< Ritorna

Stampa

 

L’anno zero del sindacato

di

Maggiore sicurezza, più rappresentanza, migliori condizioni salariali. Sono le principali rivendicazioni dei lavoratori egiziani delle più disparate categorie professionali che dopo la caduta (poco più di un anno fa) del regime di Hosni Mubarak hanno cominciato a organizzarsi, a scendere in piazza e a preparare la loro rivoluzione nella rivoluzione: in pochi mesi sono nati oltre un centinaio di sindacati indipendenti. Una delle figure centrali in questo processo è Kamal Abbas: 58 anni, attivista per i diritti dei lavoratori già sotto la dittatura di Mubarak, negli ultimi vent'anni è finito più volte in carcere per il suo impegno in favore dei lavoratori e  oggi è una figura chiave della rivoluzione egiziana per le sue battaglie in favore dei diritti e la democrazia. Ancora lo scorso 26 febbraio Abbas è stato condannato da un tribunale egiziano a sei mesi di carcere per "oltraggio a funzionario" per aver interrotto durante i lavori della Conferenza dell'Organizzazione internazionale del lavoro del 2011 il discorso del rappresentante dell'Unione sindacale egiziana fedele al regime. Immediatamente la Confederazione sindacale internazionale ha lanciato una campagna per la sua assoluzione.
Una rivendicazione fatta sua anche dal Comitato 1° maggio di Zurigo, che lo ha voluto come oratore principale della Festa dei lavoratori di quest'anno.
   
Signor Abbas, a poco più di un anno dalla rivolta egiziana, che cosa è cambiato nel paese per le lavoratrici e i lavoratori?

