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L'armata acciaccata del pacifismo

di

Loris Campetti
«Senza se e senza ma». La guerra non è la continuazione della politica sotto altra forma, ma la morte della politica. Così si pensava e si diceva a sinistra fino al 2003. Poi la guerra è arrivata comunque, la "seconda potenza mondiale", che per il New York Times era il pacifismo, non riuscì a fermarla e a perderla non furono solo Saddam e i suoi  complici, e neanche la popolazione civile irachena che ha pagato e continua a pagare prezzi esorbitanti. A pagare è stato anche il pacifismo nostrano, quello, appunto, «senza se e senza ma» la cui armata – questa sì umanitaria - è stata sbaragliata e dispersa. Oggi, di fronte alla nuova guerra contro la Libia, a cent'anni esatti dalla prima avventura italiana, giolittiana, in Tripolitania e Cirenaica, i se e i ma si sprecano. I più convinti esportatori di diritti e democrazia a suon di bombe non sono Berlusconi e Bossi ma i cosiddetti democratici capitanati da Bersani. Improvvisamente tutta la politica (parlamentare) italiana si è accorta che il Gheddafi tanto amato, baciato da Berlusconi e corteggiato dai governi di centrosinistra è un criminale dittatore. Che faceva molto comodo, quando in cambio dello sdoganamento internazionale faceva il lavoro sporco per l'Italia incarcerando e torturando un intero popolo di disperati africani in cerca di un futuro nella democratica Europa. Tutti zitti prima, poi improvvisamente l'Italia ha cambiato gli occhiali e ha visto il lato oscuro della storia. Certo che se cambia regime, bisognerà stabilire buoni rapporti con i nuovi governanti, che siano sinceri democratici, islamisti feroci oppure gheddafiani riciclati, ne vanno di mezzo il gas (la metà di quello bruciato nel Belpaese è libico) e il petrolio, che servono più della democrazia.
Fratelli d'Italia allo sbando, i pacifisti. Non parliamo di D'Alema, mai stato uno di quelli senza se e senza ma come ricordano le popolazioni balcaniche ricoperte di bombe intelligenti, umanitarie e all'uranio. Oggi persino tra chi ha sempre sostenuto le ragioni della diplomazia come alternativa alla guerra spuntano i dubbi. «Non si poteva lasciare gli insorti nelle mani del tiranno», lo pensa persino un faro della sinistra-sinistra come Pietro Ingrao. Altri, però, da Rifondazione alla Sel tengono il punto: contro la guerra, contro Gheddafi e tutti i dittatori (qualcuno pensa forse di bombardare il Barhein, lo Yemen, la Siria, ecc.?) e a sostegno delle vittime e dei migranti, che gli umanitari guerrafondai trattano come bestie a Lampedusa. Contro la guerra è la Fiom, come sempre, come in Kosovo e come allora la Cgil tentenna, parla d'altro. A guidare l'armata acciaccata del pacifismo italiano è, ancora una volta, Emergency: è partito da Gino Strada l'appello che porterà a Roma, sabato 2 aprile, un altro modo di intendere le relazioni internazionali e la lotta alle dittature e per la conquista di diritti civili, sociali, sindacali, individuali.

Pubblicato

Venerdì 1 Aprile 2011

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