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Italia, sistema fuori controllo

di

Loris Campetti
L’interrogativo è tanto serio quanto inquietante, di quelli che fanno tremare le vene e i polsi: la nascita di Forza Italia che dieci anni fa ha accompagnato la “scesa in campo” di Silvio Berlusconi è “opera dello Spirito Santo”? E, di conseguenza, il Cavaliere di Arcore dev’essere considerato “come un evento spirituale”? Sì, senza ombra di dubbio, sostiene il chierichetto dell’Unto del Signore, don Gianni Baget Bozzo, il cui testo sacro è stato letto dal Silvio in persona in occasione della kermesse con cui è stato festeggiato il Decennio – mezzo Ventennio, si potrebbe dire con un occhio alla storia italiana del Novecento – miracoloso appena concluso. Di parere opposto, invece, la Cei, la Conferenza episcopale italiana che di mestiere certifica i miracoli e le intercessioni dello Spirito Santo: «Il linguaggio del sacro in politica – sostiene il presidente della Cei Giuseppe Bertoli – è di per se stesso fonte di ambiguità e sarebbe opportuno un certo controllo, o autocontrollo, a riguardo». Il fatto è che, in Italia, il sistema politico è ormai fuori controllo, se per raccontare ai lettori d’Oltralpe la singolar tenzone si è costretti a ricorrere alle categorie dello spirito (santo) invece che a quelle della politica. Siccome questo non è il Mistero buffo di Dario Fo ma la realtà, c’è poco da ridere. Berlusconi non è un fenomeno da baraccone ma quel che è capace di esprimere la politica italiana da dieci anni, prodotto di un disordine culturale decisamente preoccupante. Spirito Santo a parte, infatti, Berlusconi è arrivato ad accusare i giudici di rappresentare una situazione ancor peggiore del fascismo; l’attacco alla magistratura non è che uno dei tasselli dell’affondo a tutto campo contro i corpi separati dello stato, compresi lo svuotamento di ruolo del Parlamento e la riforma in chiave populista, plebiscitaria e presidenzialista dell’intero sistema politico ed elettorale. A ciò si aggiungono il tentativo sempre più spavaldo di riscrivere la Costituzione, figlia del “comunismo” in quanto nata dalla Resistenza al nazi-fascismo e di azzerare l’autonomia della Banca d’Italia. E abbiamo citato soltanto gli aspetti più evidenti del ciclone berlusconiano. Il fatto nuovo delle ultime settimane è però rappresentato dai conflitti crescenti all’interno della maggioranza di destra. Una maggioranza composita, spuria e contraddittoria che tiene insieme la cultura liberista di Forza Italia, quella nazional-popolare e statalista di Alleanza nazionale, quella razzista e secessionista della Lega, quella assistenzialista e democristiana dell’Udc. Ma poiché non è mai l’ideologia, alla lunga, a fungere da collante, bensì l’economia, gli interessi, ecco che l’unità d’azione vacilla. La rissa tra comari si fa assordante. In piena crisi economica, con un sistema industriale allo sbando e con un sistema finanziario ben raccontato dai crack prima della Cirio, oggi dalla Parmalat e domani chissà (il sistema dei bond per rastrellare danaro senza offrire garanzie ai consumatori è diffuso in tutto il sistema, da Telecom a Fiat), non c’è più grasso da dividere e al creativo ministro Tremonti non resta che ripetere ai rissosi alleati-clienti: non c’è una lira, bambole. Gli alleati litigano su tutto: Bossi minaccia di “fare le valige” se non passerà la devolution “senza se e senza ma” e se non verranno annullate le multe agli allevatori inferte per la violazione delle quote latte, i centristi borbottano contro i toni guerrieri di Berlusconi contro i giudici, An minaccia anch’essa di uscire dal governo per passare a un sostegno esterno se non verranno posti limiti al superministro Giulio Tremonti. Siamo al paradosso che oggi un’uscita di Fini e di An