L'unica cosa che ci ha portato la rivoluzione è la libertà di associazione, che ha spinto i lavoratori a fondare dei sindacati. La maggior parte di essi non è però ancora riconosciuta dallo Stato e dunque i datori di lavoro non sono tenuti ad accettarli come controparte. Per questo stiamo facendo pressioni per ottenere una legge che garantisca la libertà sindacale che legittimi i sindacati. In realtà una legge in questo senso è stata approvata dal Consiglio dei ministri ma il Consiglio supremo delle forze armate (istituzione che dopo Mubarak ha assunto ogni potere, ndr) non l'ha messa in vigore. Nonostante le molte manifestazioni e i numerosi scioperi, oggi la condizione dei lavoratori in Egitto non è molto diversa da quella antecedente alla rivoluzione.
Nemmeno sul piano dei salari e su quello delle condizioni di lavoro?
In alcuni settori, grazie agli scioperi e alle proteste, sono state fatte delle concessioni. Ma finora il governo non ha fissato alcun salario minimo, da sempre una delle nostre rivendicazioni principali assieme a quella di un contratto fisso per i lavoratori temporanei. E anche su questo fronte per ora il governo si è limitato, su pressione dello sciopero generale che abbiamo indetto lo scorso 10 febbraio in occasione del primo anniversario delle dimissioni di Mubarak, ad avviare un progetto. Ricordo che negli ultimi quindici anni la maggior parte dei lavoratori sono stati assunti solo con contratti temporanei, sia nel settore privato sia nel pubblico.
Nel nuovo parlamento i lavoratori continuano a essere assenti come prima della rivoluzione?
Esatto. Il Parlamento è dominato dalle forze islamiste. La campagna elettorale che ha preceduto le elezioni è stata interamente condotta sul piano religioso: si è votato per o contro l'islam. I lavoratori che sono riusciti a entrare in Parlamento non sono pertanto esponenti della classe operaia eletti sulla base di un programma con al centro i temi del lavoro, ma come esponenti di liste religiose o laiche.
Che ne è dell'Unione sindacale egiziana (Egyptian trade union federation, Etuf) che sotto Mubarak, come unica organizzazione ufficiale, aveva il monopolio della rappresentanza dei lavoratori ed era fedele al regime?
Dopo la rivoluzione è stato destituito il presidente (oggi in prigione) ma in seguito  l'organizzazione è stata dotata di una dirigenza ad interim. L'unica differenza rispetto a prima è che di essa fanno parte anche tre Fratelli musulmani che siedono anche in Parlamento. Il resto dei 31 dirigenti sono soprattutto persone che provengono dall'era Mubarak e la struttura organizzativa non è mutata. Una situazione gradita ai Fratelli musulmani che così possono controllare più facilmente l'Unione sindacale.
I Fratelli musulmani, dopo essersi impegnati per decenni e nella clandestinità a livello sociale, sono oggi la prima forza politica del paese. Quali rapporti intercorrono tra essi e il movimento dei lavoratori?
Siamo nemici storici. I Fratelli musulmani sono su posizioni neoliberali: la loro politica economica ha come priorità la difesa della proprietà privata. Inoltre avversano la cultura dello sciopero e delle organizzazioni di lavoratori. I principali dirigenti dei Fratelli musulmani sono ricchi uomini d'affari e dunque rappresentano interessi contrapposti rispetto ai nostri. Il loro progetto principale consiste nel mantenere e dominare la vecchia Unione sindacale: il cambiamento che vogliono riguarda solo le persone e non il sistema. Non vogliono strutture democratiche e soggetti indipendenti.
Guardando al futuro, che cosa significherà per i salariati un Egitto dominato dal Fratelli musulmani?
I lavoratori non saranno coinvolti nelle decisioni politiche e se non lotteremo non otterremo nulla. Per questo in questa fase di transizione è molto importante che i lavoratori si organizzino in associazioni e sindacati forti che realmente difendano i loro interessi. Altrimenti continueranno a prevalere la vecchia economia e le sue logiche di sfruttamento. Un tempo lo sfruttatore era il Partito nazionale democratico di Mubarak, mentre oggi è il Partito della libertà e della giustizia dei Fratelli musulmani.
Vuol dire che non è cambiato molto rispetto all'era Mubarak?
Oggi è molto meglio, perché, come dicevo, abbiamo la libertà di organizzarci in associazioni.
Le nuove organizzazioni sindacali libere hanno difficoltà ad acquisire i membri dei vecchi sindacati. Come mai?
Nel settore privato la maggior parte dei lavoratori non è sindacalizzata. In quello statale ci sono invece i vecchi sindacati, da cui i lavoratori escono per fondarne altri. Ma c'è il problema che molte imprese si rifiutano di trasferire alle nuove organizzazioni le trattenute salariali per la pensione. Il denaro resta insomma dov'è.
Come si può reagire a questa situazione?
Con l'inizio della rivoluzione abbiamo avviato un progetto per un'Unione sindacale indipendente. Ma non possiamo avere fretta: dobbiamo costruire un sindacato dalle fondamenta e impegnarci a trovare dei quadri capaci di condurre trattative e organizzare scioperi, che sono però figure rare dopo sessant'anni di dittatura.
Come si comporta il Consiglio supremo delle forze armate nei confronti delle organizzazioni dei lavoratori?
Da quando sono al potere, i generali si schierano contro di noi e cercano di sabotare la libertà sindacale. Alcuni lavoratori sono già stati tradotti davanti a un tribunale militare per aver partecipato a uno sciopero. Lo fanno per intimidire la nostra gente.
La gente comune in Egitto si dice stufa degli scioperi e delle proteste e chiede sicurezza e tranquillità...
È la linea del Consiglio delle forze armate, che mira all'esaurimento della gente, a fomentare odio nei confronti della rivoluzione. La sicurezza pubblica viene trascurata e reati come furti e rapine aumentano. In un regime militare l'esercito dovrebbe garantire la sicurezza (come ha fatto durante la campagna per le elezioni parlamentari attraverso una presenza capillare sul territorio), ma oggi l'interesse del Consiglio militare è quello di destabilizzare la situazione per incutere paura alla gente.
Le organizzazioni dei lavoratori sono comparse solo nell'ultima fase della rivolta. Si può allora rimproverare loro, come ai Fratelli musulmani, di aver aderito troppo tardi alla rivoluzione?
In Egitto non c'è stata una rivolta di lavoratori ma una rivolta popolare. In prima fila c'era la gioventù, mentre i lavoratori e i poveri seguivano. Ma non siamo arrivati tardi, anzi. Molti lavoratori erano presenti sin dal primo giorno in modo non organizzato, come individui, come cittadini. In seguito abbiamo saputo sviluppare una coscienza di classe e a partecipare come classe sociale. I nostri scioperi del febbraio 2011 hanno accelerato le dimissioni di Mubarak. Tutti i politologi considerano i fatti di quei giorni come elemento chiave.
L'economia egiziana è al tappeto. In questa situazione gli scioperi non potrebbero risultare controproducenti?
Ora viviamo in una fase post-rivoluzionaria. La questione da porsi non è quella se gli scioperi sono giusti o sbagliati. A mio avviso è urgente raggiungere nella società un consenso sugli obiettivi da raggiungere. Serve una visione della società per garantire i diritti politici e di libertà. Una volta raggiunto questo consenso potremo dire ai lavoratori che noi siamo parte di questo programma. In seguito potremo sospendere gli scioperi e rimettere in moto la nostra economia. Un lavoratore non crede a una persona che gli dice che per via della crisi non dovrebbe scioperare. Una cattiva situazione economica significa che i prezzi aumentano, che lo stipendio non basta a soddisfare i bisogni e dunque il lavoratore incrocia le braccia e scende in strada a protestare. Ma quando il lavoratore sa che le forze politiche e sociali della piazza, il parlamento, il governo e gli imprenditori hanno raggiunto un'intesa di massima, allora smette di scioperare.

Intervista a cura del Comitato 1° maggio di Zurigo; Traduzione: area

Pubblicato

Venerdì 20 Aprile 2012

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 20 Gennaio 2022