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Italiano, spero che me la cavo

di

Silvano De Pietro
La lingua italiana nella Svizzera tedesca è in via d’estinzione? Se ne parla molto in questo periodo: articoli, dibattiti e una mostra (si veda articolo sotto) cercano di tastare il polso alla lingua di Dante nel nostro Paese, i cui sintomi – dicono gli esperti – rivelano uno stato di salute preoccupante. E sulle condizioni della “paziente” lingua italiana nella Svizzera tedesca, abbiamo intervistato un’esperta del ramo: Susy Sguaitamatti, insegnante di italiano al Liceo Artistico italo-svizzero di Zurigo e presidente della sezione zurighese della Società Dante Alighieri (un ente riconosciuto dallo stato, con lo scopo di promuovere la lingua italiana nel mondo). Signora Sguaitamatti, quanto influisce la presenza di una comunità italofona nella Svizzera tedesca sul grado di vitalità della lingua italiana o di trascuratezza nei suoi confronti? Effettivamente c’è una certa trascuratezza, perché qui da noi vige questa lingua che non so come si chiami, “mix” o “switch”, dove si mescola il tedesco all’italiano, per cui non si cura la lingua: se manca il vocabolo giusto in italiano, si mette velocemente quello tedesco. Ciò fa parte della trascuratezza di tutti questi giovani italofoni; ma ci sono anche molti italiani di seconda o terza generazione che non parlano più l’italiano. Quindi, qui c’è realmente una diminuzione di parlanti italiano in confronto a prima, quando tutti gli italiani parlavano effettivamente italiano. Questo vuol dire che c’è un grande terreno da recuperare. Tuttavia, a me sembra di vedere tra i giovani un rinato interesse per le loro radici. Perciò penso che proprio attraverso la “Dante Alighieri” cercheremo di rivolgerci di più a questo pubblico. Ma in concreto, come pensa sarà possibile recuperare questo terreno perso? Quali strumenti hanno la “Dante Alighieri” e la scuola? Per quanto concerne la scuola, i consolati d’Italia organizzano corsi di lingua e cultura italiane, per dare ai ragazzi o mantenere vive le loro conoscenze sulla cultura italiana. E questo è un buono strumento. La “Dante Alighieri” opera invece attraverso le sue manifestazioni. Mi piacerebbe creare, per esempio, una “Dante Alighieri” giovanile, proprio organizzata dai giovani per i giovani, che proponga temi che interessano i giovani. Penso inoltre che un’arma vincente dovrebbe essere quella dei diplomi. Adesso vanno molto di moda, se così si può dire, le “certificazioni”, che siano per il francese, o per il tedesco, o per lo spagnolo, ma anche per l’italiano. Noi della “Dante Alighieri” abbiamo sviluppato in questi anni un ottimo diploma, una certificazione che è sostenuta dall’Università “La Sapienza” di Roma e che noi proponiamo in tutte le nostre sedi sparse nel mondo, anche per i giovani. Per esempio, proprio in Svizzera abbiamo sviluppato una certificazione per adolescenti dai 14 ai 18 anni; e questo dovrebbe essere uno stimolo, in fondo, per imparare la lingua ed avere poi un documento spendibile quando cercano il lavoro. Questa certificazione viene attribuita sulla base della frequenza di corsi tenuti da voi, o di altro tipo? Esistono le due possibilità: i corsi non devono necessariamente essere dati da noi. Sia nei corsi di lingua e cultura dati dal consolato, sia nelle scuole medie svizzere (Sekundarschulen), è pensabile che i giovani possano seguire corsi con raggiungimento di questa certificazione, che ha sei livelli, per cui uno si può iscrivere a seconda del livello che può raggiungere. Tale certificazione è anche riconosciuta a livello europeo, dal parlamento europeo di Strasburgo. Ma c’è una differenza, se i corsi vengono tenuti dalla “Dante Alighieri” o da altri enti? No, no. I corsi possono essere frequentati anche altrove. Noi abbiamo la certificazione; però abbiamo dei corsi in cinque o sei delle nostre 19 sedi in Svizzera, tra cui quella di Zurigo. Sono corsi vari, ma anche settoriali, come l’italiano commerciale che può essere interessante per chi lavora nelle aziende. Infatti diceva, poco fa, dell’italiano come una qualifica utile per la vita professionale. Sì. In fondo, oggi chi cerca lavoro per i giovani si accorge che l’italiano viene spesso richiesto dal datore di lavoro, perché oramai l’inglese è dato come scontato, ed invece sapere il francese o l’italiano, tutt’e due ancora meglio, è il punto in più che può far assumere un giovane. Quindi, l’italiano non va lasciato in disparte: sarebbe una politica poco intelligente. In che senso? Beh, pensavo a queste chiusure di cattedre, che attualmente toccano solo gli studenti e non la massa degli adolescenti. E questo è un fatto. Ma da parte della Confederazione ci dovrebbe essere forse lo stesso uno sforzo maggiore per mantenere vive le lingue nazionali. Si parla di un progetto di legge, che mi pare non vada avanti per mancanza di fondi. Ci vuole una certa cura che venga anche dai politici. In Ticino si lanciano allarmi e si protesta perché l’italiano viene sempre meno insegnato in Svizzera. Ma alcuni specialisti italiani in sostanza dicono: se la nostra lingua perde terreno in Svizzera, sono affari vostri, perché così gli svizzeri impoveriscono la loro identità, mentre l’italiano nel resto del mondo rimane lingua di cultura sempre richiesta. Lei cosa ne pensa? In effetti le statistiche dicono che l’italiano nel mondo sta avanzando, come lingua di cultura. Il problema è piuttosto nostro, svizzero. È un segnale preoccupante vedere le cattedre universitarie d’italiano che vengono chiuse, come quella di Neuchâtel, ed altre che sono a rischio. Ed è preoccupante constatare che, per esempio, molti testi della Confederazione non vengono più tradotti in italiano. Sembra che l’italiano, che prima era una lingua federale alla pari di tedesco e francese, adesso la stanno trattando un po’ da orfanella. Ma questo è un nostro problema locale, che ha a che fare col nostro quadrilinguismo.

Pubblicato

Venerdì 18 Febbraio 2005

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