esso decidono queste misure, lo fanno convinti che siano benefiche per i cittadini europei o sanno esattamente quali saranno le conseguenze?
Da un lato c'è il vincolo strutturale dato nell'impostazione dell'euro di cui ho accennato prima. La priorità è salvare le banche per stabilizzare l'economia, vietando alla Bce di finanziare direttamente i debiti dei paesi europei. Dall'altra parte, sono convinti che l'unica via per la ripresa economica europea passi dalla distruzione dello stato sociale e dalla riduzione del costo del lavoro, cioè dei salari, tali da recuperare competitività sul mercato globale. Un disegno disperato. Pensare di recuperare la competitività europea entrando in concorrenza coi salari cinesi o indiani è una follia. La competitività continentale si fonda sull'innovazione, nella produzione di valore aggiunto, non certamente sui bassi salari. È una via suicida quella presa dai tecnocrati europei.
Come dovrebbe essere affrontata allora la questione del debito pubblico nell'interesse dei cittadini?
Di proposte per riformare l'euro ce ne sono sul tappeto. Ma prima di arrivare a questo punto, temo che vivremo dei momenti drammatici. L'euro continuerà a far danni fino a quando la situazione diventerà insostenibile e si arriverà a un punto di rottura con la creazione di un euro forte e uno debole, se non la sua scomparsa. Questo trauma sarà un passaggio inevitabile per un rilancio riformista dell'euro.
In molti paesi ci sono movimenti dal basso che chiedono l'abolizione del debito e il diritto all'insolvenza. È una soluzione semplicistica o ha un suo fondamento?
Ha il merito di porre la discussione sul debito, sulla sua natura e le sue forme. Ormai siamo in un capitalismo che attraverso il debito disciplina i rapporti umani. In questo contesto, la lotta contro il debito diventa una forte critica dal basso al capitalismo. Attenzione però a non limitare la lotta al debito nazionale. In gioco non c'è la sovranità dello stato-nazione, ma la sovranità dei cittadini rispetto al sistema capitalista. La finanziarizzazione esige di essere combattuta in un'ottica internazionale. I movimenti concepiscono il rifiuto del debito quale strumento di rifiuto del capitalismo che ha fatto del debito il suo dispositivo di disciplinamento della nostra vita.
Una volta si sarebbe detto la lotta di classe internazionalista....
In un certo senso è come se la lotta di classe sia andata oltre il rapporto tra capitale lavoro, assumendo i contorni di una lotta fra creditori e debitori. Si può dire che sia una riformulazione del terreno della lotta di classe.

Pubblicato

Venerdì 4 Maggio 2012

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