< Ritorna

Stampa

 

L'altra campana

di

Giuseppe Dunghi

Supponiamo di dover dare la notizia della scoperta che l’acqua bolle a 100 gradi. Dopo aver informato sulla scala dei gradi centigradi, sul laboratorio dove si è tenuto l’esperimento, sul nome dello scienziato, la sua nazionalità eccetera, deontologia vuole che subito dopo si dia la parola a uno scienziato pazzo convinto che l’acqua bolle invece a 50 gradi. Così, siccome la verità sta nel mezzo come la virtù, il pubblico si farà l’idea politicamente corretta che l’acqua bolle a 75 gradi.


Fra le altre notizie, in un radiogiornale della RSI alla fine dello scorso anno si è parlato della Coca-Cola. La multinazionale in questione si è meritata l’onore della cronaca per aver chiuso lo stabilimento che produceva e imbottigliava questa bevanda in Grecia per trasferirlo nel Canton Zugo, allo scopo di sfuggire all’alta tassazione ellenica e proseguire la produzione in un paese, la Svizzera, dove questa è più bassa. Fin qui la cronaca, seguita da un breve commento: tale sistema priva i paesi intorno alla Svizzera di 30-36 miliardi di euro all’anno per mancate entrate fiscali, e ciò costituisce un furto (viene pronunciata proprio la parola “furto”). Poi l’altra campana, un esponente della cosiddetta economia: se venissero a mancare questi miliardi, la Svizzera non potrebbe sostenere il suo alto standard economico e di conseguenza tanti giovani svizzeri non potrebbero trovare lavoro.


I giovani svizzeri non hanno altra risorsa che vivere di furto? I giovani, le donne, gli anziani, il ceto medio impoverito, le piccole e medie imprese che non ce la fanno a reggere la concorrenza, i disoccupati, i contadini di montagna: mai che si parli dei semplici lavoratori, in questo caso quelli greci, uomini, donne e giovani anche loro, che hanno perso il posto a causa della politica fiscale di un piccolo cantone tanto ricco da permettersi di abbassare le tasse.


A parte la conferma che le multinazionali cercano ferocemente di pagare il meno possibile le imposte (si dice “scegliere un regime fiscale favorevole”), il difensore dell’alto standard economico dà per scontato un rapporto di causa-effetto per nulla dimostrato: che il lavoro sia una possibilità, un’opportunità che si presenta quando i profitti sono alti, che basti rendere la vita facile agli investitori per raggiungere automaticamente la piena occupazione. Tutti sanno che è vero il contrario.


Il rappresentante padronale sembra considerare poi ovvia un’altra cosa: che il diritto al lavoro sia subordinato al diritto di intraprendere, e se non c’è l'impresa non può esistere il lavoro. Ci sarebbe da discutere su quale dei due sia nato prima, ma un fatto è certo: nella società moderna il lavoro è fondante della vita collettiva, ci scambiamo lavoro l’uno con l’altro, senza il lavoro diventiamo dei fantasmi.


Il diritto di ogni persona a partecipare alla formazione della ricchezza comune è troppo importante per essere affidato alla libertà di intraprendere. Dovrebbe essere possibile mettere a rischio la propria persona, non la vita degli altri. L’orazion picciola che Ulisse tenne al momento di oltrepassare le Colonne d’Ercole è un inno indimenticabile all’intraprendenza umana, ma non ci è dato di sapere se i suoi compagni fossero davvero entusiasti di seguirlo nel folle volo. Bisogna sempre sentire l’altra campana.

Pubblicato

Lunedì 2 Settembre 2013

Leggi altri articoli di

Rubrica

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Venerdì 22 Ottobre 2021