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Italiani e ticinesi, destino simile

di

Gianfranco Helbling
I primi anni di questo millennio sono marcati da un fiorire di iniziative editoriali che ripercorrono la storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. O meglio, ne ritracciano soprattutto quelli che con gli occhi di oggi, ingannati dalla nostalgia, si definiscono “gli anni d’oro” degli italiani in Svizzera, quelli compresi fra il 1960 e il 1980. Gli anni degli emigranti della prima generazione, coloro che, con il loro pensionamento, hanno ormai chiuso un ciclo. E aperto, appunto, il tempo della riflessione, del ricordo, della memoria. Fra i lavori più completi, rigorosi e interessanti vanno senz’altro segnalate le opere collettive “Gli italiani in Svizzera – Un secolo di emigrazione” (a cura di Ernst Halter) e “Il lungo addio” (volume fotografico ma non solo a cura di Dieter Bachmann), di cui già ci siamo occupati su area (cfr. www.area7.ch). A queste opere se ne aggiunge ora una con pretese certamente minori, “Cinkali” di Dario Robbiani, edito da “L’avvenire dei lavoratori” e pubblicato in occasione del centenario del ristorante Cooperativo di Zurigo. Il libretto è stato presentato lunedì sera a Lugano. Che le pretese siano minori nel lavoro di Robbiani l’ha detto l’autore stesso: «è un libro di ricordi e di memoria, il suo scopo è fermare sulla carta alcune impressioni». “Cinkali” si dipana allora sul filo degli aneddoti, indulgendo fin troppo spesso al ricordo autobiografico e riprendendo la formula e il tono colloquiale che l’autore ha già sperimentato in precedenti pubblicazioni, senza alcuna pretesa di rigore storico o di esaustività nella ricostruzione dei fatti. Robbiani proprio fra gli anni ’60 e gli anni ’80 lavorò a Zurigo alla redazione del Telegiornale della Televisione svizzera italiana, dedicando con i suoi colleghi molte attenzioni all’allora numerosissima comunità italiana, quella della prima generazione. E di quel lavoro “Cinkali” porta molte, spesso interessanti tracce. Dopo un primo capitolo, piuttosto lungo ma suddiviso in diversi aneddoti ed episodi legati al mondo dell’immigrazione, Robbiani propone una serie di capitoletti dedicati a personaggi o avvenimenti dell’emigrazione italofona in Svizzera, sia essa italiana o ticinese: da Pietro Bianchi al Cooperativo, da Mario Comensoli alla tragedia di Mattmark, da Ezio Canonica alle iniziative antistranieri, e così via. In effetti l’intuizione più interessante nel lavoro di Robbiani è proprio il parallelismo fra ticinesità e italianità nella Svizzera tedesca, il sottolineare cioè la condivisione di un destino che ai ticinesi meglio che a qualunque altro confederato (e non solo per ragioni di lingua) permetteva di capire il dramma dell’emigrante. Come ha ricordato Robbiani, «noi stessi eravamo emigranti a Zurigo. I colleghi di Lugano ci chiamavano “Quelli del Katanga”. Furono anni stupendi, anche se oggettivamente difficili per gli italiani e i ticinesi a Zurigo». Anni in cui l’informazione, e in particolare la televisione, ebbero un ruolo centrale nello smussare gli spigoli contribuendo se non all’amore, almeno alla reciproca comprensione, grazie a giornalisti quali lo stesso Robbiani, Renzo Balmelli, Giuliano Cambi, Tiziana Mona, Edoardo Carlevaro, Eros Costantini, Franco Valchera, Carla Ferrari e molti altri. Lo ha rilevato lunedì sera anche Andrea Ermano, direttore della rivista “L’avvenire dei lavoratori”: «i passi avanti compiuti dagli italiani in Svizzera non sarebbero stati possibili senza l’opera di giornalisti, scrittori, intellettuali e artisti come Robbiani. Fu un lavoro svolto sulla base di una genuina solidarietà nei confronti degli immigrati». Un lavoro, quello dei media e in particolare della televisione, che meriterebbe di essere meglio approfondito proprio a partire dall’esperienza diretta di Robbiani: peccato quindi che l’autore, mancando un’occasione che era lì da cogliere, non abbia voluto andare oltre la serie slegata di aneddoti di piacevole lettura, ma che poco danno oltre un’impressione superficiale. La prefazione a “Cinkali” è firmata dallo scrittore grigionese Vincenzo Todisco. Lui è un “secondo”. I suoi genitori sono venuti in Svizzera negli anni ’60. «Nella casa dove abitavamo non avevamo l’acqua calda. La domenica mia mamma ci portava all’albergo dove lavorava mio papà per farci fare il bagno”, ha ricordato in occasione della presentazione del libro di Robbiani. Dai genitori e dalla loro generazione di migranti Todisco dice di avere imparato l’importanza di alcuni valori fondamentali: l’umiltà, la solidarietà, il senso del valore delle cose. Valori che nel testo di Robbiani dice di aver ritrovato: «ad esempio l’onestà e la responsabilità professionali, o il tono conciliante tenuto senza abbellire i lati negativi del processo migratorio». Come dire, ancora una volta, che quello di Robbiani è l’occhio del migrante, e non quello dello svizzero, che si pone sulle vicende di chi lasciò l’Italia per lavorare in questo paese. Un’ultima annotazione: non si è capito cosa c’entrasse alla presentazione di “Cinkali” l’intervento di un personaggio il cui merito principale è quello di essere reduce dal reality show televisivo “L’isola dei famosi”, ma che al di fuori di quell’esperienza nulla ha da raccontare. O forse lo si capisce fin troppo bene se si sa che ad organizzare e moderare la serata è stato un candidato per la circoscrizione estero alle elezioni italiane del prossimo 6 aprile. Ma è necessario importare anche queste usanze per candidarsi ad un seggio a Roma?

Pubblicato

Venerdì 16 Dicembre 2005

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