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L’addio dei Saud all’America

di

Gaddo Melani
Decine di morti e centinaia di feriti in meno di un anno: se si tralascia la quotidianità bellica in Iraq e nelle terre palestinesi, è l’Arabia Saudita il Paese mediorientale dove maggiore è il numero degli attentati e dove il clima è ormai assai prossimo a quello della guerra civile. I prodromi di questa evoluzione erano palesi da tempo, alla conclusione di un iter politico avviato d’altronde dalla stessa casa regnante, oggi costretta a difendersi. Per decenni l’Arabia Saudita è apparsa semplicemente come un paese abitato da beduini, benedetto dal petrolio e governato da sceicchi da “Mille e una Notte”, ricchi sfondati, gaudenti nelle più rinomate metropoli o stazioni climatiche occidentali. Si è sorvolato sul fatto che si trattasse di un Paese senza Parlamento, senza Costituzione, totalitario, che costringe le donne in un ruolo di sottomissione, retto dalla sharia, dove la giustizia viene amministrata sulla pubblica piazza a suon di frusta e sciabola: tutti peccati regolarmente assolti, visti al massimo come un qualcosa di esotico, perché l’Arabia Saudita è sinonimo di petrolio, è sempre stata un fedele alleato dell’Occidente. Così si è fatto finta di non sapere che principi e autorità religiose wahhabite (il wahhabismo è la variante fondamentalista dell’Islam sunnita saudita) da anni vanno svolgendo un ruolo destabilizzante in tutto il Medio oriente, ma anche altrove, agendo all’interno delle comunità musulmane che vivono in altri continenti, in particolare in Europa. Lo fanno attraverso il finanziamento e il controllo delle madrasse, le scuole coraniche, spesso dispensatrici del verbo integralista; delle opere di beneficienza che intervengono con aiuti alle folle bisognose tanto di pane quanto di speranza: e il riscatto che viene prospettato affonda le radici nel passato, sfocia nel sogno della rinascita della grandezza islamica, possibile solo con il ritorno ai tempi puri del califfato. Ma lo fanno anche con il jihad, la guerra santa. Per anni, quest’azione ha avuto l’esplicito appoggio degli Stati Uniti*, e ben prima che l’Arabia Saudita, foraggiasse, anche con dollari americani, Al Qaida, i talebani, e prima ancora la guerriglia islamica anti-sovietica e i campi di addestramento di Bin Laden. L’Arabia Saudita si è sempre prestata a finanziare, per conto degli americani, i movimenti controrivoluzionari di mezzo mondo, dai contras in Nicaragua, all’Unita di Savimbi in Angola, ovunque Washington fosse convinta di essere chiamata a fermare il pericolo comunista. Un aiuto a tutto campo, tanto che la casa regnante a Ryad giunse, negli anni Ottanta, a dare soldi alla Dc (democrazia cristiana), in funzione anti-Pci (partito comunista italiano), ricorrendo a una banca vaticana. Una salda amicizia, quella fra Stati Uniti e Arabia Saudita, risalente all’incontro che nel febbraio del 1945 ebbero il presidente Roosevelt e re Ibn Saud. Un’amicizia basata sullo scambio petrolio contro sicurezza: il petrolio saudita sotto controllo americano e la sicurezza della casa Saud garantita dagli americani. Un’amicizia che nel corso dei decenni è stata saldata da un complesso sistema di bustarelle e di corruzione. E non da una sola parte. Quando Nixon venne eletto, l’allora ministro degli interni saudita Fahd inviò a Washington il principe Khashoggi per congratularsi con il nuovo presidente. Narrano le cronache che al momento di andarsene Khashoggi “dimenticasse” una valigetta contenente un milione di dollari: nessuno mai gliela restituì. Ma quest’alleanza si è rotta. Non certo per cattiva volontà dei suoi attori. Semplicemente le vicende della storia hanno preso un’altra piega, o, se preferiamo, i fili nelle mani dei burattinai si sono ingarbugliati. La svolta va trovata nella guerra del Golfo del Golfo degli anni Novanta. L’arrivo delle truppe americane in Arabia Saudita viene visto dai movimenti integralisti come una profanazione della terra sacra dell’Islam. Non recita forse un detto del Profeta «scacciate gli infedeli dalla penisola arabica?» Ma il nemico non è più soltanto l’Occidente. Agli occhi dei religiosi fondamentalisti la casa regnante è complice dei misfatti degli infedeli. Li sostiene, li accoglie, e non si oppone alla loro politica contro gli interessi della comunità islamica, a cominciare dalla questione israelo-palestinese, al cuore di ogni conflitto in Medio Oriente. Visto che il Corano vieta a un musulmano di condurre la guerra contro altri musulmani, ecco che i Saud sono dipinti come apostati, falsi credenti, corrotti, nemici della vera fede, e quindi nemici da combattere. E in effetti la dinastia dei Saud è ormai ingovernabile. I principi che reclamano una fetta della torta sono più di 15 mila (ma le nuove generazioni stanno bussando alla porta). E nemmeno la corruzione, le tangenti, i traffici più sporchi possono garantire a tanti rampolli lo stile di vita che reclamano. Inoltre il Paese si è impoverito, le casse dello Stato non sono più in grado di garantire al cittadino saudita il benessere di prima. I mujahidin che seminano il terrore a Ryahd come a Gedda, sanno di poter contare sul crescente appoggio della popolazione, ormai stanca della corruzione dilagante. Che per i Saud la partita sia estremamente difficile lo dimostra anche la guerra in Iraq. È indubbio che fra i motivi di questo conflitto ci sia la necessità per Washington di garantirsi le basi militari per un eventuale intervento in Arabia Saudita. I dubbi sulla tenuta della casa reale saudita aumentano di attentato in attentato e anche sulla sua volontà di tenere sotto controllo le autorità religiose che sponsorizzano il jihad. Inoltre il timore che in un estremo tentativo di salvezza, esponenti del regno tentino la carta dell’alleanza con i religiosi fondamentalisti non è poi così peregrino. Non fu forse con un’alleanza del genere che la dinastia dei Saud, iniziò, nella seconda metà del 18o secolo la lunga marcia che l’avrebbe portata a controllare l’intera penisola arabica? * Questa dell’alleanza fra Washington e Ryhad è un capitolo estremamente interessante della storia politica degli ultimi sessant’anni, sulla quale sono stati scritti numerosi saggi. Uno, recente, di semplice e avvincente lettura è stato scritto da Robert Baer, un ex-agente della Cia, ha per titolo “Dormire con il Diavolo” ed è edito da Piemme

Pubblicato

Venerdì 11 Giugno 2004

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