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L'allargamento a Est fa paura

di

Tommaso Pedicini
A volte può succedere che un film riesca lì dove saggi, studi di settore e analisi socioeconomiche hanno fallito. È il caso, ad esempio, di “Lichter” di Hans–Christian Schmid, secondo molti il miglior film tedesco del 2003. La storia raccontata dal giovane regista si svolge al confine tra Germania e Polonia, nelle città di Frankfurt an der Oder e Slubice, e descrive 48 ore delle vite di un gruppo quanto mai eterogeneo di persone. Tedeschi dell’Est che faticano a sbarcare il lunario e sognano un futuro migliore nei Länder occidentali, polacchi che solo un fiume e pochi mesi di attesa separano dall’Europa che conta e, infine, ucraini in fuga dalla fame per cui Slubice e l’Oder sono l’ultima tappa del loro travagliato viaggio verso la terra promessa. I destini dei protagonisti di “Lichter” riassumono con estrema chiarezza lo scenario che da qualche anno va delineandosi in quella e in altre regioni europee di confine e anticipano ciò che potrebbe avvenire nei prossimi mesi, quando l’Unione si allargherà a Est. Dietro il successo del film di Schmid si nascondono, in realtà, il grande senso di smarrimento e le paure che molti tedeschi provano al pensiero che l’allargamento abbia come conseguenza un afflusso incontrollato di manodopera dai nuovi stati membri. In un paese in piena crisi economica, dove i disoccupati sono più di 4 milioni e lo stato dei conti pubblici toglie il sonno ai commissari di Bruxelles, la prospettiva di dividere il già magro mercato del lavoro con i nuovi arrivati è vista dai più come fumo negli occhi. In vista delle prossime elezioni europee i partiti dell’estrema destra e alcuni politici conservatori non perdono occasione per agitare lo spettro dell’invasione dai paesi dell’Est. Pur rifiutando decisamente i toni demagogici e razzisti in cui è condotta questa campagna e senza farsi prendere la mano dall’isteria, sono molti gli osservatori che sottolineano come gli odierni flussi migratori verso Ovest presentino lo stesso “effetto domino” delle “Völkerwanderungen”, le cosiddette invasioni barbariche che oltre 15 secoli fa ridisegnarono gli assetti geopolitici del continente. Se a suo tempo era la ricerca di nuovi spazi a mettere in marcia i popoli, oggi è il lavoro il motore che spinge rumeni e ucraini verso la Polonia, futuro avamposto dell’Europa ricca, che porta i polacchi verso la Germania orientale ad occupare i posti lasciati dai tedeschi dell’Est trasferitisi nei Länder occidentali e che inizia a condurre verso la Svizzera i tedeschi che non trovano più lavoro qualificato e ben retribuito in Germania. La conseguenza più evidente di questo composito insieme di flussi migratori, che oggi avvengono in buona parte nell’illegalità ma che presto, complici gli accordi comunitari sulla libera circolazione, avverranno alla luce del sole, è il drastico abbassamento del costo del lavoro. I sindacati tedeschi hanno lanciato già da anni diversi allarmi in merito. Il dumping salariale esercitato dalle imprese che sfruttano gli immigrati, regolari o clandestini, provenienti dai paesi dell’Est europeo è una spina nel fianco per molti settori dell’economia tedesca. Soprattutto nell’edilizia, ma anche nelle imprese di pulizia, nella ristorazione e in agricoltura la presenza di persone che, per disperazione, accettano di lavorare anche per meno di un terzo del minimo contrattuale, fino a 60-70 ore settimanali e senza il rispetto delle più elementari norme di sicurezza rappresenta una minaccia collettiva. Nelle zone agricole della Germania orientale, così come nei grandi centri urbani dei Länder occidentali, il mercato del lavoro è già da tempo alterato da schiere di lavoratori dell’Europa orientale. Sul territorio federale questa forza lavoro a costo stracciato spesso ci arriva illegalmente, pagando cifre astronomiche a bande di moderni mercanti di schiavi che, in molti casi, poi la indirizza a piccole imprese polacche, ceche o ungheresi che ricevono il lavoro in subappalto da aziende tedesche in vena di ridurre il costo della manodopera. Ai lavoratori stranieri i connazionali che dirigono le aziende subappaltatrici forniscono di solito vitto e alloggio a prezzi nettamente superiori al normale costo della vita, ma loro difficilmente se ne rendono conto, visto che per tutta la durata del soggiorno in Germania non hanno praticamente alcun contatto col mondo esterno. I controlli effettuati dalla polizia sui posti di lavoro raramente portano a risultati concreti, visto che, oltretutto, le pene previste per l’impiego in nero di personale (più che altro multe e sanzioni amministrative) non sono in grado di spaventare gli imprenditori che da un costo del lavoro così basso traggono profitti altissimi e, al tempo stesso, sbaragliano la concorrenza. Paragonare la situazione attuale all’emigrazione dal Sud verso l’Europa settentrionale tra gli anni ’50 e ’70, come si sente fare da più parti, è un confronto che regge solo in parte. Al di là dello stesso scenario di sfruttamento e di emarginazione iniziali, e con tutte le difficoltà del caso, i “Gastarbeiter” di allora andavano ad inserirsi, secondo uno schema pianificato fin nei dettagli, in ambienti socialmente e