Esteri

Italia, una controriforma della giustizia tributo a Berlusconi

Il governo italiano avanza con riforme tese a indebolire la magistratura e che mettono a rischio l’equilibrio dei poteri

Berlusconi vive ancora, la sua impronta sembra indelebile nella politica italiana. Vive nella controriforma della giustizia targata Meloni, voluta fortissimamente dagli eredi dell’ex cavaliere di Arcore guidati dal vicepresidente del consiglio Antonio Tajani. Berlusconi, dopo aver occupato il potere in seguito allo sconquasso politico provocato dalla tangentopoli di Di Pietro che aveva praticamente azzerato il sistema dei partiti novecenteschi, in realtà aveva un chiodo fisso: mettere il guinzaglio alla magistratura che aveva osato infilargli i bastoni tra le ruote, in parole povere silenziandola, cancellandone l’autonomia, mettendola sotto la tutela dell’esecutivo. La riforma varata dal governo di destra-destra va in questa direzione, è uno strumento di propaganda preelettorale e, soprattutto è una marchetta a favore di Forza Italia. I fratelli d’Italia possono intestarsi il contestato premierato, la Lega la divisiva autonomia differenziata e agli eredi di Berlusconi qualcosa bisognava pur darla, ed ecco la riforma di Nordio, ministro della giustizia e magistrato pentito. Tre pugnalate al cuore della Costituzione.

 

Separazione delle carriere dei magistrati inquirenti e di quelli giudicanti, raddoppio del Consiglio superiore della magistratura con membri nominati attraverso sorteggio sotto il controllo dei partiti – in realtà della maggioranza di governo – e misure disciplinari sottratte all’organo competente (il Consiglio superiore della Magistratura, CSM) e consegnate a un’alta corte, fine dell’organizzazione per correnti politiche dei magistrati, chiamati così al silenzio e all’obbedienza. È una riforma che non cambia nulla di quello che andrebbe cambiato davvero, a partire dai tempi lunghissimi dei processi. Più ancora che le modifiche, a segnare il preteso cambiamento del sistema giudiziario e dunque a preoccupare le opposizioni e i magistrati è la volontà politica di abbattere il bilanciamento tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Già nei fatti il Parlamento viene silenziato attraverso l’uso indiscriminato dei decreti legge governativi, ora è la volta della magistratura.

Questa picconata alla Costituzione, così come il premierato che sottrarrebbe ruolo e poteri al capo dello Stato e l’autonomia differenziata che spaccherebbe ancor più il paese tra nord e sud e tra ricchi e poveri, per diventare legge dello stato richiede diversi passaggi parlamentari e al termine una maggioranza dei due terzi di Camera e Senato, altrimenti la palla tornerebbe ai cittadini attraverso il referendum popolare. Già ora le forze centriste dei transfughi dal PD, Renzi e Calenda, sono pronte a fare da ruota di scorta alla maggioranza di destra. I tempi sono lunghi, dunque, ma le elezioni europee sono vicine e la propaganda meloniana si serve di tutti gli strumenti per confermare il suo primato tra i votanti, che sono sempre meno in Italia e difficilmente supereranno il 50% degli iscritti alle liste elettorali.

 

Mentre la controriforma della giustizia scaldava i cuori degli inquilini di Palazzo Chigi, in Parlamento si commemorava Giacomo Matteotti ammazzato cento anni fa dai sicari di Mussolini, Come sempre, Giorgia Meloni ha detto una mezza verità: “ucciso da squadristi fascisti”, dimenticando di indicare il mandante dell’assassinio, quel Duce dalla cui bara esce la fiamma tricolore nel simbolo di Fratelli d’Italia.

 

Anche le opposizioni pensano soprattutto alle elezioni europee, ma anch’esse come la destra hanno in testa le vicende italiane. Procedono ognuna per proprio conto e non perdono l’occasione per dividersi con l’obiettivo di prendere un punto in più dell’ipotetico alleato. Come succede del resto tra Meloni, Salvini e Tajani. Quando poi si vanno ad affrontare i temi caldi della politica estera, gli scontri anche all’opposizione avvengono all’interno dello stesso partito. Elly Schlein ha fortissimamente voluto dei pacifisti nelle sue liste (Marco Tarquinio e Cecilia Strada) per scolorire la natura iperatlantica del PD, aggrappato all’ombrellone tossico della Nato, ma quando l’ex direttore del giornale della Conferenza episcopale italiana, Avvenire, ha detto che era arrivato il momento di sciogliere la Nato il Partito democratico è esploso, ribadendo la sua linea: si all’Alleanza atlantica, sì alle armi all’Ucraina. À la guerre comme à la guerre.

 

 

 

Nella foto: la Presidente del Consiglio Meloni con il ministro della Giustizia Nordio

Pubblicato il

31.05.2024 10:37
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