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“L'Europa rinasca in Spagna”

di

Gianfranco Helbling
Non manca occasione per intervenire nel dibattito politico contemporaneo: Massimo Cacciari non è un filosofo che se ne sta rinchiuso nella sua torre d’avorio, anzi. Così, in occasione di una sua lezione all’Accademia di architettura di Mendrisio sul tema dell’evoluzione del concetto di guerra nella cultura occidentale, ha accettato di commentare la guerra che oggi più angoscia proprio l’Occidente, quella contro il terrorismo della rete internazionale di al Qaeda. Il sessantenne Cacciari nei suoi studi si è dapprima concentrato sull’idealismo tedesco, per poi approfondire la presenza della cultura ebraica nella filosofia contemporanea europea. Negli ultimi anni la sua ricerca ha riguardato soprattutto il nesso fra filosofia e politica nella storia europea. Codirettore di diverse riviste culturali e filosofiche italiane, Cacciari è stato deputato al parlamento italiano dal 1976 all’83, sindaco di Venezia dal ’93 al 2000, deputato europeo e consigliere regionale. Questa intervista prende le mosse dagli attentati di Madrid dell’11 marzo. Massimo Cacciari, Madrid pone due problemi centrali per la democrazia. Il primo è quello della menzogna, reso evidente dal tentativo di José-Maria Aznar di vincere le elezioni attribuendo la serie di attentati all’Eta. Possiamo dire, sulla scorta di quanto accaduto in Spagna nelle scorse settimane, che la verità è il valore fondante della democrazia? Bisogna essere un po’ disincantati evitando facili moralismi. La bugia è sempre esistita nella prassi politica ed esisterà sempre. Ci vuole però anche “un’arte della menzogna”, per dirla con Nietzsche. Quando la menzogna è spudorata e oscena, come nel caso di Madrid in cui si è mentito su 200 morti per tornaconto personale, si superano tutti i limiti: “est modus in rebus”, anche nel mentire ci vuole una misura. Ma molto dipende anche dal pubblico: cinicamente potrei dire che il pubblico italiano ha una sopportazione per la menzogna pressoché infinita, sopportazione che è molto minore nel pubblico americano e anglosassone e quindi anche nelle loro democrazie. George Bush deve dunque aver paura per le elezioni di novembre, visto che ha condotto il suo popolo in guerra mentendogli? Le menzogne di Bush sono di un carattere totalmente diverso da quelle di Aznar. Lui non ha mentito sulle Torri gemelle, e questo per il suo popolo è fondamentale. E anche l’intervento in Iraq, facendo l’avvocato del diavolo, ha avuto più giustificazioni: si è detto sì che Saddam aveva un arsenale di armi di distruzione di massa, cosa non vera, ma si è anche detto che rappresentava una minaccia per la stabilità della regione, che il suo era un regime dittatoriale che aveva già invaso il Kuweit ed aveva dunque una palese e dichiarata tendenza a delinquere, e così via. Sono argomenti discutibili e confutabili, ma con un fondamento o una parvenza di verità. Bush ha ancora tutte le carte in mano per vincere, e prima del voto tirerà ancora fuori qualche coniglio dal cilindro, che sia lo scalpo di Bin Laden oppure un ritiro delle sue truppe dall’Iraq senza perdere la faccia. C’è un secondo problema che gli attentati di Madrid pongono con forza: una democrazia può permettersi di dare anche solo l’impressione di cedere al terrorismo? No, non deve assolutamente dare questa impressione. Dunque il leader del Partito socialista spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero, che ha vinto le elezioni, sbaglia annunciando il ritiro delle truppe spagnole dall’Iraq? No, perché lui ha impostato la sua campagna elettorale su questa base, con grande sincerità e schiettezza. E, a parte la menzogna di Aznar, uno dei motivi della sua vittoria è stato che è apparso un leader molto credibile, sincero, leale, trasparente. Guai se questi suoi valori positivi dovessero offuscarsi. Zapatero quindi non sbaglia. Occorre però che queste sue dichiarazioni si colleghino immediatamente ad un disegno europeo perché venga garantita, sotto l’egida dell’Onu, la presenza di forze di dissuasione e d’intervento anche militari in Iraq in questo periodo di transizione. Altrimenti si scatenerà la più atroce delle guerre civili. Lei ha definito Osama Bin Laden “un politico estremista e terrorista”. Cosa direbbe ad un iracheno che dicesse la stessa cosa di Bush? Innanzitutto non può essere tecnicamente definito terrorista un presidente che muove guerra disponendo, per dirla con Max Weber, dei mezzi legittimi della violenza, e che agisce sulla base di procedure democratiche previste dalla sua costituzione. Certo la figura della guerra preventiva esula totalmente dalla dottrina giuridica dello ius belli tradizionale, ma è anche vero che il diritto si evolve. Se Bush non è un terrorista, è secondo me un politico che ha commesso con la guerra in Iraq un tragico errore, perché è destinato a moltiplicare i focolai terroristici e l’odio di interi settori dell’opinione pubblica islamica nei confronti dell’Occidente. Con la politica di Bush lungi dal combattere il terrorismo, lo si rafforza. Quando in un conflitto emerge la figura del terrorista tutto viene schiacciato. È l’esperienza che abbiamo avuto in Italia con le Brigate rosse: in presenza del terrorismo qualunque altra forma di dialettica democratica viene silenziata. Questo