politicamente più avanzati venendone influenzati e, col tempo, influenzandoli a loro volta. Oggi i lavoratori dell’Est presenti in Germania, legali o illegali che siano, costituiscono un corpo estraneo alla società ospitante, non comunicano con i lavoratori autoctoni, non condividono la loro tradizione di conflittualità, ma, anzi, costituiscono per loro un grosso pericolo. Lontano dall’essere la panacea per i problemi del mondo del lavoro, come pretendono i più ottimisti, l’allargamento a Est dell’Unione europea rischia di istituzionalizzare la concorrenza selvaggia e il dumping salariale che oggi, avvengono, in parte, ancora nell’illegalità. Le paure dei lavoratori di quei paesi europei dove, per ora, vigono gli standard retributivi più elevati (tra questi anche la Svizzera che, in base alla revisione dei trattati bilaterali con l’Unione, sarà egualmente esposta al fenomeno) sembrano, insomma, più che fondate. Allo stato attuale l’allargamento a Est, almeno per quanto riguarda il lavoro, rischia di portare vantaggi unicamente al mondo imprenditoriale e alle forze politiche che ne tutelano gli interessi. "Le prima vittime del sistema son proprio loro" Secondo Günther Busch, segretario bavarese del sindacato edile IG Bau, la crisi che negli ultimi cinque anni ha colpito duramente il suo settore, provocando la perdita di oltre mezzo milione di posti di lavoro a livello federale, è riconducibile ad una causa ben precisa. Gli operai tedeschi, pagati nel rispetto dei minimi contrattuali, spiega Busch, non sono più in grado di reggere la concorrenza di un vero e proprio esercito di lavoratori a bassissimo costo proveniente dai paesi dell’Est europeo che trova sempre più spesso impiego nei cantieri tedeschi. Signor Busch, quali sono le cifre e la provenienza di questa temibile concorrenza? È molto difficile fornire cifre precise. Si tratta quasi sempre di presenze irregolari, in molti casi di pendolari e stagionali. Le stime più recenti parlano di un numero compreso tra i cinquecentomila ed il milione. Sono cechi, slovacchi, ungheresi, rumeni e ucraini, ma la maggior parte viene senza dubbio dalla Polonia. Si tratta esclusivamente di clandestini? Per una buona metà sono lavoratori senza permesso di soggiorno fatti arrivare illegalmente in Germania dalla criminalità organizzata e consegnati ad imprese edili dei loro paesi di provenienza che li sfruttano in modo indecente. Ma sono molte anche le aziende tedesche che si arricchiscono sulla pelle di questi disperati, assumendoli in nero o chiudendo un occhio sulla loro presenza nelle piccole imprese straniere cui subappaltano il lavoro. La loro paga è quasi sempre di 3 o 4 Euro l’ora, quando il minimo salariale in Germania è di 10 Euro all’Est e di oltre 12 all’Ovest. A questi clandestini vanno aggiunti però un gran numero di lavoratori stranieri, in possesso del permesso di soggiorno, che molte imprese edili tedesche assumono regolarmente sulla base del contratto di categoria. In realtà si tratta di pura apparenza. Se infatti gli accordi federali prevedono una settimana lavorativa di 38–40 ore, questi operai, per la stessa paga, ne passano in cantiere più di 60. È un metodo più sofisticato, più difficile da smascherare, ma è solo un altro aspetto del dumping salariale che ci sta rovinando. Come sindacato quali iniziative avete preso per limitare i danni? Anzitutto denunciando alle autorità competenti ogni caso di lavoro nero e di dumping di cui ci giunge notizia attraverso i nostri iscritti. Per ottenere l’attuale legislazione in materia di diritti dei lavoratori abbiamo lottato per anni e non permetteremo che la presenza di questa concorrenza sleale sia presa a pretesto dai datori di lavoro e dai partiti conservatori per legittimare una riduzione strisciante del costo del lavoro nel nostro paese. Inoltre è fondamentale distanziarsi con forza da chi cerca di approfittare della rabbia degli operai per organizzare campagne xenofobe contro gli stranieri. I lavoratori a basso costo sono, infatti, le prime vittime del sistema che vogliamo combattere. Che conseguenze avrà l’allargamento a Est dell’Unione europea in un contesto di per sé già tanto incandescente? Le opinioni al riguardo sono discordi. Alcuni, soprattutto tra gli esponenti del neoliberismo, assicurano che l’allargamento contribuirà a far emergere il sommerso, aumenterà la concorrenza e creerà nuovi posti di lavoro. Io sono del parere opposto. L’entrata di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria nell’Unione, senza specifiche leggi che tutelino il mondo del lavoro a livello comunitario, non farà altro che inasprire la situazione attuale. Le imprese edili e i lavoratori affluiranno dai paesi dell’Est in numero sempre crescente, grazie agli accordi europei sulla libera circolazione. In pratica ciò che oggi avviene più o meno clandestinamente in futuro potrebbe diventare la regola, dando vita ad una drammatica corsa al ribasso dei salari. Chi parla con tanto entusiasmo di concorrenza e riduzione del costo del lavoro dimentica che con paghe più basse di quelle attualmente previste si condanna alla fame chi vive in paesi dal costo della vita altissimo come la Germania.

Pubblicato

Venerdì 30 Gennaio 2004

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