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Socialità

L’assistenza, questa sconosciuta

di

Francesco Bonsaver

L’assistenza sociale è una di quelle cose facili da capire, ma difficili da spiegare. Ad esempio, colpisce lo stupore con cui la classe politica cantonale ha accolto l’aumento di 364 famiglie in assistenza rispetto allo scorso anno. Dimenticano di averle spinte loro in assistenza.

Una parte importante di quell’aumento è imputabile al taglio agli assegni integrativi e di prima infanzia, approvato dalla maggioranza dei granconsiglieri a fine dicembre nel Preventivo 2016. Lo stesso Governo aveva previsto il “trasloco” di molte famiglie verso l’assistenza quando aveva pubblicato il messaggio. Cosa puntualmente avvenuta.


Stupore a parte, non è la prima volta che dei tagli alle assicurazioni sociali voluti dalla classe politica finiscono per produrre una crescita dell’assistenza pubblica, l’ultima ratio della socialità svizzera.
«L’assicurazione invalidità (Ai) intesa come assicurazione veramente sociale, non esiste più» aveva detto a questo giornale Bruno Cereghetti, capo ufficio dell’assicurazione malattia del Cantone Ticino dal 1992 al 2010. Cereghetti commentava così l’involuzione dell’Ai che, revisione dopo revisione, ha ridotto fortemente il diritto all’accesso.


Anche l’assicurazione disoccupazione ha subito notevoli trasformazioni. L’ultima revisione, approvata nel 2010 dal 53,4% dei votanti, prevedeva forti restrizioni in durata e accesso al diritto assicurativo. Udc, Plr e Ppd si rallegrarono dell’esito delle urne. L’allora ex presidente nazionale dei liberali, Fulvio Pelli, commentando il rifiuto massiccio nella Svizzera romanda e nel Ticino della riforma, dichiarò «la revisione toccherà in fondo pochi disoccupati». Una previsione non propriamente azzeccata.


«Rispetto al 2005, sia in Ticino sia in Svizzera i tassi di beneficiari AI e Assicurazione disoccupazione sono gradualmente diminuiti a fronte di un incremento del tasso di beneficiari dell’assistenza sociale». La citazione è tratta «Ai margini del mercato del lavoro», un’analisi approfondita pubblicata lo scorso dicembre dall’Ufficio statistica cantonale (Ustat), in collaborazione con l’Ufficio del sostegno sociale e inserimento (Ussi).  «Una dinamica che si è accentuata soprattutto dopo il 2011 in concomitanza con la revisione della Ladi. Dal 2008, si osserva un aumento delle persone che terminano le indennità di disoccupazione e che, venendo a mancare un importante introito finanziario, sono costrette sempre più a ricorrere all’assistenza sociale».
Attenzione, sottolineano i ricercatori cantonali: «Il passaggio tra l’esaurimento del diritto disoccupazione e la domanda di assistenza non è né automatico né necessariamente immediato».


I parametri per accedere alla disoccupazione son infatti ben diversi dall’assistenza, essendo molto restrittivi, In altre parole, il passaggio dalla disoccupazione all’assistenza esiste ma solo per chi ha bruciato tutti i risparmi. Gli altri si arrangiano come possono oppure hanno trovato un’occupazione. Se quest’ultima sia una buona notizia, dipende dalle condizioni d’impiego.


Il contesto problematico
Nel cantone dei quindici contratti normali decretati d’autorità per arginare il dumping, dove esistono 12.000 working poor su 200.000 attivi e dove il tasso degli iscritti in disoccupazione scende mentre sale quello di chi cerca impiego, solo un alieno potrebbe sostenere che le condizioni di lavoro siano ottimali e non vi sia una relazione diretta con la crescita assistenziale.  


Il nocciolo è sempre quello, le condizioni di lavoro. Della crisi globale provocata dagli speculatori dell’alta finanzia del 2008  stiamo ancora pagando lo scotto. In contemporanea si è assistito a un’accelerazione della spirale al ribasso delle condizioni di lavoro. A livello cantonale con l’avvento dei bilaterali accompagnati da misure inefficaci si è aggiunto un altro fattore scatenante. Inevitabilmente, il disastrato mondo del lavoro cantonale si traduce in un aumento del ricorso all’assistenza sociale.


