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L'editoriale

L’Udc fa propaganda, il Ticino perde la faccia

di

Claudio Carrer

Eleggendo il democentrista vodese Guy Parmelin, l’Assemblea federale ha scelto il male minore, il meno peggio fra i tre candidati ufficiali presentati dall’Udc per la successione di Eveline Widmer-Schlumpf in governo. Ma sicuramente il meno gradito dai colonnelli del partito che puntavano sul giovane consigliere nazionale Thomas Aeschi, uomo delle banche e delle multinazionali nonché fedelissimo del leader storico del partito Christoph Blocher. Ma questo è il prezzo che l’Udc paga per aver provocato oltre misura il Parlamento, in particolare con quella sua clausola statutaria – figlia dell’estromissione di Blocher e dell’elezione di Widmer-Schlumpf nel 2007 – che prevede l’espulsione di ogni eletto che non figuri tra i candidati ufficiali e che di fatto intacca la libertà di scelta dei parlamentari garantita dalla Costituzione.

 

Ma anche per aver designato tre candidati che per ragioni diverse erano considerati inadeguati dalla maggioranza dell’Assemblea federale: Thomas Aeschi perché troppo inesperto e troppo legato a Blocher, dunque potenzialmente poco incline alla collegialità e alla ricerca di soluzioni consensuali; Norman Gobbi perché impresentabile sia per il suo estremismo sia per la sua appartenenza a un movimento come la Lega dei Ticinesi; Guy Parmelin perché considerato dai più un mediocre e perché proveniente da quella Romandia già equamente rappresentata con due ministri su sette.


Ma alla fine queste debolezze, complici i limiti degli altri due pretendenti, non hanno impedito al viticoltore vodese di diventare il 116esimo consigliere federale della storia della Confederazione. Questo nonostante l’Udc (i cui parlamentari non l’hanno votato) e grazie soprattutto al sostegno del gruppo Ppd e di quello socialista. Gruppo socialista che, contrariamente alla dichiarata intenzione di non votare alcun candidato Udc, ha di fatto garantito l’elezione di Parmelin e messo i democentristi nella condizione di dover far buon viso a cattivo gioco.


Questo è l’esito della strategia di un partito che punta tutto sulla propaganda per sé stesso e che delle istituzioni e dei problemi del paese se ne infischia. Basti pensare alla sceneggiata della candidatura di Norman Gobbi, che l’Udc ha venduto come un tentativo di riportare il Ticino in Consiglio federale dopo 16 anni di assenza ma pienamente consapevole che ciò non sarebbe mai avvenuto. Anzi, correndo il rischio (poi concretizzatosi) di allontanare ulteriormente questo momento visto che con l’elezione di Parmelin il Ticino dovrà attendere le dimissioni di un ministro romando per tornare a sperare di rientrare in Consiglio federale.    

 

Una questione questa su cui val la pena spendere due parole, perché le sceneggiate cui abbiamo assistito in Ticino a margine dell’improbabile candidatura del consigliere di Stato leghista devono far riflettere.
È stato particolarmente stucchevole osservare come la classe politica cantonale nel suo complesso (con qualche eccezione) e tutti i principali organi d'informazione si siano acriticamente schierati a sostegno di una figura oggettivamente impresentabile come Norman Gobbi: uno che pochi anni fa si esibiva come un hooligan ai bordi di una pista di hockey con gesti scimmieschi e urla razziste all’indirizzo di un giocatore di colore, uno che mette in discussione il diritto alla scolarizzazione dei bambini solo perché figli di “clandestini” cercando di riportare indietro l’orologio della storia ai tempi in cui i lavoratori stagionali in Svizzera non avevano diritto alla famiglia ed erano costretti a nascondere i loro bambini al buio e nelle soffitte delle case, uno che considera “ingerenze” le decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo, uno che fa parte di un movimento fautore di frontiere murate, uno che vorrebbe negare diritti e prestazioni sociali a chiunque non abbia il passaporto rossocrociato, uno che non ha mai preso le distanze da un giornale che insulta chiunque non sia leghista (o filo-leghista) e che sistematicamente dileggia le istituzioni.


Tutto questo è passato inosservato all’interno dei confini cantonali. Anzi, la maggior parte dei media alla vigilia del 9 dicembre ha fatto di tutto per tacere il fatto che tra i parlamentari federali (di ogni colore politico) e nel resto del paese il “curriculum” di Gobbi qualche perplessità – per usare un eufemismo – la sollevasse. Giornali, radio, televisioni e portali internet hanno dipinto ai ticinesi una realtà distorta, dando credito a una candidatura di facciata, raccontando balle come quella secondo cui Gobbi sarebbe risultato “il migliore” nelle audizioni dei gruppi parlamentari e lasciando trapelare stupore per il giudizio netto e chiaro espresso alla vigilia dell’elezione dal Partito socialista e confermato il 9 dicembre da 235 parlamentari su 245: “Gobbi è ineleggibile”.


Eppure i media nostrani (compresa la RSI che in questa giornata “storica” ha mobilitato decine di giornalisti e cineoperatori) anche di fronte alle cifre nude e crude hanno continuato a esaltare i 50 voti ottenuti dal ticinese al primo turno, facendo finta di non sapere che questo “risultato storico” altro non è stato che un piccolo gesto di cortesia dei parlamentari democentristi, che di lui si sono serviti a scopi propagandistici, sommato a una manciata di consensi che si è conquistato lo stesso Gobbi, cui va sicuramente riconosciuta una certa abilità nel vendere sé stesso, di dare un’immagine sfuocata rispetto alla realtà. Fortunatamente per la Svizzera e per il Ticino non in misura sufficiente per entrare in Consiglio federale!


Tutto questo non ha certo contribuito a rafforzare l’immagine del Ticino nella Berna federale e a far capire il suo presunto bisogno di un consigliere federale che ne rappresenti gli interessi. Peraltro senza indicare quali siano questi interessi, il che suscita l’impressione che al Ticino basti una poltrona su cui si far sedere il primo che passa. La candidatura Gobbi lo ha dimostrato: come si può per esempio pensare che per combattere una piaga come il dumping salariale ci si possa affidare all’aiuto di un ministro fautore di salari differenziati per i lavoratori frontalieri? Mistero.

Pubblicato

Mercoledì 16 Dicembre 2015

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