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L'editoriale

L'arma dello sciopero

di

Claudio Carrer

Un sindacato per far cosa?”, domanda un direttore a un suo impiegato, assicurandogli tuttavia, mentre lo spinge fuori dalla porta del suo ufficio: “Per qualsiasi problema io sono qui”. È solo il testo di una vignetta pubblicata tempo fa da area, ma che esprime una grande verità: dove non c'è Sindacato, nel senso più alto del termine, il lavoratore è praticamente fottuto, oggi ancora peggio di ieri.

Una verità di cui sono sicuramente consapevoli le lavoratrici e i lavoratori della Exten di Mendrisio, quelli della SMB di Biasca, così come quelli  della Crai Suisse di Riazzino, che in questo 2015 hanno trovato la forza e il coraggio di ricorrere allo sciopero per difendere la loro dignità di salariati e per opporsi a dei padroni che avevano la pretesa di trattarli come se fossero degli stracci usa e getta o dei limoni da spremere, sacrificabili sull’altare del profitto. E lo stesso discorso si potrebbe fare anche per gli edili che si preparano a un autunno di lotta per ottenere maggiori tutele e per non farsi strappare dalle mani la più importante conquista sindacale degli ultimi decenni: il prepensionamento a 60 anni, un diritto irrinunciabile soprattutto per chi svolge un lavoro usurante come il loro.


Quattro scioperi in nove mesi (e un quinto alle porte) nel solo Canton Ticino danno conto di un clima che sta cambiando nella realtà operaia, di una crescente consapevolezza dei propri diritti e degli strumenti a disposizione per conquistarli o per difenderli, di un progresso culturale insomma.
Se si realizzasse un sondaggio sul diritto di sciopero, la maggior parte dei cittadini risponderebbe probabilmente che in Svizzera non è riconosciuto perché vige la pace del lavoro. Invece è un diritto costituzionale, di pari rango della libertà personale, delle libertà di credo e di coscienza, d’opinione e d’informazione, di riunione e associazione, della garanzia della proprietà eccetera.

 

Certo, dal punto di vista legale l’esercizio del diritto di sciopero resta problematico in questo paese, perché ai giudici è lasciata troppa discrezionalità nel valutarne la legittimità, perché i lavoratori non sono per nulla tutelati dalle ritorsioni padronali, perché anche un licenziamento abusivo, in fondo, è “legale” non essendo previsto l’obbligo del reintegro.
Lo stesso esercizio dell’attività sindacale incontra molti ostacoli: basti pensare alle ripetute denunce per violazione di domicilio nei confronti dei sindacalisti che  svolgono attività sui luoghi di lavoro (come logica vuole, visto che è qui che nascono e devono essere risolti i conflitti) o ai tanti licenziamenti anti-sindacali per scoraggiare l’attività militante.


Laddove esiste però un’organizzazione sindacale, come è il caso di Unia in Ticino, capace di organizzare i lavoratori, di far sentire quotidianamente e costantemente la propria presenza, non attraverso comunicati stampa o roboanti dichiarazioni, ma con una sempre più fitta rete di militanti capaci, autorevoli e consapevoli, in grado di diventare un punto di riferimento per i colleghi, si possono superare gli ostacoli legali.
Anche in un contesto difficile come quello odierno si possono portare avanti delle battaglie e conseguire delle vittorie, come quelle seguite agli scioperi citati in entrata.


O bisogna almeno provarci invece di assumere posizioni rinunciatarie, come quelle dei vari sindacati della comunicazione di fronte al recente annuncio del taglio di 250 posti di lavoro da parte della Ssr, i quali si sono limitati a reagire appellandosi alla direzione dell’azienda radiotelevisiva, chiedendole di «ritornare sui suoi passi» (Syndicom), definendo la decisione «scioccante» (Impressum) o auspicando «un piano sociale che riduca il più possibile le ripercussioni sulle persone» (Ssm). Misure di lotta non vengono prese nemmeno in considerazione, il che equivale alla resa.

Pubblicato

Giovedì 8 Ottobre 2015

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