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L’anticapitalismo di Guerre stellari

di

Silvano Toppi

Qualcuno dei lettori di area avrà forse visto l’ultimo episodio (il settimo) di Star Wars, Il risveglio della Forza. Abbondano analisi filosofiche, psicanalitiche, sociologiche o storiche sulla saga delle Guerre stellari, ritenuta ormai parte della cultura occidentale. Parliamone come fenomeno economico-ideologico. Ne vale la pena. Rappresenta fantasticamente le contraddizioni del tempo.


Tutto sembra nascere da un grido di libertà. Trasformatosi però in paradosso. Georges Lucas, il creatore di Star War, riteneva che la libertà – la libertà artistica – non poteva ammettere compromessi. Per liberarsi da ogni prevedibile costrizione ideologica o economica dei grandi gruppi hollywoodiani, crea quindi una propria società di produzione. Che funzionerà troppo bene e diventerà (come ammise onestamente in una ultima intervista) ciò che aveva sempre combattuto: un fenomeno economico-commerciale, un metodo per far soldi a palate. Dalle sirene dell’economia di mercato non ci si può liberare.


La buona intenzione iniziale è dunque stata avviluppata dal potere economico più famelico. Per il rapporto investimento-profitto straordinario: 420 milioni di dollari, spese promozionali comprese, hanno generato (per i primi sei episodi) 4,5 miliardi di dollari. Mille per cento, mai visto. Per un nuovo modello economico di sfruttamento che ha fatto scuola: il prodotto (il film) figlia a sua volta una lunga sequela di altri prodotti (libri, dvd, figurine, giocattoli, videogiochi ecc.): 22 miliardi di dollari di proventi, sei volte quanto si è ricavato dalla vendita dei film nelle sale. Per l’irrefrenabile ingordo potere economico che non si lascia sfuggire la preda: il gigante Disney fa un boccone della “libertaria” Lucasfilm sborsando quattro miliardi di dollari e annunciando subito una miniera di altri cinque episodi entro il 2019. Il mercato, che si vuole concorrenza, ama in realtà le concentrazioni e i monopoli.


Dentro gli episodi generatori di miliardi di Star Wars si scoprono però singolari tracce di opposizione al capitalismo finanziario. È l’aspetto più singolare e contraddittorio: segno critico o divertito alibi? Nell’episodio “La minaccia fantasma” l’origine del conflitto che porta all’avvento dell’Impero è il rifiuto da parte di una avida Federazione del commercio di una tassa sulle strade commerciali, democraticamente votata dal Senato galattico. Sembra di essere nel Ticino (dei posteggi). I “cattivi” sono sempre esponenti di interessi capitalistici; nell’episodio “L’attacco dei cloni” sono i separatisti che vogliono rovesciare la Repubblica: la Federazione del commercio, la corporazione dei commercianti, il clan bancario, la “corporate alliance” (associazione mantello di  imprenditori, industriali). Pare di essere in Svizzera.

 

Il capo degli ambienti economici proclama (lo si trova trascritto in “Art of Attack of the Clones”): “Lasciate che vi ricordi il  vostro impegno assoluto in favore del capitalismo… di una riduzione radicale delle imposte, delle tariffe doganali, dell’abolizione di ogni intralcio al libero mercato. Ciò che noi sosteniamo è un sistema di libero-scambio totale”. Sembra il totalitarismo di Economiesuisse o di qualche partito consociato. E come si chiama il vascello della Federazione del commercio che sequestra il cancelliere della Repubblica? “The Invisible Hand”, “La mano invisibile”, espressione usata da Adam Smith per spiegare il mercato divino aggiustatutto, usata come  cappello con ovvio  altro intendimento da questa rubrica.

Pubblicato

Mercoledì 20 Gennaio 2016

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