Di solito in questa rubrica mi occupo di cose passate, certo sempre legate in qualche modo al modo attuale, ma trascorse, lontane nel tempo e quindi «storiche». Gli avvenimenti dell’ultimo mese richiedono però uno strappo alla regola, sia per la loro catastrofica ampiezza, sia perché anche queste, per molti aspetti, si meritano la qualifica di «storiche». In ogni caso il punto di vista dello storico può aiutare ad intravedere alcuni elementi che per forza di cose sfuggono a chi rincorre le notizie con il fiato necessariamente corto dell’informazione di attualità, ma che sovente sfuggono anche allo sguardo di politici e finanzieri: a volte intralciati da paraocchi ideologici i primi e troppo spesso affetti da miopia congenita i secondi. La considerazione di carattere storico riguarda un fenomeno di lungo periodo, ovvero la tendenza dominante del presente. Se in passato abbiamo avuto la rivoluzione neolitica, l’impero romano, il movimento comunale, la rivoluzione industriale, l’epoca dei nazionalismi… il presente sembra essere l’epoca della globalizzazione. Il concetto ha origini economiche ed è inteso in primo luogo come globalizzazione della produzione. Ovvero il fenomeno per cui tutto ciò che viene prodotto in qualsiasi punto del globo può essere smerciato in qualsiasi altra area della Terra. Questo porta i grandi potentati economici a spostare le produzioni dove è più vantaggioso e a concentrare i profitti in pochi centri esasperando la concorrenza e divaricando gli squilibri sociali ed economici a livello planetario, ma causando vittime anche nelle aree di origine di questa globalizzazione d’assalto: anche nei paesi ricchi il divario tra facoltosi e poveri tende ad allargarsi. Ma era, e continua ad essere irragionevole, pensare che tutti questi squilibri, in un mondo senza confini e dove tutto è «vicino», non si ripercuotessero in un modo o nell’altro anche su chi ne hanno tratto grandi profitti. L’attentato alle torri gemelle di New York ci ha tragicamente messo sotto gli occhi un’alta faccia della globalizzazione. Un attentato escogitato in qualsiasi punto del globo, può essere messo in atto in qualsiasi altro, utilizzando per di più proprio i proventi dell’economia globale. Non ci sono giustificazioni per un attentato efferato che è costato la vita a migliaia di persone. Ma è ragionevole sperare che quanto è accaduto induca le grandi potenze a ripensare il loro ruolo nel contesto planetario: la globalizzazione, ora è chiaro, si verifica nelle due direzioni e nessuno può dirsi al sicuro dai suoi effetti perversi. Non si può lasciare le scorie della globalizzazione agli «altri». Nel mondo globale gli «altri» siamo noi.

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12.10.01

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