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L'altra Svizzera che è possibile

di

Stefano Guerra
Una risoluzione contro la nuova legge sugli stranieri e la revisione dell’attuale legge sull’asilo, una a sostegno delle rivendicazioni-pro Avs del movimento femminista Femmes en colère (Femco) e una di solidarietà con gli attivisti ginevrini “incolpati e sequestrati” durante e dopo il vertice del G-8. A larga maggioranza l’Assemblea generale dei movimenti sociali riunita domenica scorsa a Friburgo ha deciso di non accontentarsi di una generica dichiarazione di principi, ma di prendere posizione su tre questioni concrete. Il centinaio di persone ritrovatesi nello scuro auditorio dell’Università Miséricorde ha così voluto dare una visibilità postuma (le tre risoluzioni saranno integrate in una dichiarazione da affinare che sarà resa nota solo fra un paio di settimane) a una prima sessione del Forum sociale svizzero (Fss) svoltasi in sordina lo scorso fine settimana nella città sulla Sarine. Ci sono volute due ore di discussione per sciogliere il dubbio sulla paternità di un testo che – per rispettare la pratica del Forum sociale mondiale (Fsm) di Porto Alegre – non avrebbe dovuto essere una dichiarazione finale dell’Fss. Solo quando la discussione volgeva al termine il portavoce del Forum Sergio Ferrari ha fatto chiarezza dissipando un certo disagio fra i presenti: «Questa è una dichiarazione dell’assemblea dei movimenti sociali riuniti nel quadro dell’Fss, e non del Forum stesso». A quel punto era già stata presentata una trentina di proposte di emendamento per far mettere i piedi a terra a un pomposo (nella retorica) ma timido (nella sostanza) progetto iniziale di dichiarazione che denunciava la rottura del contratto sociale, il razzismo e la xenofobia, la società patriarcale, l’imperialismo globale, il sistema di produzione capitalista, il ruolo delle banche e delle multinazionali svizzere. La prudenza iniziale ha man mano lasciato spazio alle tesi di chi voleva che l’assemblea si profilasse al di là delle denunce di principio. A larga maggioranza sono così state adottate tre risoluzioni su stranieri e richiedenti l’asilo (indire manifestazioni contro la nuova legge stranieri e la revisione della legge sull’asilo; appoggio alla regolarizzazione collettiva dei sans-papiers; promozione di un dibattito urgente sulla libera circolazione delle persone), di sostegno al manifesto di Femmes en colère (far pressione su Uss e partiti di sinistra per il lancio di due referendum pro-Avs; uscita dal sistema a tre pilastri; giornata di sciopero il 4 novembre) e di solidarietà con gli “incolpati e i sequestrati” del G-8 (apertura di un’inchiesta sull’operato della polizia; manifestazione a Ginevra in difesa dei diritti democratici). L’assemblea generale dei movimenti sociali è stato l’ultimo atto di un Forum sociale svizzero che aveva preso avvio venerdì sera sulla piazza Georges Python senza clamore. Persino Friburgo ha stentato ad accorgersi che lì sarebbe stata pensata “un’altra Svizzera possibile”. «Qui se n’è parlato poco, e ancora meno in altre parti del paese», diceva a poche ore dall’inaugurazione un giornalista del quotidiano locale La Liberté. Alla presenza di un centinaio di persone (a Forum concluso gli organizzatori ne conteranno circa 800 sui tre giorni dell’evento) venerdì sera è toccato a Francisco “Chico” Whitaker – uno dei principali promotori del Forum sociale mondiale di Porto Alegre – ribadire che «non solo un altro mondo è possibile, ma necessario e urgente». «Quando abbiamo cominciato questa avventura a Porto Alegre – ha proseguito “Chico” – non pensavamo di arrivare dove siamo arrivati. Ora in India 200 organizzazioni stanno lavorando assieme all’organizzazione del prossimo Forum sociale mondiale (che si terrà nel gennaio 2004, ndr): è un’esperienza incredibile, completamente nuova per un paese così diviso come l’India». La prima sessione dell’Fss è decollata solo la mattina del sabato quando circa quattrocento persone (provenienti in gran parte da Friburgo e dalla Svizzera romanda: pochi dalla