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L'azienda non è una comunità

di

Mauro Marconi
Sarà che con gli anni uno inacidisce. Sarà che a furia di leggere ti si formano dei grumi da qualche parte nel cervello. O magari e più semplicemente, sarà che l’esperienza a qualcosa serve. Dieci anni fa avrei scommesso più che volentieri e con convinzione su un rafforzamento della collaborazione fra le due grandi componenti del sindacalismo. Dieci anni fa pesavo anche meno ed avevo più capelli. C’è poi un altro problema: ed è che uno non dovrebbe mai ascoltarsi un dibattito radiofonico tra Mauro Dell’Ambrogio e Mainrado Robbiani mentre sta andando in bicicletta. Il minimo è che rischi di farti mettere sotto dal primo automobilista di passaggio. Che in più è magari anche iscritto all’Ocst e ti girano ancora di più le balle. No, ma dico: come può un sindacalista affermare che (da leggere ad alta voce con tono sacerdotale, prego) «Un’impresa, che lo si voglia o no, in varie sue colorazioni, comunque una comunità di persone che a differenti livelli di competenza, di autorevolezza e di autorità concorrono nella direzione, diciamo, di un obiettivo comune?». Come può un sindacalista riproporre in modo così smaccatamente acritico uno dei miti fondatori della cosiddetta cultura aziendale? L’azienda non è una comunità; perlomeno non nel senso suggerito da Robbiani che rimanda all’idea di messa in comune, di condivisione, di compartecipazione. Il bisogno di appartenenza è molto radicato nell’essere umano: ognuno di noi vuol essere accettato dai suoi simili e vuole sentirsi partecipe di un gruppo. Passiamo un sacco di tempo sul lavoro, ed ognuno di noi lo vorrebbe fare nel migliore dei modi; non c’è nulla di meglio che presentare l’azienda come un luogo accogliente in cui ognuno possa essere accettato, riconosciuto e valorizzato: come una comunità, insomma. La retorica della “comunità azienda” cade quindi su un terreno fertile, dove realtà e desiderio si confondono. Ma se osserviamo più da vicino la “comunità azienda”, ci accorgiamo che: c’è la gerarchia, ci sono i privilegi, c’è la competizione, c’è aggressività, ci sono antagonismi, e via di seguito. La vita in azienda è fatta di tanti episodi che hanno ben poco a che fare con l’immagine idilliaca della comunità. All’interno di un’azienda le persone non concorrono nella direzione di un obiettivo comune. Il problema di ogni dirigenza e dei quadri è proprio quello di convincere i propri dipendenti che l’obiettivo dell’impresa da una parte e quello del lavoratore dall’altra coincidono: se la ditta va bene anche il tuo posto di lavoro ed il tuo salario vanno bene. Come mai, allora, ci sono aziende che “vanno bene” e licenziano comunque il personale? Gli obiettivi di una parte e dell’altra non coincidono, possono tutt’al più avere delle convergenze. Un’impresa è solo un’organizzazione che persegue obiettivi suoi, avvalendosi delle competenze di persone che svolgono un ruolo assegnato con più o meno convinzione, motivazione ed autonomia, ed intrecciano relazioni sociali tra di loro. Punto. Ci sono dei fondamentali sui quali non si può soprassedere, e siccome non mi farà perdere peso e nemmeno ricrescere i capelli, smetto ufficialmente di credere all’utilità di un rafforzamento della collaborazione sindacale.

Pubblicato

Venerdì 3 Giugno 2005

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