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L‘allarme non basta

di

Generoso Chiaradonna
I primi 15 giorni di giugno di quest’anno forse non passeranno alla storia per un evento particolare, ma verranno ricordati, almeno fino al prossimo record, sicuramente (con dati statistici alla mano) come i più caldi dell’ultimo secolo e mezzo. Temperature costantemente sopra i 30 gradi centigradi e irradiamento solare degno di un paese del mediterraneo l’hanno fatta da padroni per metà mese e forse continueranno a farla per le prossime settimane. Una situazione che unita alla presenza di sostanze inquinanti nell’aria favorisce la formazione del cosiddetto smog estivo (fotochimico) che si concretizza con elevati tassi di ozono. Nella giornata di martedì 11 giugno i valori limiti (120 microgrammi per metro) di questa subdola sostanza sono stati superati in quasi tutta la Svizzera. In Ticino e in particolare nel Mendrisiotto le concentrazioni orarie di ozono sono più che raddoppiate. Sempre martedì scorso, tra le 15 e le 16, i valori superavano abbondantemente i 25 microgrammi per metro cubo. Le autorità pubbliche, in particolare il Dipartimento del territorio del Cantone Ticino, responsabile della qualità dell’aria, diramano quotidianamente comunicati sullo stato dell’ozono e consigliano alla popolazione di evitare sforzi durante le ore più calde della giornata. Infatti i valori massimi di ozono sono di regole raggiunti durante il mezzogiorno e il primo pomeriggio, mentre sono più bassi la sera, durante la notte e le prime ore del mattino. «È dunque consigliato praticare sport e fare sforzi fisici intensi preferibilmente il mattino o in fin di serata», dichiarano perentoriamente i responsabili dell’ufficio aria. Una misura di tutela della salute pubblica dettata dal buonsenso visto che prolungati tempi di esposizione all’ozono possono essere dannosi per la salute. Premesso che la reazione all’ozono varia da soggetto a soggetto, dalla sua concentrazione nell’aria e dalla durata dell’esposizione, «già con tassi di ozono appena superiori ai 120 microgrammi/m3 le persone più sensibili possono avere dei disturbi quali bruciore agli occhi, irritazione della gola, pressione sui polmoni e dolori quando si respira intensamente», avvisa il sito www.ti.ch/aria del Dipartimento del territorio. In generale si distinguono le seguenti situazioni: concentrazioni inferiori ai 120 µg/m3: nessuno risente dell’inquinamento da ozono; concentrazioni comprese tra 120 e 180 µg/m3: la situazione critica per le persone più sensibili (bambini in età pre-scolare e persone asmatiche e allergiche. Con concentrazioni superiori ai 180 µg/m3 la fascia di popolazione interessata dagli effetti dell’ozono aumenta col crescere dei valori dello stesso. A questo punto sorge spontanea una domanda: cosa succede a chi è costretto a lavorare all’aperto come i lavoratori dell’edilizia? Domanda che si è posta legittimamente il Sindacato edilizia e industria (Sei) in un comunicato stampa a firma del suo segretario cantonale e deputato socialista al Gran consiglio, Saverio Lurati. «I mutamenti climatici in atto – si legge nel comunicato – ripropongono di anno in anno una situazione meteorologica che unita all’inquinamento dell’aria in costante aumento provoca condizioni di lavoro vieppiù insostenibili per i lavoratori sottoposti a sforzi fisici importanti. Evidentemente i più colpiti sono i lavoratori edili, dell’artigianato e soprattutto delle pavimentazioni stradali che oltre il caldo e l’ozono devono fare i conti con asfalto bollente e gli effluvi che questo produce». Una situazione che, riproponendosi di anno in anno «lascia segni evidenti di deterioramento della salute dei lavoratori», continua il comunicato. Del resto i quotidiani appelli delle autorità sanitarie cantonali affinché non si producano sforzi durante le ore più calde testimoniano la pericolosità di questa situazione. «Pericolosità – si fa notare nel comunicato sindacale – che sembra limitata a chi fa sport, a chi fa sforzo per diletto, e che sembra escludere chi gli sforzi li compie per onorare il proprio impegno di lavoratore dipendente». Il Sei si chiede quindi se l’ozono non è pericoloso oppure non si vuole affrontare seriamente la questione. Già l’anno scorso il Sei si era rivolto all’Ufficio cantonale del lavoro chiedendo di considerare il caldo e l’inquinamento fotochimico estremo casi in cui si potesse beneficiare delle indennità per intemperie. Visto che già il freddo, la neve e la pioggia ricadono negli eventi meteoreologici che giustificano l’interruzione dei lavori e il beneficio delle relative indennità, non si capisce perché non considerare anche questo fenomeno meteorologico, l’ozono estivo. La risposta fu, inutile dirlo, negativa. «Il problema rimane e i lavoratori continuano ad ammalarsi, magari a morire, per l’inadeguatezza delle decisioni politiche e per il ritardo di normative giuridiche che dovrebbero salvaguardare la salute dei cittadini», recita il comunicato che conclude invitando le imprese ad adottare misure transitori a favore dei propri dipendenti. Dello stesso avviso pure gli impresari costruttori, almeno quelli ticinesi, che si rendono conto della situazione eccezionale e della pericolosità di questo nuovo inquinante che si chiedono se non sia il caso di rivedere il concetto di intemperie. Ci risponde Edo Bobbià, segretario della sezione ticinese della Società svizzera impresari costruttori. «La Commissione paritetica nazionale, quindi imprenditori e sindacati, ha deciso nella giornata di lunedì di elaborare una proposta da inoltrare al Seco (Segretariato dell’economia) che consideri il caldo e l’ozono fra le intemperie. In questi casi è praticamente disumano chiedere all’uomo di operare in condizioni estreme». E l’ipotesi di regolare diversamente gli orari di lavoro? «È una strada ancora più difficile da seguire perché esistono ordinanze comunali contro i rumori. Dove è possibile – nelle zone discoste – alcuni impresari hanno organizzato diversamente gli orari di lavoro». «La via migliore rimane ancora quella della norma nazionale. Prevedere, insomma, un nuovo tipo di intemperie a cui si può fare capo in caso di situazioni estreme», conclude Bobbià.

Pubblicato

Venerdì 20 Giugno 2003

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