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L’amianto è servito ... anche in baracca

di

Claudio Carrer
Anche nelle baracche da cantiere si può nascondere dell'amianto. La presenza di questa fibra mortale è stata accertata il mese scorso nel pavimento di un vecchio prefabbricato adibito a mensa per gli operai di un cantiere del Bellinzonese. La scoperta, fatta da un funzionario del sindacato Unia, porta alla luce un fenomeno nuovo per la Svizzera: anche tra gli addetti ai lavori nessuno aveva in precedenza sentito parlare di questa forma di utilizzo dell'amianto. Sono dunque molti gli interrogativi che si pongono.

Il laboratorio specializzato Labtox di Bienne, a cui Unia si è affidata per l'analisi di un campione di pavimento prelevato dalla baracca, ha riscontrato una presenza di amianto «in quantità significative», tra il 10 e il 20 per cento. Trattandosi di lastre in fibrocemento, esso risulta fortemente agglomerato e dunque, perhé le pericolose polveri si sprigionino, è necessaria un'azione meccanica esterna. Un rischio che nel caso concreto è reale, in quanto la copertura sintetica posata quale finitura del pavimento è, in alcune parti, fortemente consumata.
La Suva (l'Istituto nazionale svizzero di assicurazione contro gli infortuni), informata dei fatti dal sindacato Unia, ha immediatamente reagito intimando all'impresa di costruzioni interessata (una delle più importanti del cantone) di adottare, «a tutela della salute dei lavoratori», «misure precauzionali a breve termine». Misure che consistono in particolare nell'individuazione di tutte le baracche che presentano lo stesso problema e nel loro risanamento, attraverso la rimozione e la sostituzione delle lastre in fibrocemento contenenti amianto o la riparazione dei rivestimenti danneggiati. Questa seconda soluzione non elimina il problema alla radice ma è comunque in grado di azzerare i rischi per la salute degli operai, i quali, sottolinea la Suva, devono essere informati sul problema.
Da noi contattato, il responsabile in materia di sicurezza della ditta, senza nascondere una certa irritazione per i "metodi investigativi" del sindacato, assicura che l'impresa sta procedendo al risanamento di tutte le baracche con un pavimento simile a quello analizzato e che risulta rovinato. «Questo indipendentemente dalla presenza o meno di amianto, che non è stata verificata», precisa il nostro interlocutore. La ditta, dopo la scoperta di Unia, ha infatti proceduto ad un inventario di tutte baracche in sua dotazione (circa 80) ed ha appurato che circa la metà (acquistate dopo il 2000) sono in buono o ottimo stato e che tra quelle più vecchie «cinque o sei presentano un pavimento danneggiato dall'usura e pertanto verranno risanate secondo le direttive della legge».
Quanto alla presenza di amianto, per il responsabile dell'impresa si tratta di «una novità» e di una «sorpresa». Anche perché il prefabbricato in questione non è così vecchio: «Lo abbiamo acquistato negli anni Novanta. Sicuramente non prima. In ditta non abbiamo baracche con più di vent'anni», assicura.
Se le cose stanno così, significa che quella baracca (e forse molte altre dello stesso tipo ancora presenti sul territorio) è stata verosimilmente venduta dopo che la Svizzera aveva già messo al bando, a partire dal 1° marzo 1990, i prodotti e gli oggetti contenenti amianto. Il rivenditore, la Veragouth Sa di Bedano (azienda leader del settore) non è in grado né di confermare né di smentire questa ipotesi. E in ogni caso della possibile presenza di amianto nei pavimenti, la ditta ticinese non ne ha mai saputo nulla: «Noi compriamo il prodotto già finito e lo rivendiamo», spiega ad area il vicepresidente della società Giovanni Abbiba, indirizzandoci direttamente al fabbricante in Italia: la Novobox di Uboldo (in provincia di Varese), il cui titolare, Angelo Campani, ci fornisce alcuni interessanti dettagli.
Conferma innanzitutto che la sua azienda ha prodotto baracche con pavimenti in amianto fino al 1992 (anno dell'entrata in vigore del divieto in Italia), ma in quantità «assai modeste»: «Di regola è sempre stato usato il legno, molto meno caro. Solo occasionalmente e su richiesta del cliente utilizzavamo le lastre in fibrocemento per la loro capacità di proteggere dall'umidità», spiega Campani stimando questi casi in meno del 5 per cento dell'intera produzione. Il che lo porta a ritenere che oggi di quei modelli ve ne siano ancora «pochissimi in circolazione».
Alla vista dell'immagine della baracca oggetto della nostra attenzione rimane stupito: «Questo è un residuato bellico. È vergognoso che un'impresa continui a usare un box in queste condizioni, addirittura deformato su un lato», commenta Campani, il quale però non è in grado di datare con precisione il prefabbricato: «Riconosco comunque alcuni elementi strutturali che non utilizziamo più da moltissimi anni», precisa.
Circa la possibile presenza di amianto in altre parti oltre al pavimento, il titolare della Novobox tende a escluderla («non credo, a meno che vi siano state delle richieste particolari da parte del committente»), ma rende attenti che «qualunque ditta che ha prodotto baracche, fino ai primi anni Novanta può avere impiegato questa fibra per i pavimenti, per le pareti o per i tetti».
A questo punto, la scoperta avvenuta in Ticino sembra avere più di una spiegazione ma apre anche una serie di interrogativi: fino a quando sono state importate in Svizzera e rivendute baracche di quel tipo? Come è stato possibile farlo oltre il 1990? Sono forse state liquidate ai "saldi di fine stagione" in concomitanza con messa al bando dell'amianto? Quante ne rimangono in circolazione e in che stato sono? E le altre che fine hanno fatto? Sono magari state cedute a terzi? Come sono state smaltite? Tante domande a cui le informazioni raccolte danno solo risposte parziali.

