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L'agenda delle lotte: intervista a Paul Rechsteiner

di

Silvano De Pietro
Il movimento sindacale sta vivendo in Svizzera una stagione di risveglio. Soprattutto perché le sfide si fanno più grandi e impegnative; e stare a guardare non è più possibile. Il recente dibattito al Consiglio nazionale sull’11.ma revisione dell’Avs ha riproposto la questione dello smantellamento dello stato sociale, chiodo fisso della destra economica e dei partiti che la rappresentano. Nella stessa direzione vanno la grande smania di privatizzare i servizi pubblici fondamentali ed il tentativo di deregolamentare il lavoro. Nonostante non abbiano più la forza numerica di venti o trent’anni fa, i sindacati reagiscono "riscoprendo la forza del collettivo", dice il presidente dell’Unione sindacale svizzera e deputato al Consiglio nazionale, Paul Rechsteiner, al quale abbiamo chiesto nella seguente intervista di spiegarci come l’Uss si sta muovendo, in questo particolare momento, sui diversi temi sociali che animano il dibattito politico e sindacale in Svizzera. Signor Rechsteiner, è soddisfatto di come è andato il dibattito al Consiglio nazionale sulla undicesima revisione dell’Avs? No. Nel caso delle rendite per vedove abbiamo certamente saputo difenderci abbastanza bene dal progettato smantellamento sociale. Ma per quanto concerne l’ammortizzamento sociale, promesso da anni, del pensionamento anticipato, è stato stanziato così poco denaro che le decurtazioni restano insopportabili per i redditi più bassi. In fondo, il progetto di legge reca ancora uno smantellamento sociale: l’ulteriore aumento di un anno dell’età di pensionamento delle donne, senza una reale compensazione. Per questa revisione manca alla sinistra la maggioranza in parlamento. Come potrà allora progredire nella giusta direzione? Sarà costretta a ricorrere al referendum? Sul referendum decideranno alla fine gli organi dell’Uss: il comitato ed, eventualmente, l’assemblea dei delegati. Ma prima, la cosa più importante è che tutto vada bene in parlamento. Oseranno veramente i borghesi ridurre le tasse ai ricchi e nello stesso tempo, con l’Avs, imporre alla gente comune uno smantellamento sociale? Riuscirà davvero un tale progetto di riforma dell’Avs a superare le votazioni finali in parlamento? Per il momento, ciò che dobbiamo fare è aumentare la nostra pressione sul parlamento: in definitiva, un finanziamento più sociale del pensionamento anticipato è naufragato soltanto a causa del voto decisivo del presidente del Consiglio nazionale, Peter Hess. Difficoltà in parlamento se ne sono già avute in rapporto ad altre questioni, come per esempio il pacchetto fiscale, il salario minimo, la politica economica, eccetera. E ogni volta la sinistra deve fare i conti con l’opposizione dell’uno o dell’altro dei partiti borghesi. Come si può evitare che le rivendicazioni della sinistra rimangano troppo spesso prive di speranza? Per ottenere risultati migliori, bisogna che dapprima cresca la pressione pubblica. Nel caso dell’Avs, per dieci anni è stato seminato tra la gente, soprattutto nella Svizzera tedesca, il timore che le rendite non fossero più sicure. Adesso, però, con le eccedenze registrate dalle finanze federali e anche nei conti dell’Avs, dovrebbe essere possibile venir fuori da questo clima di paura, che fa soltanto il gioco della destra e di coloro che vogliono lo smantellamento dello stato sociale. Dunque, abbiamo in questo campo ancora un grande lavoro da fare. Prendiamo, per esempio, i minimi salariali. Dal punto di vista degli imprenditori, certi lavori non possono essere meglio retribuiti, perché altrimenti sparirebbero a causa della concorrenza estera (dell’Europa dell’Est e dell’Oriente). Anche il consigliere federale Pascal Couchepin è contro i minimi salariali. Come potranno, i sindacati e la sinistra, far passare questa rivendicazione? In primo piano ci sono attualmente due compiti. Dapprima devono essere realizzate le misure accompagnatorie alla libera circolazione delle persone, soprattutto le commissioni tripartite nei cantoni. In tal modo avremo presto la possibilità, per la prima volta in Svizzera, di stabilire minimi salariali legali, passando — finché non vi saranno contratti collettivi di lavoro di cui possa essere dichiarata l’obbligatorietà generale — attraverso il cosiddetto contratto di lavoro normale. In secondo luogo, dobbiamo proseguire la campagna "nessun salario sotto i tremila franchi netti". I successi finora ottenuti da questa campagna dimostrano che possiamo muovere qualcosa, anche se i rapporti di forza in parlamento rimangono sfavorevoli. I lavoratori sono anche consumatori. E i sindacati appoggiano la protezione dei consumatori. Come si può allora conciliare tale obiettivo con la difesa degli ormai superati orari di apertura dei negozi, con la resistenza contro la liberalizzazione del mercato dell’elettricità e con la lotta contro una più rigorosa legge sui cartelli? Chi crede che le tariffe dell’elettricità per i comuni consumatori si riducano con la liberalizzazione del mercato, si è dato la zappa sui piedi (vedi l’esempio della California e della Svezia). Quanto agli orari di apertura dei negozi, esistono anche altri interessi che non siano lo shopping a qualsiasi ora, come per esempio le condizioni di lavoro dignitose per il personale della vendita. In linea di principio, però, siamo per la protezione dei consumatori: la Fondazione per la protezione dei consumatori è stata istituita dall’Unione sindacale svizzera. Quali passi intendono fare i sindacati contro la soppressione del "service public"? Il referendum contro la liberalizzazione del mercato dell’elettricità è in prima linea un referendum dei sindacati (Vpod, Flmo). Nella Swisscom, dopo la nostra presa di posizione neppure la direzione generale crede più che la maggioranza in mano alla Confederazione possa così facilmente essere alienata. E per quanto concerne la Posta — al momento il tema più difficile sul piano federale — il sindacato della comunicazione sta esaminando attualmente un’iniziativa popolare. Quali nuove sfide attendono i sindacati nel prossimo futuro? Siamo davanti ad una molteplicità di sfide. Nel campo salariale, per esempio, ci attende l’eliminazione dei salari scandalosamente bassi; nel campo dei redditi bassi e medi, l’affermazione del principio dell’aumento reale generalizzato (invece di pochi eccessi verso l’alto); nel campo dell’orario di lavoro, l’avvio di un nuovo dibattito sulla diminuzione del tempo dedicato alle attività lavorative. E soprattutto, la grande questione della giustizia sociale, alla quale appartengono lo stato sociale e il dibattito sull’Avs. Insomma, i classici compiti dei sindacati sono nello stesso tempo i temi del futuro. Però per adesso i sindacati svizzeri sono in una situazione difficile. Perché perdono iscritti? E come faranno a riconquistare la fiducia dei lavoratori? I sindacati devono diventare più forti nel settore in rapida crescita dei servizi, poiché il riuscire ad affermare con successo le rivendicazioni sindacali è sempre più anche una questione di massa critica. Inoltre, dopo un decennio nel quale le parole individualizzazione ed isolamento sono state scritte in maiuscolo, anche il principio del collettivo dovrà tornare a rafforzarsi. Quando si tratta dello stile di vita, l’individualismo è qualcosa di positivo. Ma nello scontro sulle condizioni di lavoro lo slogan "ognuno per sé" è una stupidaggine capitale. Nel caso dell’organizzazione sindacale, è in gioco questo semplice principio del riconoscimento della forza del collettivo.

Pubblicato

Venerdì 15 Giugno 2001

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