Durante l’ultima Conferenza ministeriale di Doha (novembre 2001) gli Stati membri dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) si sono impegnati per un nuovo ciclo di negoziati sullo sviluppo. Oggi però siamo lontani da queste promesse. «La maggioranza dei membri dell’Omc è composta di Paesi in via di sviluppo. Miriamo a mettere i loro bisogni e i loro interessi al centro del Programma di lavoro adottato in questa dichiarazione» (Dichiarazione di Doha, 14 novembre 2001). Con queste promesse fatte alla conferenza di Doha i Paesi industrializzati sono riusciti a riunire i Paesi del Sud per il lancio di un nuovo ciclo di negoziati commerciali multilaterali, che dovrebbe concludersi il 1° gennaio 2005. Questo “ciclo di sviluppo” doveva offrire ai Paesi poveri ciò che stanno reclamando già dalla Conferenza di Seattle del ‘99: una soluzione al problema della “messa in funzione” degli accordi dell’Omc, la revisione delle disposizioni in materia di “trattamento speciale e differenziato” e un miglior accesso ai medicamenti per risolvere la drammatica crisi di salute pubblica con la quale questi Paesi sono confrontati. Il prezzo da pagare è l’approvazione delle nuove liberalizzazioni nei settori dell’agricoltura, dei servizi e dei prodotti industriali, così come l’inizio di discussioni per un eventuale accordo sugli investimenti. Anche a questo proposito i Paesi industrializzati furono rassicuranti: la problematica dello sviluppo doveva guidare le trattative. Che n’è stato di queste buone intenzioni? Il bilancio è piuttosto oscuro. Le discussioni sulla “messa in funzione” e il “trattamento speciale e differenziato” sono in un’impasse completa. I Paesi industrializzati non cedono: rifiutano di modificare gratuitamente “diritti e obblighi” degli Stati membri. Sono pronti a rispondere alle richieste dei Paesi in via di sviluppo solo se fanno parte integrante dei nuovi negoziati. «Fate nuove concessioni in altri settori (agricoltura, servizi, prodotti industriali, ecc.) e noi vi concederemo quello che chiedete» questo è, in definitiva, il linguaggio dei Paesi ricchi. Un ricatto inaccettabile per i Paesi in via di sviluppo. La correzione degli errori e delle ingiustizie degli accordi esistenti non deve, in nessun caso, essere sottoposta ad una nuova contrattazione. Per i Paesi in via di sviluppo ciò significherebbe passare una seconda volta alla cassa. Le discussioni sullo smantellamento dei dazi doganali sui prodotti non agricoli rappresentano un buon esempio. Da lungo tempo i Paesi in via di sviluppo reclamano un’eliminazione dei picchi tariffari e delle tariffe progressive, pratiche ingiuste che hanno permesso ai Paesi industrializzati di aggirare le regole dell’Omc e di evitare l’apertura dei loro mercati ai prodotti trasformati – come i tessili – provenienti dal Sud. Sebbene i paesi industrializzati riconoscano i fatti, si rifiutano di correggere il tiro senza una compensazione: una drastica riduzione delle tariffe sui prodotti industriali. Un tale mercanteggiamento rischia di costare caro ai Paesi poveri per i quali i dazi doganali rappresentano una parte importante delle loro entrate e servono a proteggere la loro industria nascente. Per gli altri soggetti sottoposti ai negoziati, le questioni dello sviluppo passano decisamente in secondo piano. I Paesi industrializzati hanno una sola priorità: la continuazione delle liberalizzazioni per assicurarsi nuovi mercati lucrativi in campi per loro molto concorrenziali. Le richieste di liberalizzazione – per esempio dei servizi – indirizzate ai Paesi in via di sviluppo riguardano tutti i settori ad alto valore aggiunto quali i servizi finanziari, le telecomunicazioni, il turismo, l’energia, i trasporti e i servizi postali. Queste domande mirano tutte all’eliminazione delle restrizioni nazionali che servono a proteggere le imprese locali, per rafforzare la posizione degli investitori esteri (vale a dire europei o americani) garantendo loro un massimo di diritti e un minimo di obblighi. I servizi dei settori pubblici non sono esclusi. L’educazione, l’acqua, la salute sono sul tavolo dei negoziati. La questione della privatizzazione del settore idrico (approvvigionamento e distribuzione) è all’ordine del giorno. Nessuna di queste richieste si preoccupa dei bisogni dei paesi del Sud né propone misure sociali o ecologiche. Anche la Svizzera ha fatto numerose richieste ai Paesi in via di sviluppo ma non a quelli meno avanzati e ha risparmiato i servizi pubblici. Nessun’offerta significativa è stata fatta in materia d’apertura dei mercati del lavoro per prestazioni temporanee di servizi. Ciò contrariamente alle promesse dell’Unione europea e gli ambienti economici ai Paesi del Sud per vendere l’Accordo sui servizi. La Svizzera e l’Ue si sono accontentate di proporre modesti miglioramenti per accogliere quadri e specialisti. Niente, invece, per gli impieghi meno qualificati e nessuna reazione alla proposta dei Paesi in via di sviluppo di creare un “visto Gats”: questo criterio, che distinguerebbe tra chi esercita all’interno di un contratto “Gats” e chi invece è all’esterno, meriterebbe di essere approfondito. D’altra parte, piuttosto che affrontare i problemi di fondo, molta energia è spesa per questioni procedurali. Secondo certi Pesi, tra i quali la Svizzera, la categoria “Paesi in via di sviluppo” non corrisponde più alla realtà e dovrebbe essere completata per assicurare uno statuto intermedio ai Paesi emergenti quali la Corea del Sud, Taïwan e Singapore. Sebbene questa proposta possa, a priori, apparire interessante, suscita numerose domande e una in particolare: la scelta dei criteri di selezione. Come qualificare Paesi come l’India o il Brasile che, benché diventati potenze commerciali, restano fondamentalmente Paesi poveri riguardo al livello di vita della stragrande maggioranza della popolazione? Aprire il dibattito su questa questione arrischia di dividere i Paesi in via di sviluppo, servendo per finire soprattutto gli interessi dei Paesi industrializzati. D’altronde ci si può chiedere se qui non ci sia uno scopo nascosto: diminuire il potere d’influenza dei Paesi in via di sviluppo che partecipano sempre più attivamente ai dibattiti dell’Omc. Oggi i Paesi in via di sviluppo non esitano più a fare sentire la loro voce. Il rappresentante marocchino presso l’Omc, parlando in nome dei Paesi in via di sviluppo, spiegava «non ci si aspetti che i paesi africani accettino di arrivare a Cancun a mani vuote». Per quanto riguarda i servizi, i Paesi in via di sviluppo (Ecuador escluso), hanno deliberatamente sabotato il termine del 31 marzo 2003 per la deposizione delle loro offerte: una reazione di boicotto per marcare il loro scontento sullo svolgimento dei negoziati. La successione d’interruzioni e di marce indietro dimostra l’incapacità dell’Omc di formulare regole commerciali più eque. Questo “ciclo dello sviluppo” non è tale e ci sono poche possibilità che la riunione di Cancun cambi qualcosa. Salvo che i Paesi industrializzati capiscano infine due cose. Primo: che sul lungo periodo non potranno perseguire interessi che non siano quelli dell’intero pianeta. Secondo: che riconoscano che la logica del libero scambio “ad ogni costo” non è compatibile con una politica commerciale mondiale che mette la lotta alla povertà al centro delle sue priorità. * Traduzione Sonia Salmina

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12.09.03

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