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L’Italia si fermerà

di

Loris Campetti
Sono cambiate molte cose in Italia dal 23 marzo. In qualche misura è cambiata la percezione che la parte democratica del paese ha di sé, o per dirla in un altro modo, è cresciuta l’autostima della sinistra. Dopo cinque anni di opaca assuefazione ai governi Prodi, D’Alema e Amato e dopo i mesi di catalessi seguiti alla vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, quei tre milioni di uomini e donne che hanno riempito per un giorno il Circo Massimo, i Fori Imperiali, il Colosseo, le Terme di Caracalla, insomma il centro imperiale della città eterna, hanno segnato l’inizio di un nuovo capitolo della storia italiana. Una battaglia di civiltà Una nuova storia che inizia con la lotta per difendere la dignità dei lavoratori e delle persone, dei cittadini, dall’aggressione dei prepotenti: questo è il senso della mobilitazione intorno all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori che impedisce i licenziamenti individuali senza giusta causa. Una battaglia di civiltà. Se ragionassimo in modo virtuale potremmo dire che cliccando sull’icona «politica» viene fuori l’immagine di un paese ancora saldamente governato dalle destre razziste, padronali e fasciste, ma se portassimo il cursore sopra l’icona «sociale» sul nostro schermo comparirebbe un’Italia dinamica, vivace, ottimista, determinata a rovesciare il tavolo da gioco perché il gioco è truccato e il croupier corrotto. La Cgil guidata, ancora per poco, da Sergio Cofferati, è riuscita a compiere il miracolo della moltiplicazione – avete presente che vuol dire portare in piazza tre milioni di persone contro la politica del governo, avendo contro le destre, la Confindustria, le altre organizzazioni sindacali e con il centrosinistra ancora in stato comatoso? – e quello di Lazzaro, resuscitando un movimento rimasto troppo a lungo in uno stato di passiva latenza. Il risveglio della sinistra I lettori di questo giornale sanno, per esperienza e fors’anche per aver letto le nostre cronache dall’Italia negli ultimi mesi, che nulla nasce dal nulla. Per dirla in quattro parole, il risveglio della sinistra sociale nasce a Genova, nelle giornate esaltanti e drammatiche di luglio quando centinaia di migliaia di giovani arrivarono da tutt’Europa nel capoluogo ligure per manifestare la pretesa di costruire un mondo diverso, migliore, contro il liberismo e la globalizzazione a senso unico. Contro quel movimento il governo Berlusconi mostrò il suo volto peggiore, militarista e repressivo, e Carlo Giuliani pagò con la vita la sua scelta di campo. Fu un trauma, che costrinse la sinistra e la Cgil a guardarsi intorno nel tentativo di ritrovarsi. L’autunno è stato segnato dalla ripresa del movimento operaio e sindacale, trainato dalla lotta dei metalmeccanici per il contratto. La Fiom scelse una strada difficile: l’internità al movimento antiliberista e contro la guerra, i Social forum che nel frattempo erano sorti in tutte le città e i paesi italiani, e la rottura con le organizzazioni dei metalmeccanici della Cisl e della Uil che avevano firmato un contratto bidone con i padroni della categoria. Gli scioperi della sola Fiom hanno raccolto un consenso insperato e hanno dato coraggio all’intera Cgil, che al suo congresso nazionale di Rimini maturò l’intenzione di opporsi con ogni mezzo sindacale e politico alle politiche economiche e sociali del governo Berlusconi. Contro la flessibilità selvaggia, in difesa dello Statuto dei lavoratori e dei diritti conquistati in una lunga stagione di lotte. La Confindustria, guidata dalla leadership più reazionaria e antisindacale degli ultimi cinquant’anni, stava presentando a Berlusconi le cambiali da lui firmate al momento delle elezioni e il governo era – è – intenzionato a onorarle. Se Cisl e Uil non ci staranno, aveva ripetuto al congresso con la pacatezza di sempre Sergio Cofferati, la Cgil andrà avanti da sola, cioè con milioni di lavoratori. Così si è arrivati alla straordinaria manifestazione del 23. Il dopo 23 marzo E dopo il 23, dicevamo, sono cambiate molte cose. È cambiato l’atteggiamento di Cisl e Uil, intanto per l’impatto nella sua base e nella società italiana di quei tre milioni di uomini e di donne, che neppure l’ennesima, odiosa puntata della storia stragista e terroristica italiana è riuscita a fermare. Nonostante l’uccisione di Marco Biagi, collaboratore del ministro del lavoro Maroni ed estensore materiale della controriforma del mercato del lavoro, la Cgil era andata avanti da sola, e aveva avuto ragione. Ma la ragione principale del «rinsavimento» (almeno momentaneo) di Cisl e Uil sta nella radicalità antisindacale del governo Berlusconi, ormai ostaggio del padronato guidato dal presidente di Confindustria Antonio D’Amato. Berlusconi, Bossi e Fini e i loro portaborse non sono liberi neppure di indorare la pillola, di scendere a compromessi sull’articolo 18 per incassare il resto delle deleghe sul lavoro che, se possibile, sono ancor peggiori dell’assalto allo Statuto. ...e martedì a braccia conserte Dunque, martedì 16 si fermerà tutta l’Italia, le fabbriche e gli uffici, i giornali e i telegiornali, i treni e la navi, le poste e gli autobus, le banche e i supermercati. Non timbreranno il cartellino lavoratori stabili e precari, operai in affitto e in leasing, operatori dei call center e a chiamata (job on call). Non resteranno a casa ma scenderanno in piazza, con tutti gli altri, i pensionati e i disoccupati: più che uno sciopero generale di otto ore – era dal 1982 che non succedeva – sarà uno sciopero generalizzato alla cui riuscita stanno lavorando, insieme a Cgil, Cisl e Uil, i sindacati di base e il movimento no global. In tutti i capoluoghi di regione si terranno manifestazioni che ci sentiamo di prevedere oceaniche, nel nord industriale, nel centro in cui la sinistra ha ancora un forte radicamento, nel mezzogiorno disoccupato e frustrato. Mercato del lavoro, previdenza, fisco, sanità, scuola, sud, sono i titoli della piattaforma con cui è stato indetto lo sciopero di martedì. Non c’è ancora un programma economico e sociale alternativo a quello della destra al governo, ma almeno è chiaro quello contro cui bisogna battersi. È il primo passo.

Pubblicato

Venerdì 12 Aprile 2002

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