Dallo studio citato si scopre che nel 2013 il 23% delle persone in assistenza lavorava. Una parte preponderante (60%) di questi ultimi aveva un contratto a tempo indeterminato. «Sono soprattutto le persone impiegate a tempo pieno e quelle a tempo parziale inferiore a metà tempo che in questi anni hanno segnato la progressione maggiore» si legge.
La precarietà esistenziale dei nostri tempi si riflette anche nell’assistenza sociale. La nuova tendenza non è più che i beneficiari restano in assistenza per lunghi periodi, ma vi escono ed entrano più volte nel corso del tempo. Dallo studio Ustat di fine 2015, “Percorsi dei beneficiari di assistenza sociale”, gli analisti osservano un crescente rientro nel precario mondo del lavoro che li espellerà nuovamente qualche tempo dopo, per tornare in assistenza.


La colpa è sempre loro
I politici più votati del cantone, recitando il loro mantra di successo, imputano la crescita dei casi d’assistenza agli stranieri. Lo comprova, dicono, il fatto che quattro persone su dieci in assistenza sono straniere, mentre nella popolazione residente sono circa tre su dieci. Chi da anni studia la questione, dà la seguente spiegazione del fenomeno. Gli stranieri, scrivono, «hanno una maggior esposizione al fenomeno della precarietà e dell’esclusione, spesso incappando dapprima nelle maglie della disoccupazione e successivamente in quelle dell’assistenza sociale». Non sarà una caso che la metà degli iscritti in disoccupazione, sono stranieri. Ultimo dato interessante, rilevano gli autori dello studio, il tasso di stranieri in assistenza in Ticino è la metà di quello registrato in Svizzera.


Sebbene i dati siano di facile comprensione, c’è chi preferisce dare spiegazioni che solleticano la pancia, indicando il capro espiatorio ideale. La granconsigliera Sabrina Aldi a nome del Gruppo Lega dei Ticinesi ha inoltrato un’iniziativa parlamentare che chiede di limitare a 15.000 franchi l’importo massimo di assistenza ai dimoranti. Una misura forse utile a guadagnare voti, ma non a migliorare le casse dell’assistenza o la vita delle persone costrette a subirla. Di certo, ininfluente sulle cause della crescita del ricorso all’assistenza.

 

In attesa della risposta governativa all’interrogazione di luglio del deputato leghista Boris Bignasca sul numero delle persone con permesso B in assistenza*, si può far capo alle cifre rese note in precedenza. «A fine dicembre 2013, sul totale delle 4.292 domande pagate di assistenza sociale in Ticino, erano 289 i titolari con un permesso B, di cui 153 con un permesso B “Ue/Aels”» aveva risposto il Cantone a una medesima interrogazione leghista di qualche anno fa.  Delle 289 persone, ben 221 erano residenti in Ticino da più di 5 anni, 38 da almeno 3 anni. Solo cinque beneficiari dell’assistenza con un permesso B erano in Ticino da meno di un anno. Per dare un’idea, quei 289 beneficiari di assistenza corrispondevano allo 0,88% delle persone con permesso di dimora in Ticino quell’anno (31.578).


Esiste anche un dato più recente, seppur solo comunale. L’esecutivo di Mendrisio la scorsa settimana ha risposto a un’interrogazione simile di un consigliere comunale leghista Massimiliano Robbiani.  Su 1.534 residenti con permesso B a Mendrisio, undici sono in assistenza. In media, quelle undici persone hanno ricevuto 6.500 franchi in un anno, per un totale di circa 70.000 franchi.
Chi giudica comoda la vita in assistenza probabilmente non ne ha mai fatto l’esperienza. «Ogni franco è contato. Quel che ricevi serve a coprire il fabbisogno esistenziale per sopravvivere. A disposizione hai gratuitamente tutto il tempo per guardare gli altri vivere» racconta ad area chi quell’esperienza l’ha vissuta.
 
*Aggiornamento

 

Il governo il 5 ottobre 2016 ha risposto all'interrogazione di Boris Bignasca. «A giugno 2016, su 7.439 titolari di una o più prestazione Laps pagate (indennità straordinarie per disoccupati ex indipendenti, assegni integrativi, di prima infanzia e assistenza sociale), 398 hanno un permesso B. Di questi, 248 sono a beneficio di assistenza»


Pubblicato

Mercoledì 5 Ottobre 2016

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