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L’Europa dimenticata

di

Silvano De Pietro
Tra spazzolini da denti e galline spennate, un fantasma s’aggira nella campagna elettorale in corso: la politica europea, o meglio il dibattito sull’evoluzione dei rapporti tra la Svizzera e l’Unione europea. Questo tipo di dibattito è quello che di gran lunga oggi preferirebbe affrontare l’Udc, ma gli altri partiti, in particolare il Prd e il Pdc, nicchiano e preferiscono evitare l’argomento. In questo senso, la politica europea è il fantasma di questa campagna elettorale: c’è, anzi incombe, ma nessuno vuole vederla. Ciò che l’Udc spera, sulla scorta delle esperienze fatte negli anni scorsi, è di guadagnare ancora qualche punto di consensi sbandierando il suo atteggiamento rigido su questo tema. Ma gli altri partiti borghesi hanno qualche difficoltà a far passare tra i cittadini le loro valutazioni pragmatiche sul futuro politico dell’Europa. Già al loro interno fanno fatica (e qui bisogna includere anche il Pss) a fissare una chiara linea in materia. D’altronde, secondo lo studio “Sicurezza 2003” condotto dal Politecnico federale di Zurigo, la disponibilità degli svizzeri verso un avvicinamento all’Europa è praticamente crollata dal 70 per cento che era nel 1999 al 48 per cento di oggi. E parliamo solo di una politica di avvicinamento all’Europa, non ancora dell’ipotesi di adesione della Svizzera all’Ue. In effetti, se ancora nello scorso mese di aprile la percentuale degli svizzeri favorevoli all’entrata della Svizzera nell’Ue era del 38 per cento, a metà agosto tale proporzione era scesa al 33 per cento. Soltanto tra coloro che votano a sinistra l’adesione all’Ue raccoglie ancora la maggioranza. È una realtà che nei giorni scorsi anche la consigliera federale Micheline Calmy-Rey onestamente e con franchezza ha dovuto ammettere. A che cosa sia dovuto questo calo di popolarità non è facile da definirsi. Ci sono sicuramente i timori sollevati dall’allargamento dell’Ue ad altri 10 paesi, timori legati soprattutto ad una più estesa libera circolazione delle persone che finirà inevitabilmente per coinvolgere anche la Svizzera. Ma dal momento che comunque questi problemi andranno affrontati per parecchi anni ancora attraverso gli accordi bilaterali tra Svizzera ed Ue, i timori che serpeggiano tra la popolazione altro non possono significare che un’evidente sfiducia, o quantomeno un dubbio, circa la capacità di gestire tutta la problematica dei rapporti con l’Europa attraverso accordi bilaterali. Tra i partiti politici, c’è chi prende spunto da questa situazione per affermare che gli accordi bilaterali bastano e avanzano per difendere gli interessi elvetici in Europa. Ma c’è anche chi, specialmente a sinistra, ne trae l’indicazione di intendere gli accordi bilaterali solo come una tappa provvisoria sulla via dell’adesione, che invece risolverebbe molti problemi della Svizzera. A voler sostenere oggi a spada tratta l’immediata entrata nell’Ue, si rischia tuttavia di offendere la volontà popolare che ha rifiutato l’iniziativa “Sì all’Europa”, e di alienarsi in tal modo parte dell’opinione pubblica. Ed è un rischio, questo, che neppure il Pss, che non rinuncia certo all’obiettivo finale dell’adesione della Svizzera all’Ue, in questo momento può permettersi di correre. Però anche chi pretende che il Consiglio federale ritiri la domanda di trattative d’adesione avanzata nel 1992 e rimasta congelata a Bruxelles, farebbe un passo falso e non insiste più di tanto. Ritirare quella domanda – che se nessuno tira in ballo, col tempo perde da sola ogni importanza – significherebbe infatti lanciare un segnale negativo e irritante, nel bel mezzo delle trattative per i bilaterali bis. A meno che non siano proprio i bilaterali bis che si vogliono boicottare, come va affermando con chiarezza l’Udc, la quale ritiene si tratti di «cattivi accordi» e guarda con aperta diffidenza alla via del bilateralismo. In mezzo a questa specie di percorso minato, è quindi comprensibile che i partiti evitino di prendere chiaramente posizione e di confrontarsi su questo tema. Solo la presidente del Prd, Christiane Langenberger, ha avuto il coraggio (per alcuni, invece, la sventatezza o l’ingenuità) di sollevare nel suo discorso del 1° Agosto la questione europea. Nonostante qualche voce dissenziente all’interno del suo stesso partito, le va tuttavia riconosciuto il merito di averlo fatto ignorando i tatticismi preelettorali, nella consapevolezza che la questione europea sarà comunque tra i più importanti temi che i politici nella prossima legislatura dovranno affrontare. L’Udc ha capito la difficoltà in cui è venuto a trovarsi il Prd, ed ha cercato di approfittarne per mettere in maggior imbarazzo la presidente Langenberger, lanciandole apertamente la sfida ad affrontare un pubblico dibattito sulla questione europea. Franz Steinegger, ex-presidente dei radicali ed autorevole “eminenza grigia” del partito, è subito corso in aiuto della signora Langenberger sconsigliando un dibattito di fondo sull’adesione all’Ue: «Il Prd può soltanto perderci», ha sentenziato. Anche i democristiani si trovano in imbarazzo davanti alla questione europea. Appoggiano, ovviamente, la linea bilateralista del Consiglio federale, per cui sono portati ad attendere la conclusione degli attuali negoziati prima di pronunciarsi sui passi futuri. E poi non gradiscono né l’aggressività di Blocher e del suo partito, né l’impazienza che, secondo loro, mostrerebbe la sinistra. Per tutto questo, e per non affrontare le divisioni e le contraddizioni all’interno del suo partito, il presidente del Pdc, Philipp Stähelin, non ha trovato di meglio che tentare di disinnescare ogni velleità di dibattito declassando la questione europea al livello di una «scaramuccia da campagna elettorale». Con buona pace di chi sperava ancora di capire, in fatto di rapporti Svizzera-Europa, come la pensano i politici che chiedono il voto ai cittadini.

Pubblicato

Venerdì 19 Settembre 2003

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