Svizzera interna, ancor meno dal Ticino) si sono ritrovate all’Università Miséricorde per partecipare alle conferenze e ai seminari previsti in un fitto programma con proposte che andavano dalla piazza finanziaria svizzera alle migrazioni, dallo zapatismo alla pubblicità sessista, da Cuba alla privatizzazione dei servizi pubblici in Svizzera (vedasi articolo sotto), dal finanziamento della cooperazione internazionale al caso Nestlé (vedasi articolo sotto). Sabato sera – al ritorno dalla trasferta a Berna per la manifestazione contro lo smantellamento sociale – l’Fss ha vissuto uno dei suoi momenti centrali con un animato dibattito sulle pensioni (vedasi a pagina 4) durante il quale è stata sottolineata da più parti la necessità di delineare uno scenario di uscita dal sistema dei tre pilastri. Un’idea riemersa poi all’assemblea di domenica che ha pure disegnato il percorso di mobilitazione dei prossimi mesi: boicotto Coca-Cola, giornate internazionali contro la guerra e l’occupazione dell’Iraq, Forum sociale europeo, vertice mondiale della società dell’informazione e riunione dell’Omc a Ginevra, Forum sociale mondiale di Bombay, Forum economico mondiale a Davos. Come dire: il primo Forum sociale svizzero è alle spalle, altri ne seguiranno, e nel frattempo il lavoro non mancherà. Servizio pubblico, fine di un'era «La Svizzera è all’avanguardia del processo di globalizzazione neoliberale in quanto ha giocato un ruolo pionieristico nello smantellamento dello statuto di funzionario pubblico». Mentre si appresta a lasciare la presidenza del sindacato Ssp/Vpod, Eric Decarro traccia un bilancio catastrofico delle controriforme neoliberali del servizio pubblico avviate nella prima metà degli anni ’90 in Svizzera. Per il combattivo presidente nazionale della Ssp/Vpod le sfide future devono essere raccolte «con una politica sindacale che rompe con quella del passato», troppo accomodante e complice, fra le altre cose, dello smembramento delle Ptt e della soppressione di numerosi uffici postali in tutto il paese. Il bilancio della privatizzazione dei servizi pubblici in Svizzera Eric Decarro lo ha tracciato in una delle cinque conferenze del Forum sociale svizzero di Friburgo (vedasi articolo principale). Il suo radicale rifiuto dell’esposizione del settore pubblico alla logica mercantile è stato confermato da Alessandro Pelizzari di attac Svizzera, il quale ha ricordato che le esperienze di privatizzazione di questi ultimi lustri dimostrano tre cose: la qualità del servizio pubblico diminuisce; le tariffe – dopo un calo iniziale, come nel caso delle telecomunicazioni in Svizzera o quello dell’elettricità in Gran Bretagna – tendono a crescere; e gli utenti diventano clienti ai quali è sottratta ogni possibilità di partecipazione e controllo su decisioni prese ormai dai consigli di amministrazione dei grandi gruppi. L’origine della privatizzazione dei servizi pubblici su scala mondiale si inserisce secondo Pelizzari nell’offensiva neoliberale lanciata a cavallo fra nei ’70 e ’80 nei paesi anglosassoni e marcata dalla “politica delle casse vuote”, «un discorso utilizzato per ridurre i budget statali che ha avuto quale risultato che i servizi pubblici si ritrovassero senza base finanziaria». In Svizzera la privatizzazione dei servizi pubblici ha ricevuto un impulso decisivo da due libri bianchi pubblicati da esponenti dell’industria e della finanza nel corso degli anni ’90, ha ricordato Eric Decarro. «L’ultimo, quello del ’95 di De Pury, diceva che lo Stato doveva limitarsi ad assicurare le condizioni quadro dell’economia, a garantire la sicurezza interna ed esterna e a fornire assistenza ai più poveri», ha detto il sindacalista denunciando il fatto che una buona parte delle trasformazioni dei servizi pubblici in Svizzera sono state disegnate da un dipartimento “socialista” e condotte da dirigenti dello stesso partito – le Ffs con Nordmann, la Posta con Gygi – con la complicità di alcuni sindacati. Passando dal presente al futuro, Daniel Oesch dell’Unione sindacale svizzera intravede un aspetto positivo e un pericolo nel processo di