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L’altra faccia

di

Anna Luisa Ferro Mäder
Di che colore è l’Oscar ? Se rivolgete la domanda ad un attore nero vi risponderà in modo molto semplice: bianco. Non ha torto. In 73 anni di storia degli oscar solo un nero ha ottenuto la statuetta magica come miglior interprete principale di un film. Forse quest’anno ci sarà una svolta. In ogni caso il fatto che tre attori neri abbiano ottenuto una «nomination» come interpreti principali di film è già una grossa novità. Dopo tutto era dal 1972 che non succedeva più. «Le cose stanno cambiando?» hanno subito chiesto i giornalisti ai rappresentanti della comunità nera che da anni si battono per un’equa rappresentanza delle minoranze in ogni campo sociale. «Una rondine non fa primavera. Parleremo di cambiamento solo se questa esperienza durerà nel tempo» hanno rilevato all’unisono gli interpellati. La loro prudenza è del tutto giustificata, se si dà un’occhiata agli scarsi successi ottenuti finora. È dal 1963 che un attore nero non sale più sul podio per ritirare la famosa statuetta come interprete principale di un film. La giuria ha finora premiato solo Sidney Poitier per «Lilies of the Field» (I gigli del campo). Da allora i neri si sono dovuti accontentare di premi di consolazione. In tutto cinque attori e attrici neri hanno ottenuto l’Oscar come interpreti non protagonisti di un film. Questo significa che i neri, che rappresentano circa il 12,5% della popolazione statunitense, hanno finora ottenuto solo il 3% dei premi. Questo dato rispecchia le difficoltà che incontrano ancora oggi gli attori che appartengono a minoranze ad ottenere ruoli importanti ad Hollywood. Non è solo un problema dei neri. Anche i latinos, che in America sono sempre più numerosi, vantano solo il 5% dei ruoli, gli asiatici il 2% e i nativi appena lo 0,2%. Hollywood privilegia i bianchi. Anche le catene televisive lo fanno spesso. Lo si nota guardando i serial ad alto gradimento, come «Sex in the city» o «Sopranos». Ci sono dei progressi, ma non abbastanza importanti da superare il divario accumulato negli anni. Persino nei programmi d’informazione i conduttori di colore sono più un’eccezione che la regola. È chiaro che in queste condizioni fare carriera è più difficile. Fino a qualche decennio fa ai neri venivano proposti soprattutto ruoli scontati, come fare lo schiavo in un film storico o la cameriera in una casa borghese. Chi ha cercato di infrangere questi tabù ha dovuto spesso fare i conti con dolorose esperienze. È emblematica la figura di Dorothy Dandridge. Bella e affascinante, diventò famosa per la sua interpretazione di «Carmen Jones». Il film le offrì un momento di gloria: una nomination agli Oscar come migliore attrice principale, la copertina di «Live» e l’accesso al mondo magico delle stelle. Essere famosa comunque non le aprì molte porte. Anche lei era vittima della segregazione e quando andò a lavorare a Las Vegas, le fu vietato di usare la piscina dell’albergo dove la sera dava uno spettacolo, di usare l’ascensore, di mangiare nel ristorante e persino di usare il bagno delle donne. Il successo di «Carmen» Il successo di «Carmen» fu irripetibile e la sua carriera declinò. L’attrice morì per overdose di tranquillanti a soli 43 anni. La sua storia è stata recentemente rievocata in un miniserial televisivo interpretato da Halle Barry, che quest’anno ha ottenuto una nomination come migliora attrice per il film dello svizzero Marc Forster «Monster’s Ball». Interpreta una donna che si innamora di uno dei secondini bianchi che avevano condotto nella cella della morte il marito condannato alla pena capitale. Anche la bella Barry non ha alle spalle una carriera facile. Anche lei si è vista negare ruoli importanti per il colore della pelle, come lei stessa ha recentemente raccontato al New York Times. «La cosa più difficile da mandare giù è quando c’è una storia d’amore con un attore maschile molto importante e non c’è ragione per cui non potrei fare quella parte, ma loro dicono ‘Oh, Halle ci piace, ma non vogliamo una nera’. Mi arrabbio perché sono affermazioni razziste, ma la gente che le dice non pensa che lo siano». Non si è vista negare solo parti per storie d’amore, ma anche il ruolo di ranger perché secondo un direttore della casa di produzione non si può affidare ad un nero il ruolo di park ranger. Basta andare in un qualsiasi parco americano per constatare esattamente il contrario. Essere trattata alla stregua delle sue colleghe bianche è diventata per la bella attrice di colore una missione da compiere. «Voglio arrivare dove le altre non sono ancora arrivate» affermava recentemente, non nascondendo il suo impegno per ottenere una parità che resta ancora solo sulla carta. La testimonianza di Sidney Poitier La sua testimonianza non è molto diversa da quella di altri attori famosi. Primo fra tutti Sidney Poitier, che il 24 di marzo Hollywood intende premiare con un Oscar alla carriera. Poitier ha interpretato molti film che parlavano di razzismo e discriminazione. Ottenne il successo nei famosi anni ’60, che segnarono una svolta nella storia dei neri d’America. Erano gli anni delle grandi battaglie di Martin Luther King, delle manifestazioni, ma anche gli anni in cui i neri si vedevano finalmente affidare incarichi importanti anche nel mondo del cinema. «In quel periodo eravamo considerati la metà di un essere umano. Non avevo alternative. Avevo il dovere di fare certi film perché facevo parte di quella generazione» ha affermato recentemente Poitier. Attori come lui hanno fatto da battistrada a quelli che li hanno seguiti, come il famoso Denzel Washington, che in questi mesi si sta cimentando per la prima volta alla regia di un film. Washington è un divo. Lo pagano 20 milioni di dollari per fare un film. Anche lui ha ottenuto un Oscar, ma come interprete non principale nel film «Glory», che racconta la storia del primo battaglione nero dell’esercito americano. Quest’anno è alla sua terza nomination come migliore attore protagonista per il film «Taining day». La prima volta fu nel 1992 per «Malcolm X» e poi nel 1999 per «The Hurricane». Washington ammette anche lui che non sempre è stato facile. Hollywood preferisce spesso andare sul sicuro e affidare certi ruoli a bianchi anche se potrebbero benissimo essere interpretati da persone di colore. Per il film «Il rapporto Pelikan» tratto dal libro di John Grisham, nessuno aveva pensato ad un nero per il ruolo che in seguito fu affidato a Washington. Tutti, compreso Grisham, esitarono molto prima di accettare questa soluzione. Nel film Washington è affiancato dalla bella Giulia Roberts che in queste settimane si è espressa sulla pagine di Newsweek in favore di una premiazione del collega nero. «Denzel dovrebbe aver già ricevuto almeno tre oscar» ha affermato citando i molti film interpretati dall’attore e ha aggiunto: «non sopporto di aver un Oscar come miglior attrice mentre lui non ne ha uno come miglior attore». Comunque quest’anno Washington deve fare i conti con il temibile Russell Crowe e le sue quotazioni non sono altissime. Anche la stampa pubblica più volentieri le foto delle attrici o degli attori bianchi rispetto a quelle dei colleghi neri. Le quotazioni della Berry invece si sono alzate quando si è vista assegnare insieme a Crowe il premio dello «Screen Actor Guild Awards», che spesso anticipa i vincitori dell’Oscar. Se sarà vero allora – ha affermato l’attrice – «avremo trovato la strada che Dorothy Dandridge non era mai riuscita a vedere».

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Venerdì 22 Marzo 2002

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