dal governo ne sposterebbe a destra l’asse, dalle pensioni che sono l’obiettivo da colpire del ministro Maroni, al voto agli immigrati rivendicato sia pure in chiave classista da Fini e contestato dagli altri, al tentativo nazionalpopolare di arginare il liberismo di Forza Italia. Un governo in difficoltà, alla vigilia di verifiche elettorali importanti come le europee e le amministrative in tarda primavera, rischia però di fare più danni alla democrazia di un governo forte, se l’opposizione non fa l’opposizione come purtroppo capita in Italia. L’ultima (in ordine di tempo) sventagliata di mitra, Berlusconi l’ha regalata al pluralismo informativo. L’indecente legge Gasparri bocciata dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi sta per essere ripresentata in forma praticamente identica, mentre prosegue la normalizzazione della Rai, anzi peggio, la riduzione del sistema radiotelevisivo pubblico ad appendice muta di quello berlusconiano. Al Tg1 siamo alla rivolta dei giornalisti che rifiutano di fare i portavoce del governo e la presidente Rai Lucia Annunciata denuncia il veto posto direttamente da Palazzo Chigi alla stipula di contratti con persone sgradite all’esecutivo. Tutti comunisti, come il povero Ferruccio de Bortoli, il moderato direttore del Corriere della Sera licenziato per ordine del Cavaliere. L’opposizione di centrosinistra non riesce a trarre vantaggi dallo sbandamento delle destre di governo, nonostante tutti i sondaggi dicano che se si votasse oggi Berlusconi andrebbe sotto. Prosegue la rissa sulla lista unica caldeggiata da Romano Prodi e si acuisce la divisione tra i teorici del triciclo (Ds, Margherita e Sdi) e chi sostiene il rapporto con i movimenti, in particolare i girotondi. E soprattutto, pur in un’ipotesi di alleanza con Rifondazione comunista – indispensabile se si vuol mandare a casa Berlusconi – non emerge una linea programmatica alternativa a quella del governo di destra. Facciamo qualche esempio. Il leader della Margherita sostiene che un colpo alle pensioni si potrebbe anche dare mentre il presidente dei Ds Massimo D’Alema si augura che l’opposizione voti compatta in parlamento sulla guerra in Iraq e il ritiro dei nostri soldati. Un voto compatto sì, ma non d’opposizione: un’astensione. L’anima maggioritaria dell’Ulivo, che si autodefinisce “riformista”, pensa anche che non tutte le leggi varate dalla Casa delle libertà dovrebbero essere cancellate qualora gli elettori dovessero premiare l’opposizione. Per esempio, una legge da salvaguardare, magari accompagnandola con una manciata di ammortizzatori sociali, è la legge 30 che ha reso il mercato del lavoro italiano il più flessibile e gli operai i più precari d’Europa. È una musica, questa, che è miele per la Confindustria che si sta preparando a cambiare cavallo e a saltare su quello dei futuri vincitori (speriamo che almeno in questo i padroni vedano giusto): il candidato più forte alla successione di Antonio D’Amato alla presidenza dell’organizzazione padronale è Luca Cordero marchese di Montezemolo, un uomo non sgradito al centrosinistra, la griffe dell’Italia che corre e che vince (la Ferrari), un uomo del dialogo. Perché i nostri industriali, almeno molti, vedono nel centrosinistra la cultura in grado di salvare il liberismo, sia pur mitigato, abbassando il tasso di conflittualità sociale (si spera nella sciagurata teoria del “governo amico”), che oggi ha tra i suoi motori la Fiom e una parte significativa della Cgil. Non resta che sperare in una ripresa del conflitto sociale, le cui avvisaglie si sono viste con le lotte degli autoferrotranviari e dei lavoratori dei servizi, dei trasporti, dell’informazione e dell’industria metalmeccanica.

Pubblicato

Venerdì 30 Gennaio 2004

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