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Juve, che sporco gioco Signora

di

Loris Campetti
La chiamavano “la Signora” e per far capire di quale compostezza fosse capace la squadra (dal portiere ai manager) di proprietà della famiglia più importante d’Italia si parlava di “stile Juventus”. Oggi, per dirla con Beppe Grillo, siamo ai “fighetti del calcettino”. I giudici hanno (ri)tolto il coperchio dal pentolone torinese ed è venuto fuori di tutto, fino a confermare il vecchio adagio di Andreotti: “a pensar male si fa peccato ma a volte ci si azzecca”. In tutti i Bar Sport d’Italia si pensava male della Juve, nonché del Milan. Del resto, bastava vedere la partita allo stadio per capire che troppo spesso il luogo comune trasformato in urlo “arbitro venduto” aveva qualche ragion d’essere, quando in campo giocavano i bianconeri – sempre senza dimenticare i rossoneri. Negli ultimi 10 anni le due squadre suddette hanno vinto 8 campionati, e la Juventus da sola 6. Complimenti al merito. E agli arbitri, ai quali non bastava la Maserati a due porte, “lo stronzo la vuole a quattro porte”. E ai designatori degli arbitri. E a quella Gea del figlio di Lucky Luciano Moggi che controlla il mercato del calcio italiano che conta e decide quale giocatore va a Roma o a Siena e a che prezzo e condizione. E al controllo juvemilaninterista dei diritti televisivi. La Juve di casa Agnelli (proprietaria è la finanziaria Ifil, la madre della Fiat) vince tutto, ha i conti in regola mentre le piccole squadre crepano sommerse dai debiti e finiscono dalla serie A alla C. Dal 1° gennaio di quest’anno il titolo bianconero in Borsa è cresciuto del 63,5 per cento. Dice sempre Grillo nel suo blog: “Se pecunia non olet, perché dovrebbe puzzare Moggi? Per Ifil quando vinceva Moggi, vincevano tutti. Adesso che perde, perde solo lui”. Dunque, non ancora archiviato lo scandalo del doping in attesa della sentenza della Corte di Cassazione, ecco spuntarne uno nuovo su cui indagano le procure di mezz’Italia. Il direttore generale juventino Moggi ha riempito con le sue offerte, avvertimenti e minacce ad arbitri e designatori un’infinità di bobine telefoniche, il cui contenuto come è prassi è stato distribuito ai giornali potenti e ha scatenato la fantasia delle tifoserie che hanno riempito le curve di striscioni del tipo: “Moggi videochiamami”, “Con la Maserati scudetti assicurati”, “Pronto sono Luciano, liberate Provenzano”. La famiglia Agnelli sta prendendo qualche distanza da Moggi e da Giraudo (l’unico della troica bianconera a non comparire nelle intercettazioni telefoniche è Bettega, quello in lacrime domenica scorsa in tribuna), altro potente del calcio che di mestiere fa l’amministratore delegato della Juve; la giustizia indaga senza brancolare nel buio e senza bisogno delle prove video sul campo rivendicate da decenni da Biscardi; i tifosi bianconeri aspettano domenica per festeggiare – forse – con le lacrime agli occhi l’ennesimo scudetto, Milan permettendo. L’unica vera discontinuità nella recente storia del calcio italiano sarebbe portata dall’annullamento degli scudetti taroccati e dalla retrocessione della ex Signora in serie B. Se ne parla, è possibile, nessuno ci crede ma è possibile. Napoli, Genoa e Fiorentina possono anche finire in C, si dice nei salotti pallonai che contano, ma la Juve… Moggi, dunque. Le ha fatte di tutti i colori fin da piccolo, prima ancora che la sua voce mettesse in piazza l’arroganza odiosa di chi può permettersi di fare quel che gli pare, a partire dall’accusa di “illecita concorrenza con minacce e violenza”. Prima ancora di arrivare alla Juve, ai tempi in cui lavorava per il Toro e addomesticava le triadi arbitrali giunte nella capitale sabauda per le partite di coppa Uefa. Come? Mettendo a disposizione gentili hostess che addolcivano il soggiorno torinese degli arbitri. Non ha subito condanne per questo, Moggi, solo perché il reato è caduto in prescrizione. Del controllo generale del sistema calcio abbiamo detto, così come della Gea di suo figlio. Adesso tutti tentano di prendere le distanze da Lucky Luciano, ma la rappresentazione è penosa. In tanti sapevano, non potevano non sapere. Dai proprietari torinesi ai capi della Lega (Galliani il milanista) che è una specie di Confindustria delle imprese calcistiche italiane, alla federazione gioco calcio. Così, il leader del Caf (chi si ricorda il sistema di potere Craxi-Andreotti-Forlani?) e presidente della Figc ed ex sindaco di Roma Franco Carraro è stato costretto a dimettersi passando il testimone al suo vice Giancarlo Abete. Che aspetta il dirigente milanista Galliani a seguirne le sorti? A Napoli sono indagati l’ex designatore Pairetto e l’arbitro De Santis, sospettati di aver contribuito insieme a Moggi e al suo clan a condizionare l’andamento dei campionati di calcio. Sotto torchio anche gli arbitri Bestini, Dattilo e Cassarà. A confronto del giro di malaffare messo in piedi dai fighetti del calcettino, il “povero” Patron della Roma Sensi che regalava orologi Rolex al designatore Pairetto (guarda caso) fa tenerezza. Dunque, il calcio in Italia che è nelle mani degli Agnelli e dei Berlusconi è marcio. Non una mela, tutto il cesto visto che la Gea di Moggi junior controlla l’insieme dei giocatori e le squadre che contano. Carraro sapeva tutto, aveva ascoltato da tempo le cassette con la voce di Moggi e non aveva fatto nulla. Sperava, e con lui Galliani, che lo scandalo restasse in stand-by fino al termine dei mondiali di calcio ma il pentolone è scoppiato e adesso andremo in Germania con la coda tra le gambe. A proposito, sapete chi è l’arbitro che è stato designato per rappresentare l’Italia ai mondiali? De Santis, proprio lui l’indagato dalla procura partenopea. Chissà cosa avrebbe detto Palmiro Togliatti, tifoso juventino, di fronte a questa debacle. Chissà cosa penseranno gli operai di Mirafiori immigrati decenni fa a Torino con due sogni nel cuore, la Juve e il lavoro. La Juve degli Agnelli, quelli che ti torchiano in fabbrica ma al cuor non si comanda. La stessa sofferenza dei tifosi di sinistra del Milan, che debbono ingoiare il rospo Berlusconi, resistono e sperano che passi (Berlusconi, non il Milan). Già dal ’92, ogni volta che ai mondiali gridavamo “Forza Italia” ci veniva mal di stomaco. Adesso è addirittura meglio star zitti e incrociare le dita.

Pubblicato

Venerdì 12 Maggio 2006

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