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“L’azienda di Airolo rimanga comunale”

di

Generoso Chiaradonna
L’acqua, oltre ad essere una delle fondamentali risorse per permettere la vita sulla Terra, è anche una materia prima fondamentale. È utilizzata da sempre come supporto energetico. All’inizio delle attività umane per il trasporto di merci e il funzionamento di mulini; nell’ultimo secolo è cresciuta sempre l’importanza che essa ha nella produzione di energia idroelettirca. L’acqua, non solo per la produzione di energia elettrica, ha quindi assunto un valore politico ed economico che le attuale leggi del libero mercato tendono sempre più a privatizzare. I conflitti che si hanno per il controllo dell’acqua non riguardano solo paesi lontani. Anche nel nostro piccolo Ticino scontri per la gestione delle acque, per fortuna solo politici, sono sempre più numerosi. In questo caso si scontrano due concezioni dello Stato: una sostiene le liberalizzazioni del mercato elettrico e la privatizzazione delle aziende pubbliche che vi operano; l’altra, viceversa, sostiene che il controllo di servizi essenziali debba rimanere in mano alla collettività. La prima concezione afferma, indirittamente, la “mercificazione” dell’acqua; la seconda ribadisce il carattere di bene pubblico che hanno le risorse idriche. Ma vediamo più da vicino e in modo più dettagliato su cosa si basa la nuova vertenza tra “liberisti” e “statalisti”. La scintilla che sta scatenando un nuovo scontro tra idee è l’Azienda elettrica comunale di Airolo (Aeca) e lo sfruttamento, da parte di quest’ultima, delle acque dei torrenti Ressia, Ravina e Calcaccia. La concessione da parte del cantone risale al 1921. Tutte le volte che questa concessione giungeva a scadenza, era rinnovata senza particolari problemi da parte dell’autorità cantonale. Il 9 maggio di quest’anno è scaduta di nuovo e il Comune di Airolo ne ha richiesto, giustamente e preventivamente, il rinnovo. Da parte del dipartimento competente, quello delle finanze e dell’economia, per tutta risposta, è giunto un messaggio con il quale si chiede al Gran consiglio di non concedere più il rinnovo della concessione e si domanda di dare allo Stato, tramite l’Azienda elettrica cantonale (Aet), l’esercizio del diritto di riversione. In pratica l’Aeca sarà incorporata all’Aet. Puntuale è giunta la presa di posizione dell’Associazione per la difesa del servizio pubblico. «L’associazione – si legge in un comunicato stampa – esprime il suo dissenso sulla decisione del Consiglio di Stato di proporre al Gran consiglio il rifiuto della concessione al Comune di Airolo per lo sfruttamento del fiume Calcaccia». Per l’associazione si tratta di un inammissibile atto di forza del Cantone verso un comune. Ma come? L’associazione non si è sempre battuta per rafforzare il servizio pubblico e il ruolo dell’Aet (azienda cantonale) nel settore elettrico ticinese? A prima vista suona come un controsenso, ma non lo è. «Il ragionamento che ha fatto l’associazione – ci spiega Silvano Toppi – è molto semplice. Perché togliere la concessione a un comune visto che le cose funzionano? L’Aeca è un’azienda competitiva e serve in modo egregio la sua comunità. Non si vede il motivo di tanto accanimento». Silvano Toppi spiega così il motivo dell’opposizione al messaggio. «Il rapporto sugli indirizzi del Dipartimento delle finanze sostiene che devono essere combinate nell’economia due cose: la sostenibilità e la competitività. In questo caso ci troviamo di fronte al massimo dello sviluppo sostenibile: è un piccolo impianto; non crea nessun inconveniente di carattere ambientale; crea occupazione in loco e nel medesimo tempo dà energia a prezzi competitivi». Inoltre, bisogna aggiungere che l’Aeca rappresenta un’entrata finanziaria importante per Airolo. «Per noi – continua Toppi – è prevalente il bene comune di questa collettività e delle altre servite da aziende comunali. Il discorso era diverso per Ponte Brolla. Lì lo sfruttamento avveniva a favore di un’azienda privata (la Sopracenerina, ndr)». Riassumendo si può concludere che se una piccola comunità riesce a sfruttare le acque del proprio territorio, fornendo elettricità a tutti i cittadini a prezzi a prezzi competitivi, è meglio che continui così? Insomma, piccolo è bello? «Noi – conclude Toppi – chiediamo la creazione di un ente elettrico unico per la distribuzione con la partecipazione di cantone e comuni. Non un rapporto conflittuale tra di essi. Se c’è un servizio pubblico che funziona, anche se è locale e limitato, non c’è un motivo superiore per eliminarlo. Anche se, secondo me, c’è incompatibilità tra i concetti di sostenibilità e competitività. In questo caso ci troviamo di fronte a un caso emblematico».

Pubblicato

Venerdì 23 Maggio 2003

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