significa che ora tutti gli interessi anche più legittimi delle popolazioni arabe verranno schiacciati nello stereotipo terrorista. Cercherei quindi di convincere il mio interlocutore arabo che è suo primario interesse sconfiggere questo terrorismo. Perché altrimenti i suoi legittimi interessi non avranno voce e non sarà possibile impostare un conflitto serio, politico, economico e diplomatico con questo Occidente diretto dai Bush. Al Qaeda finora aveva sempre scelto i suoi bersagli: non colpiva l’Occidente, ma obiettivi mirati. Si può dire lo stesso anche dopo Madrid? No, con Madrid è stato colpito l’Occidente intero, mirando direttamente alla popolazione. Quell’attentato poteva colpire una stazione in Italia, in Germania o in Svizzera. Anche qui bisogna fare un discorso disincantato: il terrorismo contro la popolazione da decenni fa parte delle tecniche terroristiche, come nella guerra di liberazione in Algeria quando si mettevano le bombe nei bar e in aria saltavano dei francesi qualsiasi, non necessariamente dei collaborazionisti del regime. Le bombe di Madrid non sono quindi una novità assoluta. Con loro però il nemico è il popolo, non lo Stato, l’amministrazione statale o la politica: il nemico è l’Occidente tutto intero. Gli attentati di Madrid indicano che c’è stato un cambiamento nel modo di condurre le guerre? La forma della guerra è cambiata con il primo conflitto mondiale, nel corso del quale la dimensione ideologica di criminalizzazione del nemico e il terrorismo (ossia il coinvolgimento dei civili e la loro terrorizzazione) si sono imposti come strumenti di guerra. Nella seconda guerra mondiale questi aspetti hanno poi assunto un’ampiezza assoluta. Nel corso degli ultimi decenni infine, con l’affermazione di un’unica potenza mondiale, gli Stati Uniti, è diventata del tutto impensabile una guerra fra stati, perché nessuno stato o coalizione di stati potrebbe pretendere di sfidare la potenza egemonica. Nello scenario attuale quindi l’unica forma di guerra possibile è quella fra gli Stati Uniti e la coalizione degli Stati occidentali da un lato e questa nuova forma di terrorismo globale dall’altra. Oggi non c’è altra forma di guerra concepibile. C’è il pericolo che l’Europa sia ora amalgamata agli Stati Uniti, che non sia più possibile differenziare fra le posizioni al di là e al di qua dell’Atlantico? Questo pericolo l’abbiamo corso ma mi pare che l’abbiamo superato già con la presa di distanze di Francia e Germania dall’intervento in Iraq. Ora c’è Zapatero in Spagna e spero che presto cambi qualcosa anche in Italia. Certo questo è un pericolo che sarà sempre molto presente, perché è difficile per l’Europa prescindere dalla potenza americana; ma oggi mi pare un pericolo controllabile. Dalla Spagna l’Europa potrebbe trovare nuovo slancio per affermare un ruolo autonomo che ha smarrito? È questo l’augurio che mi sembra implicito nelle parole di Zapatero. La soluzione al conflitto con al Qaeda sembra possa venire solo da una soluzione del conflitto israelo-palestinese. Ma ci sono reali possibilità che si avvii a soluzione quel conflitto? Bisogna ripartire da lì, non ci sono alternative. Le possibilità ci sono: basti pensare agli incontri anche molto importanti che ci sono stati fra rappresentanti israeliani e palestinesi e a cosa sarebbero stati quegli incontri se avessero avuto la sponsorizzazione di tutta l’Europa unita, se da quegli incontri fosse scaturita una politica estera europea unitaria. L’opinione pubblica israeliana e quella palestinese sono convinte della necessità di un’intesa: il problema, ancora una volta, è che quando si spara non si sentono altre ragioni. Bisogna prima mettere a tacere le armi con un armistizio efficace e garantito da un’autorità internazionale vera, un’autorità vera che non sono attualmente le Nazioni Unite, che vanno riformate e potenziate: e quell’armistizio dovrà offrire l’occasione per trovare un accordo. Questo modo di procedere avrebbe il pieno appoggio di entrambe le popolazioni. Il conflitto israelo-palestinese è il bacino di coltura di tutti i casini che stiamo vivendo: bonificato quello, metà dell’opera è fatta. A fronte della necessità di istaurare un nuovo rapporto con le popolazioni arabe, come giudica la legge francese che proibisce di portare simboli religiosi ostentatori, che prende di mira in primo luogo il velo islamico? È una via di mezzo fra una barzelletta e un giacobinismo di ritorno velleitario, stupido e odioso. Già la formulazione della legge è da mentecatti. Chi decide dimensioni, spessore e aspetto di un simbolo religioso? E, da un punto di vista laico, non è peggio un piercing o un tatuaggio, che è un atto violento sul corpo, che non un simbolo religioso semplicemente portato? E ci saranno poliziotti in giro a misurare le dimensioni di questi simboli? Non si capisce poi perché uno col suo corpo possa fare tutto quel che vuole, purché non ci siano di mezzo simboli religiosi. È un atteggiamento pazzesco, che serve solo a dare costante esca al rancore delle popolazioni arabe che vivono in Europa. Con le quali si deve convivere, perché sono qui. Una legge come questa invece crea le condizioni più favorevoli perché i terroristi ci lavorino.

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Venerdì 26 Marzo 2004

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