«Ora è fondamentale informare»
Dario Mordasini, sindacalista esperto di sicurezza sul lavoro: è il modo migliore per ridurre i rischi. «Tutti diano un contributo»

«La presenza di amianto nelle baracche da cantiere è un fenomeno nuovo, sia per i sindacati, sia per la Suva sia per la Società svizzera degli impresari costruttori (Sssic). Pensandoci bene però, e considerando che si conoscono più di 3mila applicazioni dell'amianto, la scoperta fatta in Ticino non deve sorprendere più di tanto». Dario Mordasini, responsabile del settore sicurezza sul lavoro del sindacato Unia ed esperto in materia, segue da vicino e con estrema attenzione una vicenda che in fondo «conferma la regola generale secondo cui le probabilità di trovare asbesto in oggetti e fabbricati vecchi sono molto alte».
Sarà possibile, a suo avviso, farsi un'idea più chiara di quante baracche con amianto vi sono ancora in circolazione in Svizzera?
Un quadro dettagliato probabilmente non l'avremo mai. È invece possibile, ritengo, ottenere delle indicazioni sufficienti perché il sindacato, i datori di lavoro, la Suva e altri definiscano e attuino le misure necessarie.
Concretamente come ci si sta muovendo per affrontare il problema?
Unia, dopo la scoperta, ha subito preso contatto con la Ssic e la Suva per definire un percorso comune. Si è così deciso, nell'ambito di una riunione molto costruttiva, di inviare a nome della Commissione paritetica cantonale una lettera d'informazione a tutte le ditte. In seguito sarà necessario verificare che le misure suggerite vengano attuate sul campo. Altro compito importante sarà naturalmente quello di informare i lavoratori.
Considerato che nel caso specifico il rischio di sprigionamento di fibre è basso, non si creano così inutili paure tra i lavoratori?
Al contrario! Noi siamo convinti che sia giusto diffondere l'informazione in quanto solo chi è informato è consapevole del rischio può adottare le misure di protezione, che peraltro esistono. Nel caso concreto questo aspetto è ancora più importante, perché si tratta di un fenomeno nuovo e oggi nessuno sa quante siano le baracche da cantiere che possono contenere o che contengono dell'amianto. E non si sa nemmeno dove si trovino. È pensabile per esempio che una parte sia in mano a privati. Naturalmente l'informazione deve sempre essere oggettiva: si tratta di rendere attenti del problema senza creare ingiustificate paure e fornire indicazioni sulle misure da adottare.
Un'impresa che scopre di aver acquistato una baracca con amianto nel pavimento avrebbe il dovere di segnalarlo per esempio alla Suva?
Non vi è un obbligo legale. Noi riteniamo però che vi sia da parte di tutti il dovere di dare la massima diffusione di un'informazione di questo tipo. È una delle vie principali per ridurre il rischio di esposizione all'amianto.
Il "metodo investigativo" di Unia è piaciuto poco all'impresa proprietaria della baracca. Come si giustifica questo tipo di intervento sindacale?
Unia intende contribuire in modo attivo a migliorare le condizioni di lavoro, anche per quanto riguarda la tutela della salute. Svolgere un ruolo attivo nella prevenzione all'esposizione all'amianto significa anche essere attenti al problema e in caso di dubbio far analizzare di propria iniziativa materiale che potrebbe contenere dell'amianto per poi – in caso di esito "positivo" – decidere insieme ai lavoratori, ai datori di lavoro e alla Suva le misure necessarie. Non è la prima volta che contribuiamo in questo modo – e con risultati positivi – a un problema dovuto alla presenza di amianto. Noi siamo convinti che i segretari di Unia che operano sul terreno costituiscono (come i lavoratori) una risorsa per promuovere la tutela della salute. Risorsa che dovrebbero valorizzare anche i datori di lavoro e la Suva, nell'interesse di tutti. Insomma, ci vediamo come partner e non come investigatori. Tant'è vero che il nostro primo passo, una volta accertata la presenza di amianto, è stato quello di chiedere un incontro alla Ssic e alla Suva.   

Pubblicato

Venerdì 25 Giugno 2010

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