trasformazione del settore pubblico: «È positivo che una parte crescente della popolazione sembra essere sfavorevole a ulteriori deregolamentazioni, ma è negativo il fatto che la destra se ne sia resa conto e stia concentrando l’offensiva sul piano internazionale, in particolare esercitando pressioni a favore dell’Accordo generale sul commercio dei servizi in seno all’Omc». «Il pericolo più grave – ha concluso Daniel Oesch – sta nella perdita delle possibilità di co-decisione popolare perché questi accordi sono negoziati in gran segreto». "Vita pura", profitti sporchi Sao Lourenço è diventata il simbolo di una depredazione silenziosa. Da quando nel 1996 la Nestlé ha messo le mani sulle sue nove sorgenti di acqua minerale, la cittadina dello stato brasiliano di Minas Gerais si è trasformata in un avamposto strategico nell’offensiva lanciata dai grandi gruppi dell’industria agroalimentare per controllare una delle risorse più redditizie del pianeta: l’acqua. «Nessuno ne parla e nell’indifferenza generale la Nestlé, la Parmalat e la Danone acquistano in Brasile e altrove estese zone ricche in sorgenti acquifere», denuncia Franklin Frederick del Movimento cittadino delle acque. Al seminario “Nestlé di fronte al rispetto dei diritti umani e dell’ambiente” tenutosi sabato all’Università Miséricorde di Friburgo nell’ambito del Forum sociale svizzero (vedasi anche l’articolo principale), l’attivista brasiliano ha rivelato il marcio che sta dietro l’immacolato marchio “Pure life” (vita pura) lanciato cinque anni fa sul mercato dalla multinazionale svizzera. Destinata a trasformare i cittadini dei paesi del Sud in consumatori di acqua in bottiglia, “Pure life” sta costando caro al cosiddetto Circuito delle acque, una vasta zona compresa fra Rio de Janeiro, Sao Paulo e Belo Horizonte considerata la più grande riserva di acqua minerale al mondo e all’interno della quale si trova Sao Lourenço. Le acque che da milioni d’anni sgorgano dalle sue sorgenti – fino a qualche decennio fa usate per curare malattie della pelle e regolarizzare la pressione arteriosa – stanno perdendo le loro proprietà: «Prima ogni sorgente di Sao Lourenço aveva un gusto diverso, ora sono tutte uguali e una si è persino prosciugata», spiega Frederick. La ragione sta nello sfruttamento intensivo al quale la Nestlé ha sottoposto la riserva acquifera. Dopo aver assunto nel ’96 il controllo del gruppo Perrier-Vittel (che fino ad allora aveva sfruttato le sorgenti in maniera morigerata), la multinazionale elvetica ha scavato un pozzo di 158 metri dal quale ha cominciato a pompare 30 mila litri d’acqua al giorno. Poi due anni dopo – malgrado il divieto di demineralizzazione sancito dalla legge – la Nestlé ha avviato la commercializzazione delle bottiglie di “Pure life” contenenti acqua dalla quale erano stati tolti ferro e altri minerali. Per di più, l’illegale processo di demineralizzazione e l’imbottigliamento avvengono in uno stabilimento costruito in una zona di alta vulnerabilità del parco acquatico. A poco è servita finora la mobilitazione della popolazione locale. Lo stabilimento è stato chiuso per qualche giorno all’inizio del 2002 a seguito di una denuncia sporta da un gruppo di cittadini. Ma il procedimento penale segna il passo. Approfittando della complicità interessata di deputati e alti funzionari e cosciente del suo peso economico e politico, Nestlé si è proposta quale sponsor del programma “Fame 0” lanciato dal governo Lula per combattere la fame in Brasile. «Ora Nestlé sta inondando di pubblicità i principali canali televisivi e così le pressioni sul ministero pubblico affinché abbandoni il procedimento legale nei suoi confronti si fanno sempre più forti», racconta Franklin Frederick. Intanto, spiegava l’attivista in un’intervista concessa in luglio al periodico Solidaire, «la qualità originale dell’acqua minerale del parco – una meraviglia che la natura ha impiegato milioni di anni a creare – è stata probabilmente intaccata in maniera irrimediabile».

Pubblicato

Venerdì 26 Settembre 2003

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