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L'Italia di Peppone e Don Camillo

di

Loris Campetti
C’è un paese sul Po, tra la provincia mantovana e quella di Reggio Emilia, nella cui piazza due statue si guardano in cagnesco. Il paese si chiama Brescello, le due statue rappresentano Peppone, il sindaco comunista e Don Camillo, il curato. Al cinema si chiamavano Gino Cervi e Fernandel gli attori che portavano in scena la storia presa dai racconti di Guareschi di un’Italia bonariamente spaccata, da una parte il diavolo e dall’altra l’acqua santa. Quel monumento a Brescello è al tempo stesso un ricordo catto-comunista di un paese che esce dagli anni Cinquanta avviandosi lungo una strada che porterà al compromesso storico. Il maggior nostalgico degli irripetibili (per fortuna) anni Cinquanta, si chiama Silvio Berlusconi. Il presidente del consiglio rievoca i toni e il linguaggio di allora, quando i manifesti elettorali della Democrazia cristiana mostravano i cavalli cosacchi impegnati ad abbeverarsi alla fontana di San Pietro mentre i cavalieri si mangiavano i bambini. L’ultima gaffe (si potrebbe chiamare con un sostantivo più impegnativo) del Cavaliere fa vacillare i rapporti con la Cina: forse i comunisti non mangiavano i bambini, annuncia, ma certamente nella Cina di Mao li bollivano per poi utilizzarli come fertilizzanti. Prima ancora che l’agenzia di stampa Reuters battesse la reazione indignata del governo cinese, c’era chi si lanciava sul bollito misto per rincarare la dose: Berlusconi ha sbagliato, li mangiavano, sì che li mangiavano. Parola dell’ex ministro Calderoli, quello della t-shirt con le vignette contro Maometto mostrate in televisione, esibizione a cui era seguito l’incendio del consolato italiano di Bengasi, nella ex colonia italiana di Libia. Fa lo spiritoso anche il ministro Tremonti, che nel denunciare i danni prodotti dalle esportazioni tessili di Pechino lancia il suo grido di dolore: “Dazi subito o Pechino ci mangia vivi”. E buon appetito a tutti. C’è di che rimpiangere Peppone e Don Camillo. Non c’è nulla di divertente in quel che sta avvenendo in Italia ed è persino imbarazzante per il cronista spedire da Roma servizi di questa natura. Una buona notizia è che finalmente sta per concludersi la peggiore campagna elettorale che si ricordi, il 9 Aprile è vicino e forse il 10 si potrà scrivere la parola fine su questa imbarazzante pagina di storia italiana. I sondaggi continuano a segnalare un vantaggio di Prodi su Berlusconi che oscilla intorno ai cinque punti e l’incarognimento del premier uscente crea imbarazzo nel suo stesso fronte di destra: il nazional-alleato Gianfranco Fini fa sapere che se la sua An prenderà più voti di Forza Italia (cosa piuttosto improbabile) il premier sarà lui e non Berlusconi; Casini con l’Udc prende vistosamente le distanze dai toni del Cavaliere e la Lega – che resta il più fedele alleato di Arcore – manda a dire che in caso di sconfitta della Casa delle libertà bisognerà rivedere le alleanze. Dello sfaldamento del blocco sociale berlusconiano, e del ricollocarsi con il centrosinistra del Corsera, di Confindustria, di Bankitalia e di una larga fetta dei poteri forti, abbiamo già scritto su questo giornale. Ci sarebbe dunque da stare sereni e limitarsi ad aspettare il 10 aprile per stappare la bottiglia più cara nascosta in cantina nella primavera del 2001, quando iniziò l’incubo italiano: in fondo Berlusconi è bollito, peggio dei bambini cinesi. Eppure, nessuno è tranquillo, e non solo perché nei giorni che mancano al voto può succedere di tutto, come lascia intendere la nota di Washington che mette sull’avviso i cittadini americani: attenti all’Italia. La campagna elettorale si è subito trasformata in un referendum pro o contro Berlusconi e i contenuti, cioè le scelte politiche su cui si gioca la materialità della vita dei cittadini, sono letteralmente scomparse. Non si parla più del fatto che l’Italia è in guerra e le nostre truppe stanno occupando l’Iraq con l’alleato americano e con l’”amico” Blair, non si sa se l’Unione, qualora vincesse il referendum, ritirerebbe zapaterianamente le truppe l’11 Aprile oppure se tratterebbe la data del ritiro con il governo fantoccio di Baghdad e con Washington. Non si parla delle rivolte francesi e della lotta alla precarietà, non si ricorda che solo tre, quattro anni fa tre milioni di italiani riempivano le piazze romane per le stesse ragioni per cui oggi le riempiono i ragazzi di Parigi. Non si dice se si chiuderanno o no i famigerati Cpt, lager per immigrati. Insomma, non si parla di nulla per evitare che, una volta affrontati i contenuti, la grande alleanza antiberlusconiana possa sciogliersi come neve al sole: difficile tenere insieme Cgil e Confindustria sulla precarietà del lavoro, difficile trovare un compromesso tra la laicità della Rosa nel pugno (oltre che laica, però, bellicista e liberista) e i baciapile martelliani e rutelliani. L’unico collante, dunque, è la liberazione dell’Italia dall’incubo, l’unico motore è il ripristino della normalità democratica. Cose non di poco conto, che probabilmente ridurranno ai minimi storici l’assenteismo di sinistra. Poi, però, il 10 aprile inizia un’altra storia ancora da scrivere. Non ci vorrà molto a capire se gli italiani, insieme a Berlusconi, si saranno liberati del pervasivo berlusconismo, o non succederà invece che a guidare le politiche del governo sarà il grande partito di centro, trasversale, sognato da Mieli, Montezemolo e Rutelli.

Pubblicato

Venerdì 31 Marzo 2006

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